“Armeggio con fucile di mio padre (mai avuti), inizio a smontarlo ed estraggo l’otturatore. Esce una molla, piccola, di aspetto normale, mentre la tengo in mano la molla inizia a diventare sempre più grande e a sfilacciarsi (tipo paglietta). Sento la voce di mio padre che mi dice: l’hai rotto, hai sbagliato un’altra volta”.
“Un bar. Molte persone che conosco, una di loro propone un brindisi e alza il suo boccale di birra, imitato dagli altri. Quando io alzo faccio come loro, mi accorgo che non ho il boccale. Erano tutti seduti, io l’unico in piedi”.
Come avrete certamente capito, quelli appena letti sono due sogni, della stessa persona, e vi sarà anche chiaro che si tratta di un individuo con una scarsissima considerazione di sé.
Qualora volessimo affrontare i problemi di questo ragazzo, un venticinquenne, utilizzando alcune ricette generali, qualche frase a effetto, come purtroppo siamo abituati fare, andremo sicuramente fuori bersaglio. Per intervenire consapevolmente nella vita di una persona, una delle infinite eccezioni dell’umano, dovremmo andare oltre l’atteggiamento sociologico, universalistico e provare a comprendere quale può essere l’atteggiamento giusto per quella persona, per quella singola persona. Siamo partiti dai suoi sogni perché sono vie di accesso importanti alla sua vita mentale, ma avremmo potuto prendere anche altri indizi e li avremmo coerenti con i frutti del lavoro onirico.
Oggi tale modalità, indispensabile, l’unica possibile se si vuole “cogliere” un essere umano, soprattutto quando lo si vuole educare, è colpevolmente caduta in disuso.
È faticoso, perché richiede applicazione e spirito di osservazione e perché non ci permette di copiare il compito del vicino di banco, ma vorrei ricordare che fuori da tale prospettiva non esiste educazione, semmai tentativi velleitari, sovente alla cieca, di venire a capo di situazioni che non si lasciano interpretare se non schiacciando i tasti giusti.
In questi anni, complice la psicologia degli spettacoli teatrali a pagamento e i professionisti influencer, ci siamo allontanati enormemente dai nostri figli e ci troviamo di fronte alla necessità di rimediare o, in alternativa, soccombere.
Dopo il viaggio a Vicenza della settimana scorsa, ieri è stata la volta di Torino, i ragazzi di un liceo la mattina, insegnanti e genitori nel pomeriggio. Lo sforzo è sempre stesso, convincere chi educa, ma anche chi viene educato, a uscire dall’inganno dell’educazione di massa e tornare a esplorare il singolo individuo, a godersi il maestoso paesaggio nascosto all’interno di ciascuna creatura.
Questo, solo questo, è sempre stato l’obiettivo della mia intensa attività divulgativa, editoriale e territoriale, aiutare gli individui a riscoprire la singolarità, scelta preliminare indispensabile se vogliamo accendere qualche lampadina su quei maestosi paesaggi appena richiamati.
Grazie mille Domenico, le sue considerazioni sono essenziali per chi svolge un lavoro educativo. L’educazione di massa proprio non ha dove andare perché ignora le variabili e quelle che lei chiama le stupefacenti eccezioni. Quando a scuola mi siedo in cerchio con i bambini so che ho davanti un gruppo che però è fatto di singoli. Da questa consapevolezza non si può prescindere. La fatica ma anche la bellezza dell’ educare sta in questa singolarità di ciascuno: bisogni diversi, fatiche diverse, stili di apprendimento diverse, sensibilità diverse, storie diverse che segnano oppure agevolano. Nel mio caso anche età diverse, visto che lavoro in una Scuola dell’infanzia.In poche parole identità diverse in sviluppo. Mondi da esplorare e conoscere in tutta la loro bellezza ed unicità. Si fa più fatica? Sicuro! Ma chi vuole proporre e proporsi in modo univoco con interventi fotocopia e strategie generalizzate non fa l’educatore. Cordiali saluti, con stima
Antonella
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Grazie a lei Antonella, solo la certezza di esplorare perennemente nuovi territori, rende il lavoro coi bambini e coi ragazzi una esperienza senza eguali.Quando dimenticheremo tale premessa non ci sarà più educazione ma solo precettistica e sarà la morte della nostra specie e, prima ancora, della democrazia e dei diritti. Un caro saluto
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Uno alla volta.
Bellissimo!!!
Grazie… Ne avevo bisogno.
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“Egli conta il numero delle stelle, le chiama tutte per nome”. Lo sapeva anche il salmista. Grazie a lei
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Grazie Domenico, le sue parole sono un invito a rallentare, a fermarsi ad osservare.
Le notizie degli ultimi giorni che hanno visto protagonisti ragazzi giovanissimi macchiarsi di una violenza insensata possono spingere un genitore verso la paura: e se dovesse mio figlio un domani diventare vittima di una simile violenza?
Poi da questa domanda si passa ad altre che incutono ancora più timore e ci interrogano sulle nostre capacità: e se mio figlio diventasse un ” carnefice”? Come posso evitarlo? Sarò in grado di leggere i segnali e di intervenire efficacemente? Sono io un testimone credibile per lui?
Come diceva nello scorso articolo, i genitori sono tutto per i figli… e allora arriva l’ultima domanda: sono in grado di essere un trampolino per mio figlio o sarò la sua pesantissima zavorra?
Ecco, penso sia la paura a spingere educatori, ed in particolare i genitori, a cercare ” ricette”, magari facili, che promettono una riuscita sicura.
Stare in un momento di difficoltà è faticoso, sospendere il giudizio, pensare che dobbiamo fermarci ad osservare invece di somministare un rimedio può sembrare a molti una perdita di tempo prezioso.
Grazie
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Non bisognerebbe mai scattare foto definitive ai nostri figli. Lavorare con onestà e aspettare è la strada migliore, certo non passivamente, ma nello stesso tempo senza diventare elefanti sulle loro ali. Non è solo un gioco di equilibri, semmai il modo migliore per accompagnare la loro originalità mentre quella si mostra. Se non capiamo dove stanno andando tireremo solo a indovinare. Un caro saluto
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