Come funziona il tuo mondo interiore e a cosa serve davvero la psicologia

In questi giorni mi sono interrogato sul senso del mio lavoro, forse perché gli anni passano e il mio sguardo si è fatto ancora più interrogativo. Ho sempre pensato che chi si occupa di persone dovrebbe trasferire, sempre che le abbia, le conoscenze necessario affinché ciascuno possa interrogarsi con maggiore consapevolezza su di sé e sulle creature che educa o potrebbe educare.

Niente di più, niente di meno. Nella mia attività clinica, nella trentina di libri scritti, nelle migliaia tra articoli e conferenze, queste ultime svolte nell’arco di circa quarant’anni, in Italia e all’estero, mi sono sempre attenuto a questo principio, aiutare le persone a imparare come leggere il libro della vita interiore, a interpretare i comportamenti, perché questo è il compito della psicologia.

Niente slogan, niente ricette, niente spettacolo.

Durante il Covid avevo deciso, insieme a Skytg24, di predisporre una sorta di percorso ispirato a queste consapevolezze, condensando in 14 mini-video ciò che credo di avere imparato sul bambino, anche se dovrei dire “sulla persona” perché non ci sono troppe distinzioni tra i piccoli e i grandi. Ascoltandoli potrete imparare qualcosa anche su di voi, lo stesso vale quando leggete un mio libro o un mio articolo. 

Vi offro i primi due piccoli video della serie, circa due minuti per ciascuno, il resto lo trovate nella sezione video e podcast del blog. 

1 – Senza ricette si vive meglio

2 – Gli ingredienti dello stile di vita

14 pensieri riguardo “Come funziona il tuo mondo interiore e a cosa serve davvero la psicologia

  1. “Niente slogan, niente ricette, niente spettacolo”.
    Semplice, onesto e “di servizio”.
    Credo che molti vostri “colleghi” -perdoni l’accostamento poco onorevole- dovrebbero prendere nota.

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    1. Mi basterebbe, caro Gianni, che tutti, al netto dei nostri limiti, a cominciare dai miei, tornassimo a considerare che la competenza conta più della forma. Un caro saluto e grazie

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  2. I video che ci hai riproposto costituiscono per me un “abbecedario” di psicologia con lo stesso valore di un farmaco di base ( non dico salva vita, ma quasi). Nella nostra collettività obesa, confusa e disordinata, le grandi opportunità e facilitazioni, offerte alle relazioni interpersonali dalla tecnologia e dalla ricchezza vengono, abitualmente ( mai generalizzare) vanificate da stili di vita problematici. Osservando la superficie delle interazioni quotidiane tra le persone che ho intorno, ( la superficie ,non l’apparenza..) vedo: giovani di 35 /40 maschi che sfrecciano e rombano con Harley Davidson, nei paesini dell’Emilia dove abito, come se fossero in California; ultra settantenni che arrancano in bici, in gruppi segnati da una competitività interna adolescenziale; pensionati intristiti, sciatti, assenti, che si riattivano quando possono riprendere i vecchi rituali competiti in Associazioni e Volontariati di varia natura; operatori sociali, insegnanti ed educatori indistinguibili esteriormente dai loro clienti, pazienti, etc., guaritori improvvisati che non hanno e non possono avere esperienza clinica, che subissano nell’audience chi, invece, è stato a contatto con il dolore altrui per otto ore al giorno per anni. Non voglio continuare. Come ci ricorda Domenico, il dolore mentale ci predispone all’autismo, alla scarsa o nulla intelligenza dei contesti, dei cicli di vita, al loro rispetto come forma di dignità personale. Siamo tutti coinvolti in un magma turbinoso ( di immagini, parole, finte emozioni) che ha come conseguenza un’acuirsi e intensificarsi della fatica e della sofferenza che comporta l’essere attenti, riflettere su come qui ed ora sentirci sicuri e avere confortante considerazione dagli altri e da se stessi., cioè riflette sui nostri fini sani ( adeguati all’età, al contesto, alle relazioni). Certo questo che dico indica una mia relazione di disagio con ciò che ho intorno…spero non sia di “vanitosa superiorita” sugli altri…Grazie ancora a Domenico per la sua semplicità

