Un 25 aprile da educatori

Non pensavo di scrivere un post per il blog sul tema del 25 aprile, fino a quando sono uscito a fare due passi nella cittadina dove abito, rimanendo colpito dalla desolazione che vi si respirava. Mancava qualcosa di importante, si avvertiva come una mutilazione grave.

Tutti gli anni, in questo giorno, così decisivo per gli italiani, l’amministrazione cittadina pavesava la via principale di bandiere tricolori. Bambini e adulti si sentivano interpellati dalla coreografia, persino educati, perché ognuno era costretto a domandarsi la ragione di tanto colore. I bambini e i ragazzi, soprattutto, senza porre domande, si sarebbero impregnati della “naturalità” della ricorrenza.  

Pochi mesi fa è cambiata la guida del comune e i nuovi arrivati si sono distinti subito, secondo un’impronta culturale propria, cercando di silenziare quelle memorie che disturbano le loro sensibilità.

Ma toccare la memoria, oltre che diseducativo, è significativo, perché ciò che le persone vogliono dimenticare ci dice chi sono, quale idea del mondo e della convivenza si è impiantata dentro di esse. Quindi, suggerisce da cosa dobbiamo difendere noi e le nuove generazioni.

Questo certamente è un compito pedagogico, e per tale ragione merita ospitalità qui. 

Per comprenderlo meglio racconto il resto della passeggiata di stamattina. Una nonna porta nel passeggino un maschietto, mi capita di incontrarla e ogni volta rimango scosso per delle ore. Sua nuora, appena trentenne, è morta di cancro sei mesi fa, lasciando due bambini piccoli. 

Mi sono messo a giocare con lui, che rideva, contagiandomi, senza però liberarmi dalla malinconia. Da padre, o da nonno, mi caricavo del seguito. Quel sentimento lo riconosco, si chiama compassione, mi sentivo investito di ciò che la serena incoscienza di quel bambino non poteva prevedere, e lo avvertivo come mio. I suoi sorrisi, accompagnati da vagiti contagiosi, sono il mio 25 aprile, mi liberano dallo squallore di quella via principale priva di bandiere, e dunque di vita e dunque, ancora, della compassione che avrebbero acceso quei simboli, ricordandomi coloro cui dobbiamo le libertà di cui godiamo, anche quella di perdere la memoria, condannandoci, però, in un girone minore dell’umanità. Girone che, evidentemente, tanti sentono proprio non essendo certi di poterne abitare altri, impoverendosi e impoverendoci.

Ecco perché non dobbiamo mai disinteressarci di chi vuole governarci, non importa il loro colore, dobbiamo esercitare un costante controllo sociale su chi pretende di guidare le nostre comunità, e dobbiamo insegnare a farlo anche ai nostri figli.  
Sta a noi educatori, quale che sia il nostro credo politico, tenere viva la certezza che siamo figli di una storia, che nessuno può modificare per ignoranza, pigrizia o malafede, dobbiamo farlo perché senza questa premessa morirà la compassione di cui si diceva e, oltre alle bandiere, spariranno i valori civili contenuti nel messaggio di un caro amico, che vive a Roma e mi augura così buon 25 aprile: “Esco sul terrazzo. Mi affaccio sulla città e mi sforzo a guardarla con gli occhi di un uomo libero. E già che ci sono ti immagino affacciato ad un altro balcone con lo stesso sguardo. Buon viaggio, amico”.

Facciamo attenzione a chi dimentica le bandiere. Non succede mai per caso.  

18 pensieri riguardo “Un 25 aprile da educatori

  1. Non è facile commentare in poche righe il suo articolo sul 25 Aprile.
    Posso solo appropriarmi di quanto disse fabrizio De André durante un concerto a cui ebbi la fortuna di assistere: “Non ho la pretesa di insegnare niente a nessuno, è già bello se riesco a creare qualche emozione all’interno di ciascuno di voi”. Ebbene, questo articolo ha raggiunto fortemente tale scopo.

