Gli individualisti sono sempre gli altri e non dormono mai

Rifletto sull’opportunità di inserire il sostantivo individualismo direttamente nel titolo del volume al quale lavoro da due anni o di utilizzarlo solo in un eventuale sottotitolo. 
Alcune delle persone cui sottopongo qualche capitolo, condividono tale dubbio.

Forse la ragione di tale prudenza si trova nel dizionario, che definisce l’individualismo in maniera piuttosto drastica, una “Tendenza a svalutare gli interessi o le esigenze della collettività, in nome della propria personalità o della propria indipendenza o anche del proprio egoismo”.

Nessuno comprerebbe un titolo del genere perché troppo “autobiografico”, ci siamo di mezzo tutti, ognuno con modalità proprie. Non tutti, però, siamo individualisti puri, dipende da come e quanto temperiamo tale inclinazione che, per la verità, non è facile da tenere sotto controllo. 

Farsi gli affari propri, fregarsene di quello che c’è fuori dai confini del nostro corpo, è una tentazione costante. Qualcuno sul “me ne frego” è riuscito a costruire le proprie fortune, diventate in un paio di decenni le tragedie di interi popoli. Sarebbe interessante scoprire perché puntando su quelle tre parole mortali, qualcuno è riuscito a impossessarsi di un’infinità di destini, potrebbe significare che esse possiedono un mercato fiorente, anche tra coloro che dicono di rifiutarle. 

Vero, come dice Michael Tomasello -co-direttore del Max Plank Institut a Lipsia-, che siamo altruisti nati, ma la fatica di restarlo è improba, soprattutto quando viene sistematicamente minata nelle relazioni educative, nei primi anni di vita, quando la pressione dei grandi agisce quasi indisturbata. Ad esempio, mi chiedo perché i bambini tra di loro non facciano caso al colore della pelle o alle differenze religiose, ma poi da ragazzi e da adulti diventino più sensibili a questi aspetti. Non vi è quasi nulla di genetico nell’individualismo e nelle conseguenze, gravissime e quotidiane, che produce.

Una bambina di undici anni, bella e intelligente, figlia di africano e di un’italiana, comincia a mostrare una certa malinconia, intuisce qualche fatica con i compagni di classe, che sono prossimi alla fine delle elementari. In prima non era così, in quinta qualcosa sta cambiando. Si avvilisce per questa somma ingiustizia a cui non riesce neppure a dare un nome preciso. 

In questi pochi anni, il tempo che chiamiamo infanzia, molti bambini si impregnano, per immersione, della cultura individualista dei grandi, sentendo i loro discorsi, pesando i loro atteggiamenti. Non sanno, adulti e bambini, che l’incremento dell’individualismo ucciderà, letteralmente, alcuni di loro. 

Stamattina, confrontandomi con un amico sull’opportunità di un’opera mastodontica in un’area potentemente sismica, dove mancano molti servizi essenziali e la stessa speranza di vita è più bassa che in altre parti del Paese, gli avevo scritto che il ponte Morandi è caduto perché tutti vogliono costruire cattedrali e edifici magniloquenti per essere ricordati. Ma se fosse solo questo, sarebbe persino giusto continuare, il fatto è che costruire cose belle porta popolarità a chi le immagina e le realizza, mentre manutenere quelle stesse cose rimane un’opera silenziosa, nessuno la vede, dunque sovente non viene eseguita. 

Questa è una delle facce più tremende dell’individualismo.

Una violenza strisciante, che produce più danni di tante guerre messe assieme, alimentata anche dalla deformazione culturale, quotidiana, operata dai comunicatori di professione, consulenti, influencer, messaggeri di un mondo dove esiste solo l’oggi, un puntino nel tempo che non richiede manutenzione e può fare a meno dell’altruismo. 

10 pensieri riguardo “Gli individualisti sono sempre gli altri e non dormono mai

  1. Carissimo, riflessioni corrette . Penso a quanti colleghi psicoterapeuti conosco che prendono alcuni casi “interessanti” in terapia e ne scartano altri “comuni” … per questo motivo mi piace passare tempo e lavorare con i tirocinanti di scuole di psicoterapia : sono come i bambini del suo articolo cioè ancora non contaminati da questo individualismo dilagante!

