Educare ci educa. Il destino bi-direzionale di un compito antico.

Quando si diventa padri si comincia a proteggere il mondo, perché adesso ci cammina sopra nostro figlio. Così avevo risposto a chi mi poneva una domanda sul significato della paternità.
Per le donne, avevo aggiunto, non vale la stessa regola. Loro il mondo lo proteggono sempre, da quando cominciano a respirare, perché il sentimento della maternità, il sublime senso di responsabilità così difficile da attingere per gli uomini, le pervade persino quando decidono di non diventare madri. Noi maschi siamo lontani, in ritardo, quasi a smentire il mito della Creazione, che fantastica di una priorità temporale difficile da registrare nella storia e nella cronaca.
Noi, una parte di quello scarto, ma solo una parte, la colmiamo solo quando diventiamo padri.

Una legge, quella condensata nelle prime due righe di questo post, che di cui trovo tracce in una chiacchierata casuale. Stamattina ero a spasso con uno dei miei cani, una meticcia di 16 anni, malata di cancro e di diabete, quindi andatura lenta. Un amico mi incrocia e rallenta, mi racconta del figlio trentenne, in gita con una compagnia di amici. Gli domando se rammenta di quando eravamo giovani papà, ansiosi per i nostri piccoli, preoccupati se lontani dallo sguardo dei genitori, addirittura in allarme quelle volte che, mentre dormivano, il loro respiro si faceva così impercettibile da rallentare anche il nostro, per timore.  
“Ma io mi preoccupo ancora oggi, saperlo in giro con la macchina non mi lascia tranquillo”, mi dice serio.

Diventare genitori, interagire con un figlio, sconvolge la nostra grammatica interiore, l’idea stessa del mondo, riduce drasticamente il tasso di egocentrismo dei padri, sebbene possa accrescere, almeno all’inizio, quello di aggressività. Il territorio e la prole sono sempre in cima ai nostri istinti, col tempo però, proprio i figli possono aiutarci a capire le ansie degli altri genitori, spingendoci a “sentire” il loro universo, compartecipando, cogliendo delle similitudini che ci rendono meno severi verso quanto ci circonda.

È quella la prima, vera, volta in cui il pronome personale “io”, così ostinato e spesso foriero di scelte infelici, vacilla.  Quando non accade, ossia quando, malgrado i figli, rimaniamo ancorati a noi stessi in modo esclusivo, la personalità delle nostre creature ne risente, perché le loro antenne sono orientate verso i nostri comportamenti, che leggono con finezza e antepongono alle parole.

Dunque, i figli aprono i nostri spazi interiori, ci consentono di accorciare le distanze dal prossimo, ci rendono capaci di esplorare meglio l’animo altrui, apprezzandone ansie familiari. Quando ciò non accade significa che la genitorialità non sta funzionando, perché non ci siamo lasciati educare dai nostri figli, i cui codici cooperativi sono più raffinati dei nostri, non ancora corrotti dalla cultura utilitaristica degli adulti.

La più comune e struggente delle aspirazioni di ogni essere umano, ossia proiettarsi oltre la propria caducità, lasciando una traccia di sé, può trovare soddisfazione, prima che in altri ambiti, proprio nella missione educativa, che è universale, a portata di tutti. Non ci richiede di essere geni, di fare imprese o scoperte memorabili, possiamo afferrarla semplicemente allungando il braccio, a patto, però, che si abbia presente la vera finalità dell’educare, lo sforzo continuo volto a tenere gli interessi dei nostri bambini in armonia con quelli del loro prossimo.

Fuori da questo obiettivo non c’è educazione, semmai darwinismo, ossia di lotta per la sopraffazione. Una gara sfiancante e pericolosa, dove, per i nostri figli, arrivare primi non significherà per forza essere contenti. L’unica certezza è che saranno più soli, soprattutto se il traguardo di elevazione sarà stato conseguito in dispregio dei diritti altrui.    

3 pensieri riguardo “Educare ci educa. Il destino bi-direzionale di un compito antico.

  1. La sua riflessione è molto suggestiva ed il titolo, che parla di 《bidirezionalita’》del processo educativo, dice già tutto.
    Personalmente ha toccato corde profonde, nelle quali mi sono ritrovato.
    I figli ci consentono però di accorciare le nostre distanze dal prossimo, come dice lei, ammesso che noi si sia disposti a farlo, perché se il suo assunto, che condivido, fosse universalmente praticato, il mondo oggi sarebbe infinitamente migliore di come è, perché la genitorialita’ comporterebbe una vera 《evoluzione della specie》 con individui sempre più attenti e sensibili a quanto accade intorno a loro e ai loro simili.
    Forse allora diventa importante anche educare alla genitorialita’, un 《mestiere》 bellissimo, ma impegnativo, per il quale si è quasi sempre sprovvisti di una adeguata cassetta per gli attrezzi.

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    1. I temi educativi nel blog, come vede si intrecciano alle corde dell’attualità, perché è difficile separare il nostro modo di interagire coi figli dagli effetti che noi vediamo proiettati sulla collettività. L’ultimo post toccava un tema di grande impegno, che nei prossimi anni diventerà drammatico, perchè sempre più persone sentiranno di non appartenere alle loro comunità, avendovi spesso fatto accesso dalla porta sbagliata, attraverso legami critici. Fare il genitore richiede la capacità di capirne la responsabilità civile, sentire che quando si mancano dei passaggi coi figli si crea un disagio all’intersa collettività, oltre che ai figli stessi. Il domani è in mano alle agenzie educative, sovente schiacciate dalla solitudine. Anche parlarsi su pagine come questa può tenere viva la riflessione. Grazie

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