Cosa raccontano il disagio psicologico, di grandi e piccoli, i disturbi dell’apprendimento e il dibattito sui bonus

Riprendiamo la riflessione iniziata il 2 gennaio scorso, con un post che già nel titolo, volutamente lungo – “Se vogliamo parlare di disturbi dell’apprendimento dobbiamo tornare a studiare l’età evolutiva” -, poneva una questione preliminare a tutte quelle legate al benessere e al malessere giovanile, nella scuola e fuori da essa, mi riferisco alla necessità di riconoscere i meccanismi di funzionamento della personalità di bambini, ragazzi e dunque di ciascuno di noi, poiché le impressioni prese nei primi anni di vita tendono ad accompagnarci a lungo.

In questi giorni si dibatte sul bonus psicologico, apparentemente figlio dell’emergenza pandemica, in realtà parte integrante della cultura che, volontariamente o meno, finisce per clinicizzare il malessere esistenziale, in larga misura interpretabile alla stregua di comunicazioni sul proprio stato interiore e non certo come patologia. Una preziosa occasione per capire la guerra partendo dalle testimonianze dei soldati al fronte e non da teorie da mediatiche.

Sarebbe interessante, tanto per cominciare, parlare di violenza giovanile seguendo questa strada, magari spiegando cosa dovrebbe fare un ragazzino che si sente definitivamente fuori dai giochi, sensazione alla radice di disastri che possono solo ingigantirsi, se i messaggi e i bisogni non saranno colti nella loro essenza. Per superare la cultura poliziesca di molti rappresentanti pubblici, bisogna aiutarli a capire, cosa difficile, ma certi lavori esistono per questo, per rendere chiaro ciò che può non esserlo.

Quando si ragiona del danaro della comunità, come se non appartenesse a nessuno, bisognerebbe ricordare che la spesa dello Stato, soprattutto in questo settore, andrebbe qualificata, concentrandosi sul bisogno, struggente, delle giovani generazioni di avere una vita psichica e sociale migliore, dotata di un senso.

Un bisogno, però, stretto in una forbice perversa, che da una parte gli impedisce di imporsi, in quanto i malesseri sottostanti sono spesso invisibili, finché non si palesano in modo clamoroso suscitando risentimento sociale e risposte viscerali, dall’altra lo affronta quasi sempre in maniera emotiva ed emergenziale, investendo, ma dimenticandosi di controllare i processi e i risultati.

Chiunque investa grandi quantità di risorse collettive dovrebbe innanzi tutto partire da una progettualità chiara, non certo o non solo dall’emergenza, dovrebbe inoltre essere in grado di controllare tutta la filiera, chiedendo conto di ogni euro speso e tutelandosi con azioni doverose, ad esempio, pretendendo, nel caso dei disturbi dell’apprendimento, che tra chi certifica e chi cura vi sia una cesura netta, invalicabile, pena l’esclusione da ogni accreditamento e contributo.
Infine, chi spende dev’essere in condizione di mettere in conflitto d’interesse gli attori impegnati in ogni segmento del processo, affinché ciascuno si faccia contraltare dell’altro e partecipi al perseguimento di risultati che devono essere verificabili.
Nessuno può scrivere la storia di Cesare considerando solo il De Bello Gallico.

Alle categorie professionali, psicologi, psichiatri, educatori, spetta il dovere di dimostrare la propria competenza, attraverso programmi e interventi di comprovata efficacia, non basta accendere questioni sindacali, perché non si tratta solo di riempire caselle. Le persone che abitano una comunità, soprattutto quelle che non riescono a farsi una ragione della propria marginalità e delle proprie sofferenze, chiedono un posto dignitoso tra i propri simili, perché questo si realizzi occorre una politica di altissimo livello, una rete di progetti e di professionisti preparati, motivati e controllati, anche nei risultati, altrimenti è solo spreco. Soprattutto di vite.

