Le ferite prodotte delle generalizzazioni nella vita di piccoli e grandi

Il maldestro tentativo di stabilire cesure tra mondo scolastico e ciò che vive fuori dal suo perimetro, è solo una delle tante finzioni che apparecchiamo per eludere responsabilità che toccano ciascuno di noi. Guardare alla scuola come si guarda a un mondo a parte, dotato di regole aliene, può risultare comodo, persino tranquillizzante. Si da il caso che proprio da qui partano gli alibi, le fughe e i successivi appalti agli specialisti.
Deleghe che alleviano la fatica di fare la nostra parte, un diritto, svolgere il nostro ruolo, che però viene rivendicato quando nostro figlio subisce, o crediamo abbia subito, un torto.

Dopo il post sui fatti di violenza giovanile di Gallarate, arrivano queste parole da una madre. “Aggiungo agli esempi di generalizzazione quello che succede in molte scuole, dove le note sono spesso di classe, oppure dove ai danni in palestra pagano tutti gli studenti. Credo che purtroppo con questi metodi, al giorno d’oggi, non si faccia un passo avanti per i responsabili, ma un passo indietro per gli altri, che covano rabbia e frustrazione. Certamente questi ultimi si nascondono dietro l’omertà e l’educatore cerca di far capire che il danno riguarda tutti e tutti ne vengono coinvolti”. Mariapalma, questo è il nome della mamma, conclude chiedendomi quale altro metodo si potrebbe utilizzare e cosa si può consigliare a docenti e dirigenti.

Posto che solo chi è presente a un evento, nel momento in cui accade e si sviluppa, possiede un numero di tessere sufficienti a comporre, sempre che lo voglia davvero, il mosaico, una regola però mi sento di proporla.
Cominciare a chiedere a noi stessi come ci sentiremmo se il capufficio licenziasse tutti gli impiegati, noi compresi, perché uno di essi, rimasto anonimo, aveva sottratto un tagliacarte d’argento.
Di certo lo sentiremmo come un oltraggio grave e intollerabile, ci parrebbe di essere stati arbitrariamente catturati nel corso di una retata, mentre eravamo di passaggio. Ma c’è di più.

Se un adulto alla fine può farsene una ragione, per un bambino o per un ragazzo le cose non sono così semplici giacché quella sanzione, generalizzata e priva di legami con la responsabilità personale, proviene dal mondo adulto, ossia da chi lo educa, e presuppone un’intenzione pedagogica, che però presenta il limite di apparire discretamente oscura e priva di logica.  
Forse perché nessuno si è preso la briga di spiegarla. L’unico risultato possibile, in casi del genere, sarà un incremento delle distanze, un’infrazione nel tessuto della fiducia.
Non è l’esito cui ambire.

Se poi si tratta di un modo per fare si che chi sappia parli, di una forma di pressione, vale quanto detto sopra. Le regole del gioco vanno illustrate con chiarezza, e prima che la gara abbia inizio, a tutti i giocatori, soprattutto se chi le scrive ricopre un ruolo educativo, ancora di più se ritiene di avere qualcosa da insegnare a chi dovrebbe rispettarle.  
Si, perché alla fine è proprio l’amministrazione di quelle regole a contenere il vero messaggio educativo. 

8 pensieri riguardo “Le ferite prodotte delle generalizzazioni nella vita di piccoli e grandi

  1. Leggo il suo articolo dopo aver salutato mio figlio che usciva per andare a scuola, col suo carico di attese pronte alla delusione.
    In quanto lei scrive ritrovo le osservazioni e le incazzature di quel sedicenne continuamente invitato a partecipare ma stroncato non appena esce dagli schemi (cioè sempre).
    Mio figlio probabilmente le direbbe che la scuola È un mondo a parte, in cui i ruoli danno un potere enorme (in proporzione alla vita delle persone) senza che a quei ruoli si acceda per merito.
    I recenti fatti di ragazzi che si sono uccisi (o hanno tentato) spinti dall’insuccesso scolastico ci ricordardano quanto la scuola occupi la vita dei ragazzi e quanto sia totalizzante il “potere educativo” degli insegnanti.
    Anche in questo articolo lei batte giustamente sul punto che l’educazione è testimoniale, non “verbotica”. Temo che la coscienza di ciò scarseggi nella scuola almeno quanto l’umiltà di imparare dai propri allievi.

