Quando è la normalità a minacciare la nostra quotidianità

Non tutti uccidiamo figli riottosi, com’è accaduto a Gemona del Friuli, o imbocchiamo autostrade contromano, eppure avvertiamo che i protagonisti di tali vicenda sono persone ordinarie, non ci sono mostri.

Sono coinvolti individui che fino a un attimo prima erano indistinguibili da noi. Il delitto di Gemona, ci cattura da giorni per il suo rimando alle nostre famiglie, interessate da tensioni, spesso mascherate a prezzo di grandi fatiche. Sentire raccontare a quella madre che il figlio non voleva saperne di morire, che ci sono volute sei ore prima che spirasse, ci risucchia in una spirale di “normalità”, una strana normalità capace di partorire qualsiasi cosa.

Lo stesso vale per la vicenda di Simona Cinà, anche qui una piattaforma di normalità che all’improvviso si carica di mistero e partorisce un epilogo che lascia senza fiato. Eppure, non vi erano  segni premonitori, ma uno stato di “quotidianità” che non preludeva a nulla che non fosse un sereno ritorno a casa dopo la festa, al massimo qualche piccola alterazione, legata a un bicchiere di troppo o ad altro.  

Anche il camionista che piomba sulla colonna di automezzi fermi sull’Autostrada del Sole, in prossimità dell’uscita Valdarno, uccidendo tre persone innocenti, è uno di noi, come lo era il suo collega, mio paziente, tradito da un colpo di sonno dopo una giornata di guida, che aveva tolto la vita a un ragazzo di venti anni reduce da una giornata di lavoro. Uno di noi anche il trentenne che correva come un pazzo per raggiungere gli amici al mare. Sono morti tre ciclisti.

Possiamo allungare l’elenco ma è evidente che la “normalità” oramai è il vero luogo delle infrazioni, perché potrebbe essersi ammalata senza che noi ci accorgessimo, in un modo subdolo, però, con quella progressione lenta che non permette di cogliere il crinale che separa il prima e il dopo, così continuiamo a sottostimare sintomi che si sono insinuati nella normalità chiedendo e ottenendo cittadinanza.

Ecco perché la cronaca minuta, più degli eventi clamorosi, potrebbe diventare la regina della comunicazione. La cosiddetta “normalità”, infatti, si candida a diventare la principale rivelatrice della parte più riposta di noi, per questo dovrebbe anche essere la prima sede dell’attenzione delle discipline che si occupano della psiche umana. Le risposte che cerchiamo si nascondono spesso nelle sue pieghe, ma forse non si nascondono nemmeno, siamo noi a sottovalutare questa prospettiva, passando oltre perché in fondo la “normalità” è senza peccato, così è lecito limitarsi a guardarla da lontano.

Ma Blaise Pascal non era dello stesso parere, forse senza saperlo aveva intuito l’epilogo di questa corsa a rotta di collo, perché, diceva, “una città, una campagna, di lontano è una città o una campagna; ma, a misura che ci si avvicina, si scorgono case, albe­ri, tetti, foglie, erbe, insetti, zampe di insetti all’infinito”. La normalità vista da vicino non somiglia mai a una bella skyline.

https://tg24.sky.it/cronaca/2025/08/07/casi-cronaca-estate-2025-gemona-simona-cina

6 pensieri riguardo “Quando è la normalità a minacciare la nostra quotidianità

  1. E d’altra parte, come credo abbia detto il dott. Basaglia, “da vicino nessuno è normale”, perché forse una norma come piacerebbe a noi in realtà non c’è.
    Gli episodi che richiami ci ricordano quanto la nostra vita sia sempre sul crinale. Lo sa chiunque abbia mai sfiorato l’incidente stradale (e a chi non è capitato?) o l’esplosione di rabbia.
    Dovremmo riuscire a tenerli come monito per ricalibrare le nostre priorità, schivando la tentazione di incasellarli nella categoria “pecore nere” che tanto ci fa comodo per allontanarli da noi.
    Grazie, Domenico.