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    1. Gentile Gian Luigi, la ringrazio per avere letto e per le sue parole. Le emozioni ci aiutano a costruire le basi per
      articolare ragionamenti di comune utilità, dunque possono rappresentare una bella piattaforma pro-sociale.
      Un caro saluto e grazie ancora

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  2. stamani mi sono svegliata con la nostalgia cocente per mio padre, la sua lotta da partigiano, le sue parole che mi hanno fatto crescere. Sono trascorsi quaranta anni dalla sua morte e io, ormai anziana, avrei ancora bisogno del suo sguardo sul mondo. buon 25 aprile

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    1. Il suo papà, chiamiamolo così, è più tenero, il mio papà, tanti altri papà, nati a cavallo tra la Prima e la Seconda
      guerra, la lezione l’avevano imparata, cara Nicoletta, adesso, sommersi dallo scorrere velocissimo degli eventi, dimentichiamo quello che è accaduto l’altro ieri.
      Io e lei siamo fortunati, perché quelle persone “lente” e poco chiacchierone, sono riuscite a lasciarci la certezza che la vita è una cosa seria, ma anche fragile, che deve essere custodita con cura sacrale. E non sempre basta, lo abbiamo sperimentato in questi due mesi, quando quella di tanti è entrata in balia di una sola volontà, un ex bambino a cui forse è mancato un papà come il suo. L’educazione, incredibile a dirsi, può diventare persino dramma collettivo. Grazie

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    1. Grazie a te Virna, ricordare serve anche, se non soprattutto, a riscoprire l’essenza di ciò che ricordiamo, a capire come ci modella e le ragioni per le quali non possiamo privarcene. Buona giornata

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  3. Adesso che sono pensionato, grazie al tuo articolo ho RICOMPRESO la parola liberazione. Si perché fino ad oggi il 25 aprile era la giornata della liberazione dal datore di lavoro e aprofittarne per i lavori di casa. Ciao, grazie e un caro saluto a tutti🙋‍♂️

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    1. Grazie a te Fabio, sono contento per l’esito. “Quella” liberazione, per il nostro paese, precede tutte le liberazioni, rendendole possibili.

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  4. Buongiorno Domenico
    ho letto con molta attenzione una prima volta… poi ho riletto ancora una seconda volta con attenzione al quadrato, perché ho percepito l’importanza di ciò che mi comunicavi, ma anche il pericolo di cui mi avverti …ci avverti.
    Un certo prof. Benelli docente di Filosofia del linguaggio all’Università di Genova, mi spiegò il valore del racconto che semanticamente nasce nell’origine del vocabolo “ri-conto”. Storia e stile narrativo costruiscono il racconto, passaggio dopo passaggio, raccontare vuol dire costruire un progetto narrativo, ma la sua potenza nel trasmettersi nel tempo da persona a persona è quello che sia sempre integro non deformato, completo in tutte le sue parti, passaggio dopo passaggio. Ecco perché chi ascolta più volte una stessa storia, ricorda al narratore le parti mancanti, saltate, non riportate o aberrate con altri significati. Ri-contare i pezzi della storia e ri-contarli sempre anno dopo anno per controllare che non si siano persi o dimenticati. Perché ti scrivo questo? Tu già sai quello che ti sto scrivendo ma grazie a te ho compreso che se le vecchie generazioni non si prendono la cura di raccontare “la storia” quella Vera, vissuta da loro, dai loro nonni dai bisnonni, perché ben sappiamo che a scuola certi racconti sono noiosi e non prendono l’attenzione dei ragazzi, non ci saranno bandiere, ne ritualità significative, ne ricordi puntuali ma solo sfocati aneddoti ad uso e consumo di coloro che tirano acqua al proprio mulino. Grazie ancora per condividere con me il valore delle tue riflessioni.

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    1. Cara Laura, l’accelerazione vertiginosa e la proliferazione degli stimoli produce oblio, l’effetto è che la strada che ci siamo lasciati alle spalle, il passato, sparisce alla vista, sommersa da tutto ciò che vi si deposita, impedendoci così di ricostruire la Storia e le storie. Ecco, ricordare è l’unico modo per tenere pulita quella strada. Grazie

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  5. Un terrazzo a Roma, uno a Cassano, un balcone a Milano e chissà quanti altri sguardi di uomini liberi, usciti apposta fuori di casa. Buon viaggio, amico.

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    1. Grazie Bruno, è questo che dobbiamo
      fare crescere, il gusto di respirare le libertà, considerandola preziosa quanto l’ossigeno. Ma dobbiamo fare anche un altro passo, ancora più importante, insegnare ai bambini che la libertà non è disponibile in natura, va prodotta ogni giorno, per se e, possibilmente, per gli altri.

