Famiglia, scuola, ambienti di lavoro. Solo la democrazia funziona e guarisce

Nei libri di psicologia sociale si insegna che esistono diversi tipi di leadership, tuttavia, aggiungiamo noi, la modalità democratica rimane l’unica in grado di favorire l’equilibrio interiore dei soggetti e accrescere il loro sentimento comunitario.

Il percorso inizia in famiglia, è qui che si danno i primi colpi di scalpello alla personalità.

Passato questo cancello, arriva la scuola, un passaggio fondamentale, perché qui si possono smentire o, purtroppo, rinforzare, modelli di leadership errati o addirittura antisociali, come quello lassista, che espone gli individui e la comunità allo spontaneismo, il cui esito è il caos, o quello autoritario, che favorisce il risentimento e il sabotaggio.

Né l’una né l’altra garantiscono prospettive sane, possibili solo in un contesto democratico, perché il riconoscimento del singolo, la valorizzazione del suo contributo, abbatte l’indolenza sociale, infrazione “invisibile” ma letale per i gruppi sociali e diseducativa per i singoli. Attitudine a simulare impegno, fatica, smorfie di dolore, ma in realtà diserzione. Inutile dire che questo atteggiamento diventa un’aggressione agli obiettivi comuni, ma è solo una conseguenza logica, perché se in una famiglia, in una classe, in un’azienda, l’individuo non percepisce considerazione, se teme di non essere parte integrante di un progetto, non avrà alcun interesse a sostenerlo. Un doppio danno alla causa, perché non solo mancheranno i contributi, ma sarà quasi impossibile “stanare” i renitenti.

Tuttavia, molta leadership democratica è solo simulata, talvolta è nient’altro che il volto ingannevole di disegni manipolatori, sia in ambito educativo che professionale. “La mamma non mi diceva mai di no quando, a 16 anni, chiedevo di potere andare in discoteca in motorino, ma subito dopo diventava malinconica e mi ricordava che un anno prima un ragazzino che tornava dalla discoteca era stato investito. Così mi passava la voglia di andarci perché mi sentivo travolto dai sensi di colpa, sapendo che sarebbe stata male. Molto peggio che se mi avesse detto di no”.

Lo scorso anno mi sono imbattuto in un amministratore delegato molto simile a quella madre, durante un webinar che tenevo per la sua azienda. Quell’uomo, peraltro accompagnato da una segretaria in atteggiamento devozionale, celava tratti da vero cane alfa, dietro un’aria mecenatesca e aperta, democratica, in realtà esercitava un controllo totale sui sottoposti e sul flusso degli eventi, preoccupato solo che la sua posizione di vertice non venisse scalfita da intrusioni esterne.       

Così come gli atteggiamenti manipolatori di quella madre creavano distorsioni nel mondo interiore del figlio, una leadership scolastica o professionale apparentemente aperta ma di fatto funzionale a un disegno di dominio, determina sofferenze, spesso causa del ricorso all’aiuto psicologico o addirittura psichiatrico.

Chi “comanda” può infliggere importanti ferite esistenziali in chi è soggetto alla sua autorità, bambino o adulto che sia, danni che diventano più gravi perché i democratici-manipolatori nascondono con grande abilità la loro vera natura i loro disegni di dominio, ponendo i sottoposti in una situazione di dubbio perenne, spesso risolto dando la colpa a se stessi.  

6 pensieri riguardo “Famiglia, scuola, ambienti di lavoro. Solo la democrazia funziona e guarisce

  1. La democrazia è una dura lotta. E’ una lotta con se stessi per metterla in pratica, una lotta per farla rispettare, una lotta per conquistarla. La lotta si fa più dura dove ‘le acque sono inquinate’. Quando mi trovo in situazioni ‘inquinate’, oltre a farmi aiutare, cerco sempre di focalizzarmi sul ruolo delle persone. Mi sono accorta che definendo bene il mio ruolo o quello di chi mi è vicino riesco meglio a rispettare o far rispettare le regole. Certo l’umanità non si inventa e purtroppo si incontrano persone che dicono parole come umanità, democrazia, rispetto senza conoscerne il significato profondo. Io mi rendo conto di lavorare su me stessa per scoprire poi che purtroppo ci vorrà un sacco di tempo per far passare le connotazioni di umanità e di rispetto come ci viene insegnato in questo posto. E’ un lavoro che ci tocca per migliorarci e migliorare un ambiente inquinato in tutti i sensi. Una dura lotta.