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    1. Ti ringrazio per le tue parole, credo ti sia chiaro, lo intuisco da ciò che scrivi, che percepisci, come tutte le persone di buon senso, il silenziosamente scivolamento verso un basso che rischia diventare sempre più basso, perché la velocità porta, spesso per necessità, alla banalizzazione. Non è colpa di nessuno o forse è colpa di tutti, ma non possiamo stare a gaurdare. Un caro saluto

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  3. Ovviamente condivido pienamente tutto quello che hai scritto. Se più persone capissero l’importanza della psicologia vivremmo sicuramente in un mondo migliore. Un caro saluto!

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  4. Il mio commento, dopo quello di Gianni è risultato anonimo, forse per errore mio: sono Maurizio Casini, Bibliotecario e pedagogista. Ti seguo praticamente dagli anni 90. Grazie

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    1. Tu lo sai benissimo, caro Mauro, erano i comandamenti della tua generazione di medici. Adesso siamo andati oltre, ma Alfred Adler parlava di psicologia ai tavolini dei caffè viennesi, con le persone comuni. Un abbraccio

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  5. In un mondo che cambia così rapidamente (e spesso in peggio), mi piace questa assenza di ricette preconfezionate e ho particolarmente apprezzato tutti gli strumenti che hai messo a disposizione nel tempo, strumenti adatti a “leggere il libro della vita interiore”, come lo hai chiamato.

    Me ne vengono in mente alcuni:

    – Esempi tratti dall’analisi clinica, che permettono di immedesimarci e capire in modo più profondo la realtà, ma anche spiegazioni comprensibili ai non addetti ai lavori.

    – Nozioni, per dare un nome e un contesto a ciò che proviamo dentro di noi e percepiamo attorno a noi, oltre ai concetti fondamentali (i mattoncini che assemblati tra loro ci aiutano a capire poi le situazioni più complesse).

    – Infine le domande, o dubbi, che ci mettono nella condizione di apertura necessaria all’ascolto e alla comprensione.

    Grazie dottore per questo viaggio insieme, che continua ancora oggi, allargato a tutta la platea che la rete mette a disposizione; una versione potenziata delle lezioni di Alfred Adler, per una società più consapevole e con gli strumenti adatti per migliorarsi.

    Un caro saluto

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    1. Caro Mattia, la tua analisi essenziale mette in evidenza alcuni punti che meriterebbero ulteriori passaggi, ma mi fermo al primo, dove parli del nesso (velenoso, dico io), tra la velocità e le ricette, che sono figlie della medesima frenesia e producono le stesse risposte, ossia l’ossessione a semplificare ancora di più, atteggiamento giusto quando parliamo di cucina, terribile quando invece ci occupiamo della persona. Purtroppo, proprio per faciloneria, moltissimi si lasciano sedurre dalla versione “Bigino” della personalità perdendosi dei pezzi decisivi e finendo per non capire più nulla del paesaggio che si trovano di fronte. Proprio questo, spesso, determina il ricorso alla terapia, non sempre dovuto.
      Proprio per tale ragione utilizzo l’approccio che tu mmostri di conoscere, mettere le persone in condizione di trovare in proprio le risposte che cercano, ma le risposte non valgono una volta per tutte. Per questo il mito della psicologia e della pedagogia che si fanno ricette, quando non spettacolo, genera la desolazione cui alludi.
      Il nostro compito è rendere chiaro, non semplificare. Sono due cose molte diverse. Invece, visto che rendere chiaro è difficile, perché richiede vocazione e studio continuo, tendiamo a semplificare. Per essere ancora più chiaro, un conto è girare l’Italia col Frecciarossa, un conto è percorrerla ccon la bicicletta, solo nel secondo caso può trovare le informazioni che cerchi. Grazie Mattia e un caro saluto