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  6. Ho letto pensieri profondi e bellissimi . Grazie Domenico per averci reso partecipe delle sue importanti riflessioni. Grazie a tutti, ma in particolare mi hanno colpito le parole di Laura sul valore del racconto… tanti pensieri mi si affollano nella mente e penso all’importanza del raccontare ma anche dell’educare all’ascolto. In questo mondo frenetico, anestetizzato è sempre più necessario. Credo che l’ essere liberi possa partire anche da qui. Grazie per questo sguardo verso le nuove generazioni.

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    1. Cara Antonella, le sue parole colgono bene lo spirito del confronto che si è sviluppato, che pure rappresenta appena un frammento della miriade di pensieri che si potrebbero aggiungere. La ringrazio molto per le sue parole.

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  7. Grazie Domenico per il suo articolo sul 25 aprile. Trasmette bene lo sgomento per le tempeste presenti e per il futuro.
    Grazie anche a tutte le persone che hanno arricchito il post con i loro commenti.
    A casa mia sul 25 aprile ha sempre pesato la tendenziale appropriazione di una parte politica che nella memoria personale dei miei genitori tendeva ad identificarsi con una certa prepotenza.
    Mia madre perché proveniente da una regione “rossa”, terra dello strapotere di sinistra in bene e in male.
    Mio padre invece, perché segnato da un ricordo della vigilia elettorale dell’aprile 1948, quando sugli ippocastani del viale furono attaccati dei cartelli con i nomi delle persone che vi sarebbero state impiccate se avesse vinto il Fronte Popolare.
    Uno di quei nomi era del suo mite, generoso e poverissimo curato. Mio padre aveva 10 anni e non se l’è mai dimenticato.
    Questa premessa per dire che mi ci è voluto un po’ per arrivare a vedere e sentire chiaramente nel 25 aprile le radici del 2 giugno.
    Negli ultimi decenni si è tentato più volte l’assalto alla Costituzione, in qualche caso con tragico successo, come dimostra il disastro della regionalizzazione della sanità.
    In generale la politica ha preso a divergere sempre più dalla via di giustizia, uguaglianza, solidarietà sociale, pace che la Costituzione indica.
    La chiusa del suo bell’articolo sul 25 aprile, «Facciamo attenzione a chi dimentica le bandiere. Non succede mai per caso.» mi ha ricordato la vicenda di un’altra bandiera dimenticata, che mi pare illustri in qualche modo quella spaccatura.
    Nella guerra di Libia mio nonno era infermiere, responsabile organizzativo di un ospedale da campo. Durante una pesante ritirata il suo reparto attraversò una città già abbandonata dal resto dell’esercito e mio nonno vide alla finestra del palazzo del Consolato Italiano, vuoto, la bandiera. Non volle lasciarla lì, salì a prenderla e la riportò in Italia.
    Credo di poter dire con certezza che il soldato G. abbia fatto in Libia una vita ben peggiore di chiunque tra il personale del Consolato; eppure è stato quel soldato a trovare insostenibile l’idea di abbandonare la bandiera al nemico, forse perché ne coglieva il senso fin sulla pelle, a differenza dei bravi diplomatici e burocrati, che pur avendo come unico compito di dare sostanza a quel pezzo di tela se ne sono dimenticati.
    Questa piccola storia di famiglia mi sembra uno specchio della spaccatura che viviamo in questi decenni, palesatasi senza possibilità di di fraintendimento in questi giorni in cui la maggioranza del paese esige una soluzione pacifica alla guerra in Ucraina, sentita come insostenibile, e invece la politica tira i dadi e gioca a Risiko.
    PS Perdonate se non sono riuscita a rendere più compatto e breve il mio commento.

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    1. Il suo commento pesa assai più del suo ingombro, vi sono disseminate una serie di suggestioni, tratte da eventi reali, che ricordano quanto laborioso sia stato comporre il puzzle che oggi sembra essere sempre stato come lo vediamo. Ma non è così. C’è della fatica, anche della pazienza, molta tolleranze, perché gli attori non erano così omogenei in origine. La Costituzione è un contenitore, nei suoi luminosi compromessi, anche di quelle diversità.
      Sulla pace credo siamo tutti sulla stessa barca, il tema vero è come possiamo riuscirsi, quali sono le codizioni che possono renderla possibile, chi ne detiene le chiavi in questa vicenda.

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