Ieri, mentre i notiziari raccontano la tragedia di Crans-Montana, nella quale sono morti una quarantina tra adolescenti e giovani -molti altri sono in bilico tra lasciti indelebili e il rischio di non sopravvivere- mi torna in mente l’incidente di Linate del 2001, in cui persero la vita 118 più gli occupanti del Cessna che aveva inavvertitamente invaso la pista mentre il velivolo della Scandinavian Airlines si accingeva a decollare.
Ma, oltre al fuoco che accomuna le due disgrazie, vi sono altri legami, che vanno oltre le palesi imperizie di quegli adulti a cui i ragazzi si sono romanticamente “affidati”. Stavolta non possiamo prendercela con le giovani generazioni, niente alibi, è stato un eccidio perpetrato dai grandi, Sono loro a non avere vigilato, a Linate come a Crans-Montana.
Tuttavia, dobbiamo concentrarci su quegli altri aspetti cui si accennava, tornando su ciò che riguarda le possibili similitudini tra i due incidenti.
Mi colpisce la cascata di smartphone che a Crans- Montana cercano di catturare immagini su immagini, con una voracità che sembra sostenuta dal desiderio di delegare alla tecnologia la lettura di quell’apocalisse e le possibili domande angoscianti.
A questo si associa l’altro demone, l’ansia di documentare la propria presenza, rilanciando immagini “di prima mano” sui social, eludendo ancora il raccoglimento. Io ci sono, quindi valgo. Fenomeno che non riguarda solo i giovani fotografi improvvisati, emozionali. Coinvolge anche noi adulti, persino le persone più datate e dalla struttura interiore prevalentemente tridimensionale.
Un quarto di secolo fa a Linate è accaduto qualcosa di simile. L’aereo si era appena schiantato, c’era concitazione, soprattutto tra i parenti che avevano accompagnato i congiunti saliti sul tragico volo.
Una giornalista cercava insistentemente di avvicinare un uomo sulla cinquantina che, visibilmente consumato dall’angoscia, cercava di sfuggirle., fino a quando, quasi supplicandola, chiese una tregua. “Per favore, la sopra c’è mio figlio!”.
La domanda che allora si fissò dentro di me è la stessa che mi è sorta dopo i fatti della Svizzera, un quesito che fa la differenza, ossia cosa indaghiamo esattamente coi nostri scatti compulsivi, con le nostre domande.
Forse, magari non sempre, le vittime e i fatti c’entrano poco.
Il vero significato degli eventi, anche delle disgrazie, è impossibile da trovare se si innesca un rituale collettivo, all’interno del quale i bisogni di chi guarda sembrano prevalere su quelli di chi è guardato.
È umano, comprensibile, quando la brutalità ci travolge senza mediazioni. In fondo anche così si contrasta il pensiero -censurato per necessità- della morte.
L’importante è averne coscienza, non prendersi in giro da soli.
Di seguito trovate il link dell’articolo completo
https://tg24.sky.it/mondo/2026/01/03/crans-montana-riflessione
Caro Domenico, ci credi se ti dico che non riesco a vedere quelle immagini che stanno affollando i social e le Tv? mi è bastato un piccolo fraim per mandarmi in angoscia completa. Possibile che invece tanti stanno li a vedere e rivedere quelle scene? Hai ragione siamo noi adulti immaturi ! Ti abbraccio e auguro a tutti voi un Buon Anno anche se partito veramente male! ________________________________
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Carissimo Pierluigi, ti ringrazio per queste parole, abbiamo visto in presa diretta come cerchiamo di eludere il dolore e il significato delle cose, delegando tutto alle immagini, che sotterrano ogni cosa con la loro presunta evidenza. In realtà, ogni santo giorno diamo una picconata alla nostra umanità, che non si nutre di immagini ma di applicazione invisibile, di pensieri e di domande. Tu sai meglio di me che tra 48 ore nessuno penserà più a quei ragazzi e alla devastazione dei loro cari, che non guariranno mai dal loro dolore.
Buon Anno, certo partito malissimo, almeno nella nostra quota di mondo, perché altrove parte anche peggio, ma di quelle disperazioni non esistono fotografie. Un caro saluto a tutti voi
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Buonasera Domenico, di fronte a queste tragedie ci vuole riservatezza e compostezza per rispetto della situazione e delle persone coinvolte, è evidente che mancavano tutti gli accorgimenti per una sicurezza del locale non garantita dagli adulti..di pessimo gusto vedere persone continuare scattare immagini e postarle..
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Certo Giuseppe, sennonché questa è diventata la normalità, la scompostezza.
La sicurezza dei locali sembra il punto nodale, soprattutto considerato che quei locali in genere ospitano persone vivaci, abituate a muoversi nel caos e nel rumore, non essendo luoghi di ritiro spirituale. Nel corso di una recente ristruttuzione pare che una scala sia stata ridotta da tre metri di larghezza a un solo metro, dimenticando che in certe circostanze non ci si mette disciplinatamente in fila per uno. Buona serata
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NON IMPARIAMO MAI E POI MAI SBAGLIARE E UMANO MA PERSEVERARE È VERAMENTE DIABOLICO E DI QUESTO SIAMO MAESTRI
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Proprio così, caro Loris. Se riaccadesse domani sarebbe la stessa cosa. La domanda è fino a quando potrà durare. Un caro saluto
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Io credo che un punto molto critico sia la incapacità di immedesimazione, quella giornalista a Linate, così come i tanti videomaker a Crans Montana e chi ne ha ripreso i video, non si sono minimamente messi nei panni né delle vittime né dei loro familiari e questo distacco, questa freddezza, questa distanza è assenza di compassione e in fin dei conti una colossale perdita di umanità.
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È questo il cuore del problema, caro Gianni, l’osservatore conta più dell’osservato, che vale solo in quanto fonte di utilità, vale se è funzionale ai disegni dell’osservatore. Non credo che qualcuno dei fotografi compulsivi si sia chiesto come stanno i genitori delle vittime, è lo spettacolo, l’esibizione di noi a prevalere. Tutto ciò che non tocca la nostra persona è “sfondo”, semplice scenografia per le nostre esibizioni. Un caro saluto
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