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    1. Proprio stamattina pensavo a come si possono distruggere le vite delle persone attraverso il giudizio, che è solo un modo vigliacco per sentirci migliori degli altri, quando in realtà ne rappresentiano solo una copia, spesso peggiorata. Il mondo non è come lo si vede e le tragedie vengono spesso incubate in ambienti quasi indistinguibili da quelli ideali, che pure non esistono. Siamo tutti sulla stessa barca, esposti a sovvertimenti improvvisi e scioccanti. Meriteremmo tutti maggiore compassione. Un caro saluto

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  2. Caro Domenico,
    Lei cita episodi recentissimi che davvero sconvolgono per l’epilogo che hanno avuto, ma, a mio avviso, la parte che più dovrebbe sconvolgere è proprio questa cosiddetta normalità entro cui hanno trovato corso. Io credo che in una società come la nostra si è più soli, il tempo come bene prezioso per sé e per gli altri non esiste più o quasi, le prestazioni lavorative devono essere performanti, i limiti che ognuno per forza di cose ha e che fanno parte di noi devono essere tenuti nascosti o mascherati, il fare ha sostituito l’essere nella scala dei valori… Insomma, in una realtà così la normalità, come dice Lei, può dire altro. È un pensiero che vale in tutti i campi e che richiama la capacità di ognuno di noi di esserci davvero nella quotidianità per gli altri, di avere il piacere di ascoltare e di “stare”… Ormai è sempre più difficile “stare”… Stare nelle relazioni, nel silenzio, negli sguardi… Si va e si corre sempre, cosa che tanto normale alla fine non è… E si mettono in atto comportamenti, anche reiterati, che sebbene non portino per fortuna a epiloghi drammatici, sono segni che dovrebbero mettere in allerta, farci mettere un pensiero, almeno un pensiero, su cosa possiamo fare per cambiare velocità e
    condotta.
    Cordiali saluti
    Antonella

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    1. Cara Antonella. sulla rottura del rapporto tra il tempo e gli eventi si sta consumando una tragedia collettiva di cui non riusciamo ancora a misurare la dimensione e gli effetti, ci stiamo ammalando tutti senza eccezione, ma poi, giusto per trovare un diversivo, pensiamo che gli ammalati siano solo i bambini e. i ragazzi, perché noi non ci guardiamo allo specchio. Un caro saluto

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  3. Caro dottore leggendo lei e gli altri commenti viene proprio da dire che dobbiamo bandire la parola normalità. Ad essa associamo una condizione ordinaria, standard, generale, ideale. Ma si tratta di una realtà asettica, sotto vuoto, in una campana di vetro.
    Perché ciascuno di noi è un grumo di inteferenze, esperienze, relazioni, che determinano le nostre esistenze, le indirizzano, le condizionano. Ciascuno vive in una realtà situata, nello spazio e nel tempo, ivi inclusa quella accelerazione mortifera cui lei accenna, che sperimentiamo bene nelle nostre vite.
    Ecco dunque che parlare di normalità è una astrazione, un concetto inadeguato e inappropriato, incapace di cogliere la molteplicità e le mille sfumature diverse di ciascuno di noi, anche con i risvolti drammatici e tragici che possono avere in alcune esistenze, come nelle vicende da lei citate.

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    1. Caro Gianni, il problema è che siamo duri d’orecchi. Se chiede a venti persone del suo ambito familiare e amicale se pensano di essere individualisti, si sentiranno offese dal semplice fatto che abbia poturo porre una domanda del genere. Eppure, risulta evidente che il problema più grande che ci troviamo di fronte -un problema che potrebbe minare la sopravvivenza stessa della nostrra specie- è costituito dalla tendenza, sempre più generalizzata, a concentrarsi sul proprio interesse.
      Lo stesso accade se ci mettiamo a ragionare di normalità, tutti ci sentiamo normali, ma nessuno riesce a rispondere esattamente se chiediamo una definizione del termine. Io penso c’entri proprio con il concetto di individualismo, Alfred Adler sosteneva che il nostro grado di normalità è determinato la presenza di una buona quantità di sentimento sociale, di genuino interesse verso il prossimo, ma solo poche persone sarebbero disposte ad ammettere che è “l’altro” a renderci normali.
      Se lei ha avuto modo di guardare il video registrato nella cabina del camion che è piombato sulla colonna di macchine ferme sull’A1, si accorgerà che nei minuti precedenti l’autista era molto distratto, guardava qualcosa all’altezza del volante, spero non un film o qualcosa del genere. Ecco, è stato quell’atteggiamento, di completo disinteresse verso i suoi simili, a mettere le basi per la tragedia.
      Un caro saluto

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