Ma Dio non è cretino. I bambini e il trascendente.

Il penultimo volume della collana illustrata “crescere senza effetti collaterali”, si intitola “Il coraggio di pensare a Dio”. 
Come i suoi fratelli è stato tradotto anche in Cina, Paese piuttosto diffidente verso i temi spirituali, almeno a livello istituzionale, tuttavia, credo sia accaduto perché si tratta di una proposta rispettosa, dei bambini e delle religioni, sebbene piuttosto schietta, già dalla copertina, anzi dal titolo che, nella prima stesura, era un pugno nello stomaco. “Dio non è cretino”. 

L’editore mi aveva lasciato piena libertà sul titolo, malgrado condividesse in parte le perplessità del distributore, che lo riteneva troppo diretto. Oggi, lo confesso, sono pentito di avere ritenuto indifferente la questione del titolo.

Lo penso spesso, ancora di più in questi giorni di guerra, con le religioni più frantumate dei Paesi che si combattono, lo pensavo ieri mattina, quando per strada avevo incontrato Abu (nome di fantasia), un senegalese che vive da un paio di decenni qui, è musulmano.

Si avvicina, mi chiede se sto bene. Non è molto che tornato dall’Africa. Mi dice che le sue mogli stanno bene, “anche se l’ultima è una rompiscatole, ma non lascerò, semmai ne sposo un’altra. Mi fa troppe domande, fastidiose, le donne devono stare un passo dietro gli uomini, devono stare al loro posto”.

Conosco le sue idee, inutile discutere, le religioni ammettono conciliazioni solo su temi che non toccano la vita quotidiana. Quando si affonda il coltello nella carne viva della realtà, si fa difficile. Già questo dice tanto di esse.

Lui rincara la dose. “In azienda la moglie del mio capo gli dice di stare zitto e lui tace, non è possibile che comandi una donna”. Abbozzo un sorriso, sa come la penso e cerca di non esagerare, ma, forse nell’ansia di avvicinare i lembi, mette sul piatto un argomento forte, anzi risolutivo. “Dimmi quando mai si è vista una donna celebrare una messa”.
“Hai ragione”. Mi limito a dire, perché è la verità.

Ecco, attribuire a Dio le discriminazioni verso le donne di cui sono responsabili solo le religioni, significa considerarlo davvero un cretino, ma vale per molte altre questioni aperte, a cominciare dall’omosessualità, riduzionismi mortificanti, a misura d’uomo, anzi, di religione. Chiudere Dio in un barattolo sigillato. 

È qui che inizia l’agonia della parte sana delle confessioni, che oggi pare inarrestabile, un dramma anche per i non credenti, perché qualcuno disposto a ricordare agli uomini l’esistenza di un piano superiore è necessario. Ma non basta più la parola, una scappatoia a cui molti si attaccano come cozze sugli scogli, salvo scoprirne presto la friabilità.

Gli stessi bambini necessitano di religione, per loro è decisivo percorrere sino in fondo la filiera dell’origine, devono trovare l’Atlante sulle cui spalle appoggiare domande esistenziali estreme, di cui sono pieni. È disperante per un piccolo immaginare che tutto nasca dal caso o che si smarrisca nell’ignoto, senza una spiegazione.
Troppo astratto. Sarebbe, per molti di loro, un vuoto pieno di angoscia. 

Ma Dio non si può raccontare ai bambini con le parole, così come non li si può educare solo con le parole. A loro possiamo dire tutto quello che vogliamo poi, però, dobbiamo essere in grado di drammatizzare quanto andiamo dicendo, senza smentirlo. Proprio qui si crea un crinale aspro, perché è difficile dimostrare che crediamo in questo passaggio, presente nella quarta di copertina di quel volume: “Una cosa è certa, se esiste è il padre di tutti e dunque rende gli uomini fratelli”.
Senza essere convinti di questo scomodissimo asserto e delle sue conseguenze, è inutile, anzi sbagliato, parlare di Dio ai bambini, perché si uccide la loro religiosità e la nostra stessa credibilità pedagogica. Neppure i bambini sono cretini.

13 pensieri riguardo “Ma Dio non è cretino. I bambini e il trascendente.

  1. Grazie Domenico.
    Arrivata in fondo all’articolo mi è tornata in mente una scena del film Jona che visse nella balena, con l’ultimo insegnamento materno al piccolo Jona: “Tu guarda il cielo e non odiare mai”.
    Forse un genitore non può fare molto altro che invitare a non cercare tra le ghiande (come direbbe Guccini) e ad agire senza veleno, poi ogni figlio cercherà le proprie risposte.

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    1. Stamattina, un amico mi raccontava che quando era bambino la sua mamma, molto preoccupata per un’anziana signora
      rimasta vedova e sola, la notte andava a tenerle compagnia. Ciò che accade nella nostra famiglia, diventa quasi sempre la piattaforma su cui appoggeremo pensieri e azioni successivi. Non saprei se il mio amico sia diventato vescovo per quegli insegnamenti della madre, ma non mi sentirei di escluderlo. Un caro saluto

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  2. il fatto di essere fratelli non implica necessariamente amarsi e rispettarsi, a cominciare da Caino e Abele. E questo i bambini lo capiscono benissimo. Buona Pasquetta a tutti Nicoletta

