La vita va male. Tranquilli, è colpa della maestra o del vicino

Nora Krug, è un’illustratrice tedesca di 45 anni. Il suo capolavoro, una meravigliosa graphic novel, si intitola Heimat, che all’incirca significa casa, patria. Tre anni fa, finita la lettura, ero rimasto senza parole, travolto da mille pensieri, ammirato da quello che avevo appena percepito. 

L’artista si immerge nelle viscere del nazismo, ma non lo analizza solo come fenomeno storico, collettivo, impersonale, anonimo. Il nazismo dei grandi numeri, dei milioni di ebrei morti, il nazismo degli altri.  Per nulla. 

Lei si mette a frugare nel tinello di casa, cercando di capire se il suo ceppo familiare sia stato toccato dal morbo, esplorandone il quotidiano. Non si concede scusanti, ma fruga senza reticenze nel Dna familiare, scarnificando il passato dei suoi ascendenti con il piglio delle persone assetate di verità. 

L’approdo finale è terribile, perché il segugio trova ciò che cercava con apprensione, lo trova proprio vicino ai propri piedi, ma poi, quello che è più ammirevole, si mette pure a raccontalo in un’opera che è passata per tantissime mani e, verosimilmente, ne visiterà ancora un’infinità.

La mamma di un ragazzino si lamentava della reticenza del figlioletto davanti all’insuccesso. “Non ammette mai di avere sbagliato”. Ma siamo stati tutti noi a insegnargli che davanti ai rovesci ci dev’essere una spiegazione che non riguardi le proprie responsabilità.

Tutto questo mi torna alla mente nei giorni in cui riprende la vita piena dopo un’estate torrida, mentre riapre la scuola, bersaglio prediletto di chi, come quel bambino di prima,“non ammette mai di avere sbagliato” e deve trovare qualcuno cui attribuire i propri fardelli. 

Chi meglio della scuola può sgravare la famiglia da colpe e omissioni, assumendole su di sé senza fiatare. In fondo se è colpa della scuola, possiamo tirare un sospiro di sollievo. Illusorio, però.

Grandi e piccoli, per un anno intero, andranno a caccia di una piattaforma su cui appoggiare le proprie mancanze, un secchio in cui nascondere le proprie magagne, allontanando da sé quelle domande indispensabili per crescere. 

Non credo sia facile ammettere che tra i nostri parenti stretti c’erano dei nazisti, eppure Nora non si è sottratta, malgrado il fastidio, anzi il dolore, per lo scherno subito quando, studentessa, si recava negli altri paesi europei e le prese in giro, anche cattive, le allusioni sul passato, fioccavano allorché emergeva la sua nazionalità. Niente polvere sotto il tappeto per quest’autrice che vi fa gustare il piacere di pagare i propri debiti. 

Ai bambini e ai ragazzi che riprendono la scuola, ai loro insegnanti, a tutti noi, dobbiamo augurare che con la stessa dolorosa onestà di quella donna possano intestarsi se stessi per intero, a cominciare dalla parte meno lusinghiera, perché se è vero che la scuola riapre e la società pure è altrettanto vero che non ci saranno mai risposte vere senza domande oneste sulla propria persona. 

4 pensieri riguardo “La vita va male. Tranquilli, è colpa della maestra o del vicino

  1. Ricordo in particolare una frase di Heimat: “Anche i ricordi ereditati fanno male”.
    Credo sia interessante che l’idea di eredità sottintenda il passaggio dell’accettazione: un’eredità può essere rifiutata. L’autrice sta parlando non del peso dei ricordi che altri hanno su di noi e ci scaricano addosso (anche se la storia muove da lì, inizialmente) ma dell’assunzione di responsabilità riguardo ad una storia condivisa (nello specifico perché familiare) e dei relativi ricordi.
    Mi sembra questo il dono maggiore di questo bellissimo libro: spostare il baricentro dal “deve importarti perché te lo dico io” all’entrare in risonanza con qualcosa (momento storico, tema letterario o sociale…) e per questo farsene personalmente carico.
    Certo per questo occorre fermarsi e mettersi nei panni altrui (che la distanza sia spaziale o temporale non cambia molto) ma pare che né in famiglia né a scuola ci sia mai tempo per questo tipo di soste; infatti famiglia e scuola scivolano sicure sul binario prestabilito, lasciando i ragazzi soli quando alla fine le domande, si affacciano.
    Grazie Domenico per questo robusto spunto di riflessione.

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    1. L’incapacità di mettersi nei panni altrui. Proprio questa è la radice della quasi totalità dei conflitti, piccoli e grandi, che tormentano i gruppi umani rendendo molti luoghi inospitali.
      Una brutta eredità che arriva dalla notte dei tempi, annidatasi in profondità nel cuore delle persone, soprattutto di quelle più “territoriali”, alle quali si rivolgono, cercandone il consenso, i professionisti dell’individualismo per appagare la loro sete di potere. Tasti ad alto contenuto di pericolosità, perché presuppongono responsabilità sempre esterne al nostro involucro. Il preludio al tutti contro tutti che abbiamo sotto gli occhi.
      Lavoro da tempo a un volume sull’individualismo e sulle sue velenose conseguenze. Un argomento ostico, perché ci tocca tutti personalmente. Se mai uscirà lo leggeremo in quattro perché a nessuno interessa fare l’operazione compiuta dall’artista tedesca, è troppo scomodo mettersi volontariamente sul banco degli accusati. Grazie

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