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    1. Cara Marilena, grazie per le sue parole ela sua sensibilità, se davvero ci sono colleghi che selezionano i pazienti in base al loro grado di interesse, significa che dobbiamo ricominciare daccapo. Fa bene a lavorare sui giovani psicologi, azione che in qualche modo si riverserà sui loro pazienti, come quelle dei genitori sui figli. Un caro saluto

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  2. Grazie Domenico, bella riflessione.
    Ha perfettamente ragione… Tanto è autobiografico che leggendo mi trovo immediatamente a rimuginare su di me.
    Qualche settimana fa ho usato l’espressione “non me ne frega niente” in una parentesi del discorso; non potevo al momento entrare nel merito ma so che lo farò alla prima occasione, perché quelle parole, uscite sciattamente per necessità di sintesi, hanno disturbato sia me che l’interlocutore. La mia personale necessità d’identificare correttamente nei rapporti con gli altri responsabilità e spazi d’intervento, se prende forma in queste parole lascia in bocca il loro connaturato retrogusto violento, e non mi piace.
    Grazie

    PS Ricordo un sindaco della mia città, faticosamente eletto negli anni Ottanta, che nel discorso d’insediamento spiegò che la sua giunta non avrebbe fatto inaugurazioni ma si sarebbe dedicata alla manutenzione della città. Durato cento giorni. D’altra parte non si intitolano strade ai manutentori.

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    1. Cara GIulia, l’espressione di cui parliamo è, diciamo così, molto sintetica e rende bene l’idea, ma finisce anche per esprimere la personalità di chi la pronuncia, non mi riferico a episodi sporadici (anche a me non frega nulla di vedere talune traasmissioni) ma alla sitematicità. Gli individui a cui non frega niente di niente, alla fine sono degli infelici perché si nutrono di loro stessi, imbarbarendosi sempre di più.
      In fisica è noto il fenomeno dell’entropia, parla del disordine che aumenta nei sistemi chiusi. L’individualismo è un caso di entropia.
      La durata del mandato del sindaco manutentore era scritta nelle stelle. Grazie

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  3. Carissimo Domenico, grazie delle riflessioni che gli articoli pubblicati propongono e di quelle che esse attivano in chi li legge.
    Leggendo quelle odierne, trovo conferma di quello che vedo e vivo ogni giorno a scuola, lavorando con bambini dai 3 ai 6 anni. Come si dice nell’articolo, i bambini piccoli rivolgono lo sguardo ai compagni “diversi” (per sesso, razza, per religione, condizioni fisiche, ecc) con estrema naturalezza, guardandoli solamente come bambini tra i bambini. I bambini non si fanno problemi. Dovremmo imparare da loro. Educazione bidirezionale, ma spesso noi adulti siamo insensibili (e insensati!) alla loro ricchezza e profondità.
    Come si vive la diversità nel quotidiano è una “cura” che diventa educazione e che ha bisogno di sinergie tra scuola e famiglia. Quel “Me ne frego” mi piace soppiantarlo con “I care”, ricordando un grande educatore. Esempio opposto di individualismo. La cura quotidiana non dà visibilità, ma è quella che alla fine produce effetti veri e duraturi. E previene disastri. Vale nell’edilizia e vale in educazione. E’ inutile organizzare grandi eventi su temi come ad esempio l’inclusione se in classe non si lavora per promuovere il bene comune e la responsabilità di tutti ogni giorno. E’ inutile realizzare lavori eccezionali d’urbanistica, magari a ridosso di campagne elettorali, se manca la manutenzione e la pulizia ordinaria delle strade… Guardare al proprio orticello potrà sembrare a prima vista comodo e vantaggioso, ma alla fine l’effetto sarà la chiusura e l’imbarbarimento, non certo ingredienti per una coscienza che si può dire civile, ma se siamo qui a parlarne non è un discorso scontato purtroppo.
    Con stima
    Antonella Alia

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    1. Lei guarda dalla parte giusta, soprattutto in questo periodo, un’insegnante farlo a ogni costo, e la parte giusta è l’incremento del sentimento sociale. Se si afferma il suo antagonista, la volonta di potenza, il futuro si accorcerà per tutti, anche per quei bambini e ragazzi che i grandi vorrebbero salvare rendendoli soldati in cerca di vittorie a ogni costo. Grazie

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    1. Non sarà per sempre, caro Mauro, sono processi lunghi e alla fine arrivano gli apprendimenti, soprattutto se nella caduta ti spezzi qualche dente. Le società individualiste muoiono, senza eccezioni, anche se non è mai per sempre. Il punto è che prima di spirare depositano una serie di danni, di gravità varia, ecco perché conviene impegnarsi per accorciare la loro gittata. I metodi sono: nel piccolo la pedagia, nel grande la democrazia. Grazie

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  4. L’individualismo esige celebrazione, la cura invece vuole servizio e apre lo spazio ad una celebrazione collettiva. Il problema qui credo sia nella riscoperta del valore della comunità. Anche questa è però una parola che la “moda” tende a svuotare con il rischio che “stare” in una comunità si riduca a trovare le occasioni in cui celebrare il proprio individualismo.

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    1. Parole chirurgiche e sapienti, caro Simone, il riischio che ogni pretesto venga usato per fini autocelebrativi è molto presente, la probabilità che ciò avvenga è legata alla coliritura del nostro stile di vita. Se in esso prevale il sentimento sociale, ogni pretesto sarà occasione per promuovere l’interesse collettivo, se invece è dominato dalla volontà di potenza, l’altro rimarrà un semplice accessorio. Grazie

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