Fabio Ridolfi e gli eterni esami di terza media

Lunedì 13 giugno 2022, ore 7.45. Prima di andare in studio porto fuori Cacao, un meticcio di 12 anni che a quell’ora reclama piccoli diritti naturali. 

La mia casa è a poche decine di metri dal plesso che ospita la scuola media, il cui perimetro stamattina è particolarmente affollato, come un mercato rionale nell’ora di punta, gli avventori, però, sono studenti, che crescono di minuto in minuto, ingrossando l’onda e il suo fragore. 
Ragazzi che tra pochi minuti entreranno nelle loro classi per affrontare la prima prova degli esami di licenza. 

Nel brusio incessante, avverto molta tensione, tutto pare eccessivo, qualcuno parla a voce altissima, liberando innocenti spacconate, in realtà sta solo cercando di alleggerirsi della propria ansia, che sembra crescere a mano a mano che si avvicina il momento dell’ingresso. Taluni parlottano fitto, altri sembrano concentrarsi in silenzio su chissà che cosa. C’è chi guarda lontano, nel vuoto, tanti ridono, con una certa rigidità, tensione anche in questi casi. Delle ragazzine si avvinano a Cacao e lo accarezzano con gentilezza, forse vorrebbero essere al suo posto, a lui certi grattacapi sono risparmiati.

È il primo collaudo della loro vita a sentire di “adultità”, dal prossimo anno si moltiplicheranno, come le attese nei loro confronti e i conseguenti timori di inadeguatezza, che già adesso sembrano corposi, annegati in quell’attesa che sembra non finire mai.
Li vedo sparire nella pancia della balena, si accalcano come se volessero togliersi prima possibile il pensiero, quello che prima sembravano temere ora vorrebbero accadesse in fretta.

Poche ore dopo, mentre sarebbero stati impegnati nel loro elaborato, nel letto di un ricovero, salutava la vita Fabio Ridolfi, coetaneo di molti papà di quegli adolescenti, era completamente paralizzato da 18 anni, annientato da una sofferenza intollerabile. Da tempo chiedeva che si ponesse termine alla sua esistenza, ma il grido di aiuto non arrivava da nessuna parte, forse resistenze ideologiche, forse religiose, forse semplice menefreghismo, di certo disumanità. 

Mi chiedo se abbiamo il diritto di chiedere a quei ragazzini di prendere sul serio la loro prova d’esame e se possiamo invocare il privilegio di valutarli, quando siamo noi adulti stessi, capita di frequente, a non svolgere e consegnare i nostri compiti, posando sulle spalle di altre creature le conseguenze della renitenza, che appesantisce vite già insopportabili.   

Fabio era romanista, prima di congedarsi desiderava che un paio dei suoi idoli lo salutassero. Incredibile, come anche in momenti così estremi una banale carezza possa sollevare intere montagne, strappando un sorriso, sebbene si possa manifestare solo col movimento delle pupille.

Forse la traccia del loro compito avrebbe potuto parlare di Fabio, di quanto possa diventare terribile e ingiusta la vita, soprattutto se ci si ferma soltanto alla propria.  

5 pensieri riguardo “Fabio Ridolfi e gli eterni esami di terza media

  1. Domenico carissimo, mi hai emozionato profondamente ancora una volta.
    Grazie per avermi fatto sentire sentire vivo e responsabilmente parte di una comunità.
    L’unico modo che conosco per crescere dando un senso ai giorni che mi sono concessi.
    Quel senso che i ragazzi in crescita quotidianamente e spietatamente ci chiedono.

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    1. Caro Bruno, il tema del senso nelle giovani generazioni è niente altro che il tema del futuro, della sorpravvivenza di quella maravigliosa conquista che chiamiamo compassione.
      Mi aveva colpito quella grande vitalità dei ragazzini in attesa di un giudizio e poi, nel pomeriggio, il dolore per la necessario scelta di Fabio, che sceglie di andarsene perché non resiste più, messo in attesa per mesi da chi poi pretende di valutare quei ragazzi. È questo che non funziona, la totale mancanza di nessi tra ciò che pretendiamo dalle nuove generazione e l’incapacità di scrutare nel dolore di chi si è visto derubare la propria vita dalla rottura di un’arteria, così, da un momento all’altro. Grazie

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  2. ​Caro Domenico, fa molta tenerezza il suo racconto, grazie.
    Mio figlio ha vissuto un periodo terribile quando era di pochi mesi più grande di quei ragazzi alle soglie dell’esame: all’inizio delle superiori si sentiva schiacciato da impegni decisi da altri, con tempi e modi su cui non aveva possibilità di dire e fare nulla.
    Paradossalmente il blocco della pandemia, con i mesi di DAD, gli ha dato la possibilità di gestire spazio/tempo con più autonomia ed è stato abbastanza intelligente da usare quei mesi per progettare ribaltandole le proprie giornate in modo utile.
    Oggi, per quanto non felicissimo di dover andare a scuola, è sicuramente molto più sereno e rilassato al riguardo.
    Rispetto al passato oggi c’è una dilatazione dei tempi, perché a diciotto anni non si rischia di essere mandati in guerra o non ci si sposa – e nemmeno si lavora stabilmente, aggiungerei. Sembra però che parallelamente per gli adulti i “ragazzi” rimangano tali, sotto tutela, fino a trent’anni minimo, con perdite direi da ambo i fronti. E vicende strazianti come quella di Fabio Ridolfi insinuano il dubbio che per lo Stato si diventi adulti solo nella veste di contribuenti.

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    1. La questione, cara Giulia, tocca tutte le generazioni, intrecciate tra solitudine, sentimenti di inadeguatezza, potenti motivazioni al successo e alla riuscita. Leggevo nei volti di quei ragazzini un miscuglio di questi ingredienti, ereditati da noi grandi che, non contenti di avere inventato (o subito) il gioco e sperimentato tutti i suoi effetti collaterali, lo trasferiamo alle nuove generazioni in una versione, se possibile, ancora più selettiva e crudele.
      Fabio è sceso in corsa, oggi sarà dimenticato. Possiamo anche procedere facendo finta di niente. Fino a quando, la ruota gira, non toccherà a noi, e saremo costretti ad ammettere che abbiamo schiacciato il tasto sbagliato. Grazie

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