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    1. La scuola non è un ambito in cui si può lavorare solo per guadagnarsi lo stiupendio, perché si interferisce potentemente con
      l’ambiente sociale circostante.
      Questo mi è confermato ogni volta che incontro un dirigente scolastico, un insegnante, o ne sto formando un gruppo.
      In questi giorni sono alle prese con un uomo di 30 anni, peraltro molto in gamba, che per necessità si è messo a fare l’insegnante elementare senza averne proprio voglia, gli serve uno stipendio. Ieri discutevamo dei lasciti che la sua scarsa disponibilità interiore potrebbe depositare nel percorso esistenziale dei suoi bambini e di coloro che entreranno nel raggio d’azione di questi ultimi.
      Il fatto positivo è che mi trovo di fronte una persona intellettualmente onesta, capace di esercitare una buona dose di autocritica, introducendo i necessari correttivi, ma non è una regola generale. Ovviamente, anche in questo caso, non è saggio generalizzare, tuttavia, vi sono degli ambiti delicati, la scuola è tra questi, in cui la percentuale dei soggetti privi di specifiche motivazioni dovrebbe tendere allo zero.
      Possiamo dare per certo che la maggioranza dei dirigenti scolastici e degli insegnanti appartiene alla categoria di coloro che amano il proprio lavoro, non ci sono dubbi su questo, ma la lotteria di inizio anno, quando si accoppiano classi e docenti, distribuisce anche polpette avvelenate.

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  2. Auguro con tutto il cuore al suo paziente di essere toccato dalla grazia dell’insegnamento.
    Potrà scoprire mondi infiniti se accetterà di essere un esploratore ignorante.

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    1. Temo abbia gia deciso di lasciare, proprio per tutelare i bambini dalla sua mancanza di entusiasmo, e non immagina quanto questo, ai miei occhi, gli faccia onore. Dovrebbe avere una bella quantità di epigoni, ma capisco anche quanto sia difficile oggi lasciare uno stipendio.
      Questo è umano, certo non funzionale agli interessi dei minori, ma umano. Buonanotte

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  3. È proprio così: lo sento raccontare da mio figlio quindicenne nelle lamentele della sua vita scolastica. Piccole ingiustizie quotidiane che a lui paiono enormi… Dal prof che finge di non vedere chi copia la versione di latino e omaggia pure con un bel voto, a quello che alla domenica pomeriggio manda ai ragazzi via mail i compiti che si é dimenticato di dare in classe: un bel carico di esercizi di matematica per il giorno dopo…. Ingiustizie che non hanno nulla di pedagogico e nemmeno didattico, ma hanno solo la caratteristica di creare conflitti fra ragazzi e creare un abisso tra professori e ragazzi. Non tutti i docenti sono così, ma un po’ di autocritica e rispetto dei ragazzi non farebbe male alla nostra scuola.

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    1. Molti sperano che i ragazzi passino distrattamente sulle loro omissioni, ma è un’illusione, niente di più, perché il calo di autorevolezza di alcuni insegnanti è legato proprio all’acume degli studenti, alla loro capacità di lettura del mondo interiore dei grandi, capace di illuminare anche zone nascooste o che i diretti interessati ritenevano inaccessibili. Grazie

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  4. Il prof o la prof entra in classe, saluta la classe, fa lezione alla classe e non a Carlo, Maria, Antonietta, etc… e se uno di questi/e lancia un “sasso” e ritrae in fretta la mano, ecco che la generalizzazione entra in gioco. Il NOI che ci dovrebbe accomunare e condividere salta, e quell’IO ora anonimo mette a rischio il NOI che avrebbe dovuto rispettare sapendo che quel “sasso” avrebbe offeso l’intero NOI.
    Il ritorno dell’IO è in questi tempi molto, troppo evidente, come è evidente lo smarrimento del NOI. Il NOI rimane pur sempre una comunione di tanti IO e quando questa comunione non viene rispettata il “sasso”, ingiustamente, potrà cadere su tutte le teste del NOI. Quell’IO che si è occultato nel NOI è simile a un Cane che emette un sordo e isolato latrato perché la sua solitudine è una pratica di rabbia.

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