4 pensieri riguardo “Cosa raccontano il disagio psicologico, di grandi e piccoli, i disturbi dell’apprendimento e il dibattito sui bonus

  1. Completamente d’accordo. Le sue proposte sono validissime, ma senza una politica seria, competente e di alto livello morale non ne usciamo. A parole sono tutti bravi, ma nei fatti mi basta guardare il mio settore (istruzione) per constatare come negli ultimi decenni abbiamo avuto politici e ministri incompetenti, senza idea di cosa sia un bambino, un ragazzo, un adolescente, senza capacità di ascolto, di analisi e di ricerca di soluzioni efficaci. La scuola è diventata un miscuglio di contraddizioni e confusione, pandemia a parte. I problemi partono da lontano e ogni governo che si succede fa la sua sparata, inefficace, solo per avere clamore e accontentare qualcuno per ottenere voti. Affrontare i problemi e talvolta risolverli é possibile. Ma quando accade non è merito della politica, ma di chi si impegna ogni giorno, nell’anonimato, con la sola e immensa gratificazione dei risultati ottenuti dai ragazzi: sono stuoli di docenti, educatori, psicologi, terapisti della riabilitazione, volontari, genitori attenti. Ma questo non basta…

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    1. L’aggravante di quello che lei argomenta, cara Antonella, è che le figure competenti e applicate sul campo, si sentono mortificate davanti allo spettacolo dell’improvvisazione, ma credo che questo sia responsanbilità di tutti noi cittadini che, forse per pigrizia o stanchezza, non esercitiamo mai un vero controllo sociale sulle istituzioni. Immagino cosa significhi per chi conosce davvero la scuola, perché la vive ogni giorno, vedere cambiare un ministro ogni due anni, quando va bene. Nemmeno il tempo di prendere le misure del proprio ufficio.
      Questo crea un vuoto di progettualità e di potere che viene colmato da altri soggetti, diversi dalla politica, che tuttavia non accettano mai la responsabilità della loro azione, spesso più centrata sugli aspetti occupazionali che a quelli pedagogici.
      Ci occuperemo di queste distorsini in una prossima circostanza. Abbia pazienza, Antonella, la riflessione sulla scuola è appena all’inzio, almeno su queste pagine. Grazie.

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  2. Buongiorno Domenico, compagno dei miei mercoledì mattina ( ho scelto l’ opzione di ricevere la sua newletter una volta la settimana, di mercoledì appunto).
    Rifletto oggi su quanto scritto :”Chiunque investa grandi quantità di risorse collettive dovrebbe innanzi tutto partire da una progettualità chiara”.
    Grandi o piccole le risorse impegnate, sempre comportano impegno ed energia degli organizzatori e degli interlocutori e la mancanza di progettualità chiara ne causa dispersione, oltre che delusione delle aspettative di chi ci ha lavorato e di chi attendeva un risultato. Anche nel volontariato. Tentativi di intraprendere strade per il bene collettivo che mancano di progettualità chiara ai promotori in primis portano all’ allontanamento dell’animo volontario che c’è in ognuno.
    Bisogna cercare la corda giusta e trovare persone guida efficaci e competenti.
    Non ci si può nascondere sempre dietro all’altro che non capisce e che non recepisce. Servono vertici capaci di avere spirito di progettualità, leader capaci di trasferire e contagiare. E il coraggio di verificare controllare i risultati. Per farne un nuovo progetto, se necessario.
    Tanto più oggi, che la colpa di ogni insuccesso ricade sul Covid.
    Buona settimana

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    1. Non avevo pensato al Covid come alibi, questa osservazione mi piace, ma nelle sue innumerevoli mutazioni può starci anche questa, che forse non uccide ma non è meno dannosa di quelle delle quali abiamo imparato i nomi.
      Resta il fatto, cara Mariapalma, che spendere senza progettualità, come lei riflette, è peggio che non spendere, anzi molto peggio perché i soldi spesi male posso favorire abitudini contrarie all’interesse dei destinatari.

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