Tre anni fa nel mio comune si è votato. A guidare uno dei due schieramenti c’era un uomo non ancora sessantenne, viene da una famiglia semplice, abituata al confronto e al dialogo. Lo ricordo ragazzo, cercare un modo concreto per sentirsi utile. A diciotto anni, scelse il servizio civile al posto di quello militare, chiedendo di lavorare con persone con disabilità. Da lì è seguito il distacco presso la nascente cooperativa “Punto d’Incontro”. Doveva essere un’esperienza di un anno.
È diventata la sua strada. All’inizio come volontario, poi come operatore, successivamente assumendo via via maggiori responsabilità. Negli anni ha contribuito, insieme a tante famiglie e collaboratori, alla crescita della cooperativa, che oggi gestisce servizi diurni e residenziali per persone con disabilità in diversi comuni del territorio. Per lui, parole sue “non si è mai trattato di servizi, ma di relazioni, di diritti, di dignità da riconoscere ogni giorno”.
Mi è tornato in mente in questi giorni, perché mentre percorro la strada per il centro commerciale, in mezzo alla campagna vedo quasi giunto al termine un imponente complesso di strutture, peraltro bellissime, che diventeranno luoghi pensati per rendere vivibile l’esistenza di persone disabili e delle loro famiglie. Un’impresa difficile da immaginare pensando a quel ragazzino che aveva solo “scelto il servizio civile” una quarantina di anni fa e che oggi può dire di avere sottratto alla solitudine una miriade di ragazzi e relative famiglie, non limitandosi alla custodia dei loro corpi, ma alla promozione autentica delle loro vite.
Lui si chiama Vittorio, ma lo chiamano Vito.
Dall’altra parte del fiume Adda, c’è una donna, lei si chiama Virna, altrettanto vulcanica. Visitare il suo “Orto che fa la differenza” è come impegnarsi in un viaggio pieno di sorprese, anche da questo spazio sono passate e passano vite laboriose, esaltate come in un’officina rigeneratrice, un complesso molto esteso, dove, tra orti all’aperto, serre, laboratori musicali e di altro genere, ogni giorno nulla rimane com’era.
Io abito tra l’uno e l’altra, ma il mio orto non fa nessuna differenza, agitarmi non sposta neppure una filo d’erba mentre loro continuano “a mettere ordine” e a interrare semi di querce robuste. Tutto accomuna questi laboriosi “imprenditori del limite” che poi limite non è.
Se affidassimo i nostri figli a Virna e a Vito, invischiandoli come volontari nella loro azione di contrasto alla solitudine, ce li restituirebbero come nuovi, meno intronati di parole e capaci di distinguere tra le cose che contano e le altre, che sono la maggior parte.
A proposito. Naturalmente, manco a dirlo, quelle elezioni le vinse il competitore di Vito.