Una bicicletta rotta contro l’assuefazione. Nostra e dei bambini

Devo riparare una vecchia bicicletta, che in questi anni è stata molto trascurata, ora è tutta arrugginita. Sono stato tentato di disfarmene, ma non riesco. 

Mi ricorda una mattina che non voglio, che non devo, dimenticare, il 16 marzo del 1978. Appena dopo le nove ero uscito dal negozio con la mia bici nuova di zecca, non l’avevo nemmeno inforcata, mi sembrava un oggetto sacro, non avevo mai posseduto una bici. Proprio in quel momento vedo correre verso di me un uomo, che conoscevo bene, era sconvolto, con il poco fiato rimastogli mi comunica che è stato rapito Aldo Moro e trucidata la sua scorta. 

Ecco perché non voglio gettare via la mia vecchissima bicicletta, nel frattempo il negoziante da cui avevo comprato la bici se n’è andato, è sopravvissuto un negozio, omologo, a un centinaio di metri dal precedente.

Mentre viene preparato l’elenco degli interventi necessari al mio quasi rottame, entra una ragazzina di circa dieci anni e un uomo, suo padre. Non parlano italiano. Cedo loro la priorità. Il padre manovra sul telefono e con un traduttore digitale chiede se riparano “le ruote posteriori della bicicletta”.

Chiedo alla ragazzina da dove vengono, conosce le poche parole necessarie per dirmi che sono appena arrivati dall’Ucraina. La commessa li rassicura, ripareranno la loro bici, col traduttore risolvono l’ultimo dubbio, la voce metallica chiede se deve portare tutta la bici o solo la ruota.

Se ne vanno soddisfatti della risposta. Chiedo alla negoziante di eseguire la riparazione chiesta da quel papà e di comunicarmi la spesa, respinge l’offerta, scoppia a piangere e mi dice: “Non posso accettare spetta a me, non si può rimanere indifferenti davanti a tutto questo”.  

In questo tempo a molti giornali interessa sapere come parlare di guerra ai bambini. 

Uno zelo comprensibile, ma forse ci dimentichiamo di domandarci come dirlo a noi stessi, forse perché non ci interessa veramente.  Passato il momento della novità e dell’incertezza, è arrivato l’ospite più autorevole della nostra epoca. L’assuefazione.

Un meccanismo di difesa mai censito dalla psicologia del profondo, colpevolmente sottovalutato, eppure attivissimo, forse il più attivo nella nostra epoca di assopimenti.

Diciamoci la verità, senza vergognarcene troppo, la preoccupazione che tutti avevamo in mente riguardava la possibile infrazione dei nostri interessi, ora che la guerra è entrata in una fase quasi abitudinaria, l’ansia si è molto affievolita, complice la lontananza dei campi di battaglia ma, soprattutto, dagli occhi degli aggrediti, come quelli che chiedono se ripariamo ruote posteriori. 

Per questo l’Ucraina sarà comunque una guerra persa, un grave rovescio pedagogico, perché non vogliamo veramente “insegnare” a noi e ai bambini, ma ripararci, come sempre, dalla realtà, con l’aiuto dell’assuefazione. 

4 pensieri riguardo “Una bicicletta rotta contro l’assuefazione. Nostra e dei bambini

  1. Quanta verità a spazzare via le nostre ipocrisie, caro dottore.
    Incredibile come lei riesca con semplicità ad andare diritto al punto e smascherare la meschinità e la piccolezza dei nostri comportamenti.
    Complimenti per il suo sguardo, che ci richiama alle responsabilità dell’essere adulti. Grazie

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    1. Grazie a lei Gianni, per avere trovato il tempo di leggere. Le confesso di essere avvilito da questa rappresentazione
      senza capo né coda, che mette in scena tutto meno che il cuore del problema, ossia la nostra lontananza emotiva da questa tragedia, dalla quale vorremmo solo schermarci, senza masticarla, senza digerirla, dunque senza capirla. Trascinando in questa opera di elusione proprio quei bambini che vorremmo proteggere, illudendoci di educarli.

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  2. Come ci insegna lei, Domenico, ciò che accade casualmente può portare la nostra mente a spaziare su significati ben più profondi. Proprio qualche giorno fa ho incontrato dalla parrucchiera una signora, mamma di un bambino alle elementari. Mi ha raccontato che nella classe del figlio è stato inserito un bambino proveniente dll’Ucraina. La signora si lamentava, con dovizia di particolari, dell’irrequietezza del bambino che ha sconvolto i ritmi della classe, disturbando e rallentando l’apprendimento di tutti gli altri bambini e sconvolgendo le “povere maestre”. Inoltre era arrabbiata perché, nonostante l’impegno della comunità profuso anche con aiuti economici e materiali non ci sia stato alcun tipo di ringraziamento da parte della mamma del bambino. Io sono rimasta all’inizio basita, poi ho cercato di riportare, inutilmente, questa signora ad un minimo di immedesimazione nelle sofferenze altrui. Sono uscita dal negozio delusa e amareggiata da quelle parole e subito ho pensato: ma quale società di indifferenza stiamo costruendo? In fondo alle parole di questa donna ho percepito tanta rabbia e discriminazione…. Ho rivolto un pensiero al figlio di questa donna: cosa imparerà del prossimo crescendo in un ambiente dove si respira odio e individualismo?
    Qualche giorno dopo il caso bussa ancora alla porta. Nella scuola dell’infanzia dove insegno, nella classe a fianco alla mia arriva un bambino ucraino. Le maestre mi raccontano di avere delle reali difficoltà, ma si dimostrano comprensive e consapevoli. Soprattutto rimango colpita dal loro racconto: una compagna più grande, di nazionalità ucraina, nata e cresciuta in Italia, ogni giorno aiuta le maestre e il nuovo arrivato facendo da interprete. Mi colpisce molto la disponibilità e il cuore di questa bambina, anche perché l’esperienza mi ha insegnato che difficilmente alla scuola dell’infanzia i bambini stranieri bilingui si esprimono attraverso la loro lingua madre. Come spesso mi capita di osservare sono i bambini che hanno molto da insegnarci e sanno accendere quel lume di speranza che noi adulti vogliamo sopprimere.

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