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    1. Grazie Nicoletta, aggiungo che non solo i bambini capiscono, ma in generale i rapporti tra fratelli sono lo specchio di quello che accade nella società allargata. Quando i genitori si dicono sgomenti per le liti tra i figli, talvolta veri scontri fisici oltre che dispetti, e mi chiedono come comportarsi, rispondo che a noi genitori non è dato sospendere la belligeranza ma abbiamo l’obbligo di stabilire le regole del gioco o d’ingaggio, se vogliamo usare questo termine. Ad esempio dire che la violenza fisica non è ammessa mi pare perlomeno doveroso.
      I conflitti tra fratelli sono inevitabili, la materia del contendere è la stessa che rende noi aduloti gelosi e aggressivi, ma questo non può autorizzare comportamenti lesivi, ossia non può vincere il metodo Caino, per citare gli stessi riferimenti che propone lei.
      Proprio il Papa, detto da laico, in questi giorni affermava che nella disputa tra Caino e Abele oggi pare abbia vinto il primo.
      Esattamente questo sono chiamati a evitare gli educatori, così come sono chiamati a proporre e testimoniare comportamenti non lesivi dell’interesse altrui. Possiamo prendere ad esempio il malcostume sociale della raccomandazione, che nega alla radice l’idea di fratellanza, peraltro creando enormi danni collettivi.
      Spesso, infatti, i raccomandati sono degli incapaci, primo danno.
      Non di rado i concorrenti danneggiati diventano indolenti sociali, come conseguenza del risentimento maturato per l’ingiustizia subita.
      Che i bambini capiscano eccome, è detto nell’ultima riga del post. Che gli adulti abbiano il compito di educarli e correggerli mi pare altrettanto certo. Buona Pasquetta a che a lei

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    2. Mi trovo d’accordo sul fatto che i bambini capiscono che lo stato di consanguineità non significhi necessariamente amore e rispetto. Il detto “fratelli coltelli” lo conferma. Tuttavia la famiglia resta per loro il paradigma su cui imparano a costruire il proprio sistema valoriale. Fondamentale ritengo quindi lo sforzo di noi adulti nel dimostrare loro, con l’esempio, che non si debbano amare e rispettare gli altri perché parenti ma che tutto il prossimo, vicino, lontano, bianco, nero, consanguineo o sconosciuto meriti amore, compassione e rispetto.

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      1. Grazie Tiziana, credo che le sue parole attestino, una volta di più, che il lungo viaggio verso il prossimo, il nostro
        destino, cominci proprio dalla famiglia. La piccola “Costituzione” di quest’avventura, che fa degli esseri umani una specie cooperativa, deve essere scritta a chiare lettere, fin da subito, tra le mura di casa, quando lo stile di vita del bambino inizia a modellarsi. Più tardi sarà difficile usare lo scalpello, perché la materia si è consolidata.

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      2. È proprio così, e stringe il cuore vedere come a molti bambini la possibilità di una salda e amorevole guida in famiglia sia negata a priori….

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  3. Non comprendo la precisazione della signora Nicoletta.
    Se è una constatazione, passi. Purtroppo siamo ancora lontani dalla consapevolezza della fratellanza universale, è un dato di fatto.
    Se è invece una giustificazione, per sentirsi in pace la coscienza e continuare a non rispettare “le diversità”, allora non ci siamo per nulla.
    Ottimo l’ articolo, dovrebbe ispirare tutti, religiosi e laici.

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    1. Credo Nicoletta sottolineasse la capacità dei bambini di cogliere il cuore delle questioni, talvolta meglio degli adulti,
      aspetto sul quale sono pienamente d’accordo, a questo proposito mi permetto di consigliare a entrambi l’articolo contenuto in questo link.
      https://www.repubblica.it/salute/medicina-e-ricerca/2020/02/26/news/coronavirus_i_bambini_ci_ascoltano-249644331/
      Nello stesso tempo credo lei tocchi un tasto dolente, quello della “diversità”, spesso presa a pretesto, soprattutto da politici singolari, ma non solo da loro, che accettano di buon grado i naufragi dei barconi nel Mediterraneo mentre sembrano meno seccati l’arrivo dei poveri ucraini. Comportamento grottesco, si tratta infatti di persone che ostentano la loro fede cattolica. Questo, proprio questo, è il punto, l’idea di fratellanza non può escludere i conflitti ma non può nemmeno essere settoriale o dipendere dai gusti cromatici.

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  4. Comprendo quello che dice Nicoletta. La fratellanza non nasce dall’essere consanguinei, dal volerci bene perché lo prescrive una religione, magari stando ben rinchiusi e protetti all’interno di un gruppo ristretto, che sia religioso, politico, sociale… La fratellanza nasce dalla consapevolezza di appartenere all’umanità intera e dalla somma delle esperienza educative che abbiamo vissuto. Non è fatta di parole, ma di gesti e testimonianza. Questo, secondo me, è qualcosa di straordinario che può veramente dare l’opportunità di riscattare la propria esistenza quando le cose non sono andate per il verso giusto. Nella mia esperienza di vita è stato così. Dico questo pensando ai tanti incontri autenticamente “fraterni” che hanno cambiato la mia vita letteralmente, proprio quando le mie esperienze famigliari non erano propriamente costruttive e salutari.

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  5. Ho avuto la possibilità di avere tra le mani il testo sin dalla sua prima uscita. L’ho utilizzato e tutt’ora lo utilizziamo nei percorsi di catechesi dell’iniziazione cristiana dei piccolissimi. Ritengo illuminante l’invito ai bambini a ‘guardare in alto senza perdere l’attenzione verso i loro simili e senza lasciarsi confondere da coloro che innalzano edifici ingannevoli proprio sulla traiettoria del loro sguardo innocente’… operazione complessa anche in contesti parrocchiali dove spesso alcuni atteggiamenti rischiano di ‘nascondere la vera grandezza del sentimento religioso facendo sembrare Dio un “piccolo uomo”. Tanti genitori apprezzano e condividono. I risultati che verranno Dio solo li conosce; personalmente preferisco avviarli così…

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