Il femminicidio segue sempre lo stesso copione, si parte dai segnali premonitori, si attacca la farfalla per le ali, bastano due spilli e una tavoletta, si prosegue con le prime percosse insieme a certe pretese intollerabili, a cominciare dalle rivendicazioni di proprietà.
Ma ci sono diversi stadi intermedi, che prevedono sempre la donna nel ruolo di colei che subisce insensatezze che a parti rovesciate considereremmo intollerabili. L’uomo dispone e la donna sovente è costretta a deporre ogni velleità. Accade anche nel mondo del lavoro, il perimetro lo decide il maschio, non sono previste deroghe.
Mi sono trovato spesso di fronte a donne che si sentono in colpa solo per avere -anche solo- immaginato una minima ribellione. Alla fine, riescono sempre ad addossarsi la colpa di tutto e diventa difficile, quando non impossibile, aiutarle.
Nei casi estremi arriva il femminicidio, il più delle volte prevedibile. Segue il rito delle esecrazioni ufficiali, della analisi raffinate ma perfettamente inutili, qualche volta, dopo ragionamenti sofisticati, definiamo pazzo il carnefice, ma solo perché mostra un comportamento difforme dalle nostre attese. Così, ogni volta che si verifica inizia la caccia al pazzo e simultaneamente partono le riflessioni funzionali a tale conclusione già scritta, ma la pazzia non c’entra nulla. Dietro c’è dell’altro, occorre lasciare perdere le diagnosi, che danno il nome alle cose ma non è detto ce le facciano conoscere, bisogna concentrarsi sulla trama.
Andare a caccia di follia ci fa solo perdere tempo e ci impedisce di comprendere il senso delle cose, la loro trama. Non ci sono pazzi nel femminicidio, ma solo ex bambini viziati oppure, al contrario, poco amati, sebbene il significato sia lo stesso perché viziare un bambino significa semplicemente non amarlo.
Ai primi, i viziati, fu insegnato, con ostinazione, che fuori dalla loro volontà non esiste alcunché, e chi vuole contrastarla deve sopportarne le conseguenze.
Ai secondi, i poco amati, i trascurati, o coloro che semplicemente si sentirono tali, può fare molto male riaprire vecchie ferite, su di loro il rifiuto fa l’effetto di una terribile reiterazione.
Gli ex bambini viziati e gli ex bambini trascurati sono quelli che faticano di più a trovare una nicchia nella vita sociale. Quando una coppia si rompe, quasi sempre al suo interno dimorava un ex bambino viziato o una ex bambina viziata, perché tale tipologia esistenziale è composta di individui che non furono mai contrastati da piccoli, di persone a cui non fu mai insegnato che la Terra è abitata da otto miliardi di individui. Lui, ex bambino viziato, non li percepisce.
Una terribile complementarità. Insieme andarono incontro a un destino tristissimo.
Il femminicidio è figlio dell’impreparazione della famiglia, della nostra generale incompetenza, ci metto pure quella del sottoscritto, e dell’inadeguatezza del legislatore, incapace di immaginare modalità di contrasto realistiche, anche pedagogiche, non si può esortare a fare figli senza immaginare una poderosa macchina di affiancamento, un welfare competente e capillare. Mi pare incredibile pensare che se qualcuno in un delirio di gelosia decide che ucciderà la compagna, si possa fermare con un dispositivo elettronico, chi percuote o minaccia una donna va fermata e reclusa in strutture immaginate appositamente. Vi è una sproporzione fisica che non offre vie di scampo.
Occorrono forme nuove di prevenzione, è necessario un salto di scala. Pamela Genini, come tutte le sue compagne di sventura, aveva trascorso mesi di inferno, ma aveva desistito dalle denunce, inoltre tanti vicini di casa, soprattutto a Cervia, avevano ricevuto richieste di aiuto, cercando di consolare la ragazza ma fermandosi a quella tacca.
Forse anche l’ambiente deve sentirsi responsabile, deve convincersi che lo stato, nessuno stato, possiede antenne così raffinate da diventare vicino di casa di tutti. Solo una grande azione sociale può fermare i femminicidi, dobbiamo sentirci tutti coinvolti in questa piaga, senza aspettare che tocchi i nostri figli, non si invoca un esercito di delatori ma una presa di coscienza generale, in cui la responsabilità civile non si limita alle lacrime e alle condanne del giorno dopo.
Nel link che segue trovate la riflessione completa.
https://tg24.sky.it/cronaca/2025/10/21/fermare-femminicidio-cosa-fare
“Non si invoca un esercito di delatori ma una presa di coscienza generale, in cui la responsabilità civile non si limita alle lacrime e alle condanne del giorno dopo.”
Anche io ho molto riflettuto su questo aspetto, caro dottore. Molti erano stati i segnali e molte le avvisaglie. E parecchie le persone che li avevano colti, a giudicare dalle dichiarazioni postume rese pubblicamente. Anche su questo versante collettivo occorre immaginare interventi pedagogici. Grazie per questa bella e doveroso riflessione.
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Caro Gianni, oramai si banchetta ordinariamente sul “giorno dopo”, è una sorta di gigantesco Ponte Morandi. Ce ne siamo ricordati solo dopo il crollo, montandoci sopra un grande spettacolo, ma prima nessuno si era preoccupato di manutenerlo. Grazie a lei
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Caro Domenico, grazie per la sua analisi, per le sue considerazioni…Con il mio gruppo di lettori ad alta voce stiamo preparando una lettura ad alta voce sul tema del femminicidio. Progetto creativo di oltre 10 anni fa che purtroppo rimane attualissimo, ogni volta ci auguriamoci di dover sdoganare questo copione doloroso, eppure ci tocca riproporre le nostre letture come forma di denuncia e sensibilizzazione. Parlare del problema, leggere, fare manifestazioni sono azioni che , come lei dice, vanno aggiunte ad interventi istituzionali diversi e preventivi. La famiglia è abbandonata a se stessa, la società è narcisistica e individualista, i pregiudizi sopravvivono trovando nelle tecnologie forme più subdole di affermazione… Serve a poco cercare DOPO il mostro, chi sapeva e avrebbe potuto dare una mano a questa povera ragazza avrebbe dovuto farlo. Non è avvenuto. Siamo tutti presi dal vortice della fretta e dall’alibi della deresponsabilizzazione. Alcune sue considerazioni sarebbero da inserire nel nostro copione! Serve un approccio serio e con strumenti di tipo educativo ed un supporto sociale. Ma stare a parlare dopo e recriminare è una via più breve. Con stima
Antonella
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Cara Antonella, sono partito con un nuovo tour per il Paese, cerco di fare conoscere i pericoli dell’individualismo, a livello pedagogico e civile (il programma lo trova nel post precedente), ma pochi prendono sul serio questo tema, molto legato ai fenomeni come il femminicidio.
Aspetto un vostro invito. Un caro saluto
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