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  6. Leggendo queste parole mi sorgono alcune
    riflessioni che mi portano alla condivisione con
    voi. Sono semplici pensieri che si rifanno alla
    mia ‘esperienza di vita personale e
    professionale nel campo dell’educazione. La
    psicologia che fornisce ricette è molto
    utilizzata in campo educativo con risultati catastrofici: è semplice, immediata, gratifica I’
    autostima di chi la produce.Se tutto viene
    ridotto a sintomo, diagnosi e
    procedura di intervento, tutto appare più
    semplice, immediato e risolutivo. Ma solo in
    apparenza In realtà si corre un grosso rischio:
    quello di perdere di vista la persona, di
    omologarla, di plasmarla ai nostri pregiudizi,
    rischiando non solo di non aiutarla, ma anche
    di danneggiarla. Solo leggendo profondamente
    in noi stessi potremo davvero essere utili all’
    altro e sostenerlo nel processo di crescita.
    Durante il mio percorso professionale e umano mi sono confrontata spesso con la psicologia e i suoi professionisti quando si manifestava in me il desiderio e la necessità di
    essere sostenuta nel percorso educativo di
    alunni in difficoltà, con i quali io stessa mi
    sentivo inadeguata o inefficace nel mio
    operato. Ecco, le esperienze che sono state più
    costruttive e valide sono proprio quelle in cui
    non ricevo ricette o protocolli di
    comportamento da seguire, ma quelle in cui mi
    sentivo accompagnata nell’ approfondire le mie
    emozioni e sentimenti per avvicinarmi a quella
    sistuazione, a quel bambino , a quella famiglia;
    solo dalla immedesimazione e comprensione
    potevano scaturire atteggiamenti e strategie
    per educare al meglio. Un altro aspetto che
    ritengo importante che tutti avete sottolineato
    è quello della velocità. I ritmi frenetici, questo
    martellamento costante di stimoli già dalla
    tenera infanzia, questo vortice che ci stordisce
    senza darci la possibilità di un tempo lungo per
    ragionare, riflettere, pensare o solamente
    osservare, contemplare e ascoltare con il cuore.
    Questo mordi e fuggi perpetuo fa del male alle
    nostre vite e non risparmia nessuno, nemmeno i
    bambini. Anche il mondo della scuola è pervaso da questo atteggiamento che permea le programmazioni educative e didattiche. Si fanno una miriade di esperienze, progetti, eventi in quantità tale e in veloce successione tanto da renderle insignificanti perchè non esite il tempo per interiorizzarle.
    A livello di società invece quello che conta sembra essere solo
    la ” performance”. I bambini non sono immuni da questa richiesta. Tutti dobbiamo essere
    performanti, sempre vincenti. Se non lo siamo
    nella realtà, i social danno la possibilità di
    crearne l’illusione almeno davanti agli occhi
    degli altri. La sconfitta e la sua gestione non vengono contemplate. La performance ormai definisce il nostro
    valore davanti alla società. Mi ripugna questa
    modo di vedere l’ esistenza, dove non puoi essere mediocre, semplicemente triste, in difficoltà, anche semplicemente ammalato. Anche nella gestione della malattia sei chiamato ad essere un super eroe. Credo che questo
    ci possa portare a derive pericolose, anzi forse
    ci siamo già dentro.

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    1. Cara Antonella, è sempre difficile risponderle, al massimo le si può ribadire di essere d’accordo, perché ciò che lei afferma arriva dall’esperienza diretta, dalla capacità di porsi domande, sempre con l’onestà intellettuale che la contraddistingue. Non c’è neppure un filo di teoria, se non implicita e sempre pronta a lasciare il campo alla realtà, che esiste anche quando vorremmo “incartarla” nei nostri ragionamenti.
      Significativo il passaggio dove parla dell’esito delle ricette, ma qui sono di parte perché sempre le avverso per la stessa ragione per la quale non sompatiche a lei, ossia la scarsa aderenza alla singola (irreplicabile) persona. Un caro saluto e grazie di cuore

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