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    1. Democrazia si potrebbe tradurre come capacità di tenere conto dell’altro. In questa precisa fase storica, ad esempio, abbiamo
      capito benissimo che esiste un gruppo di cittadini, non tanto ristretto, mutilato di questa dimensione. Lo sapevamo anche prima della pandemia, le città sono piene di segni delle piccole vendette di persone scontente, che non si sentono parte del gruppo umano allargato e al cui destino sono disinteressate, ma anche in questi casi ci dovremmo chiedere da dove arriva tanta ostinazione, l’ottusa chiusura in uno spazio talmente angusto che presto sarà privo di ossigeno. Forse qualcuno nella filiera educativa, o anche lavorativa, qualche passaggio l’avrò mancato. Alla fine, Dani, le cose non accadono mai a caso. Se un genitore, un insegnante o un datore di lavoro, dimentica le ricadute delle proprie azioni od omissioni, ci sarà un prezzo collettivo da pagare. Spesso saranno proprio coloro che si sono dimenticati di svolgere un compito, che invocheranno misure severe per chi sbaglia.

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  2. Carissimo Domenico, il tuo articolo mi sollecita a riflettere sul concetto di democrazia come riconoscimento del singolo e valorizzazione del suo contributo, tema per me sempre più difficile.
    Se democrazia significa governo del popolo e tradotto in pratica inevitabilmente diventa “una testa un voto e vince la maggioranza”, io ho un problema.
    Che peso ha il mio pensiero, la mia posizione in una scelta da compiere per il bene della comunità?
    Se quel poco di consapevolezza che faticosamente riesco a costruirmi conta tanto quanto l’inconsapevolezza, l’ignoranza e la pigrizia che permeano la coscienza della maggioranza delle persone che costituiscono la comunità alla quale appartengo, dove stanno -nell’esercizio della democrazia- il riconoscimento del singolo e valorizzazione del suo contributo?
    Mi sembra di intravedere questa sensazione in molti sguardi persi dei giovani che incontro.

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    1. Il peso delle azioni singole, caro Bruno, spesso ci sfugge, come ci sfugge la funzione che svolge un singolo elettrone nello scambio
      tecnologico tra me e te, in questo momento, eppure quella particella esiste, e ci fa comunicare, nello stesso universo in cui i buchi neri divorano ogni cosa sfiori il bordo del loro disco. Per quanto possa sembrare incredibile, la materia è prevalsa sull’antimaterie per un numero piccolissimo di atomi, immagina un ballottaggio elettorale, a Milano, in cui il candidato buono vince solo per 2 voti, appena due voti, un niente, e tuttavia senza quel niente si rivelerebbe il senso della convivenza.
      Ecco, Bruno, la democrazia grava sulle spalle di chi, tutti i giorni, sente la responsabilità di fare la differenza e non demorde, neppure quando viene travolto dal pensiero di essere inutile. L’arco temporale su cui valutare il peso di un singolo contributo, è più esteso di quanto osiamo solo immaginare. Ti ringrazio tanto.

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  3. Leggo e rileggo l’ultimo capoverso del suo scritto e avverto come una impossibilità a prenderne le distanze, se non valutandone gli effetti. Chiarissimo il meccanismo illustrato. Difficile il dirsi estranei. Possono funzionare i meccanismi di auto censura? Faccio un rapido esercizio matematico: se io, che non sono parte importante in una catena decisionale, posso valutare gli effetti potenti e prepotenti del mio agire sugli altri, come sarà l’effetto dell’esercizio del comando da parte di chi lo esercita in modo spregiudicato e tracotante? La ringrazio dottore delle “chiamate” alla riflessione anche su di sé.

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    1. Cara Laura, se potessimo contare le vite rovinate o addirittura soppresse dalla prepotenza di chi ricopre posti di responsabilità, forse sarebbe meglio dire di potere, dovremmo metterci in ferie per un paio di mesi o addirittura prendere un anno sabatico. Qualche anno fa una ragazza si era iscritta a un corso di laurea a Milano, dopo un mese si era ritirata. Le avevo chiesto come mai avesse cambitato idea così repentinamente.
      La settimana successiva si era presentata con uno dei libri d’esame. “Questo non riesco proprio a capirlo”. Il libro l’avreva scritto il titolare del corso. Non era stata la sola ragione del ritiro, ma quel testo aveva rafforzato i suoi vissuti di inadeguatezza. “Lasciamelo, se non ti scoccia, vorrei dargli un’occhiata”, le dissi.
      Dopo alcuni tentati di lettura, abbandonai a pagina sette. Era illegibile, autocompicente, incomprensibile. Il problema non era della ragazza ma del docente.
      Questo è uno dei mille e mille atti di sopraffazione (che cambiano la vita) che si manifestano ogni santo giorno.
      Inutile dirle che la riflessione e l’autoriflessione, toccano tutti. Non ci sono purosangue tra noi umani. Certo, tra un errore, magari involontario, un intervento maldestro, frutto di incapacità o sfortuna, e una sistematica interferenza negativa nel destino altrui, corre una bella differenza.

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