4 pensieri riguardo “Il razzismo nel salotto di casa. Lo stadio non c’entra

  1. “Si comincia sempre per scherzo”, mi disse una persona cara tanti anni fa quando gli girai una vignetta. Ci ero rimasta male. Era solo una battuta. Dopo tanti anni ripeto spesso questa frase: a casa, soprattutto la sera quando si è stanchi, con gli amici, magari quando la discussione si fa più sciolta dopo un bicchiere, con parenti amici e colleghi. C’è sempre modo di riportare le frasi fatte alla realtà.
    E’ come se le parole si sono staccate dalla realtà e dalle persone.
    “Dice che sta bene e invece è piena fino al collo di …” mi dice un signore. “La fine che faremo noi” dico io. Stava parlando di una persona molto cara della famiglia.
    Come se la parola non ha più senso.
    Osservo, ascolto e correggo dove è possibile perché sono disorientata e preoccupata. Disorientata perché è talmente evidente che senza gli stranieri non possiamo farcela e preoccupata perché temo che il pregiudizio faccia accadere il peggio.
    Poi mi chiedo che cosa rende così aridi e avidi. Un viaggio in India o in Africa o in Messico è ben visto, un indiano, un africano, un messicano che ci vive accanto è sospettato. Come se nei viaggi queste persone non si incontrano mai. Qualche risposta cerco di darmela. E penso che la paura di tornare miseri e poveri e in guerra ci rende così aridi da avere paura che qualcuno ci sottragga il benessere, più spesso materiale.
    E’ una grande responsabilità non cadere nella trappola per non inaridire e soprattutto seminare.

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    1. Cara Dani, venerdì mattina sono partito verso le 6 dalla stazione di Cassano d’Adda, andavo a Torino per lavoro. Il treno sul quale viaggiavo era stipato di lavoratori, quasi tutti stranieri. Uno, seduto di fronte a me, musulmano, pregava a filo di voce, come succedeva ai nostri vecchi, forse ringraziava il suo Dio, che poi è lo stesso che pregano i cristiani, per avergli permesso di avere un lavoro, col quale sfamerà i suoi figli.
      Mi sentivo grato, pensavo che senza quei fratelli non funzionerebbe quasi nulla, io stesso non sarei potuto andare a tenere una conferenza al calduccio, guadagnando molto più di loro, mentre fuori c’erano 5 gradi sotto zero. Grazie

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  2. Caro Domenico, grazie per il tuo bell’articolo, preciso come sempre.
    《…incapacità di vedere nell’altro qualcuno che ci somiglia profondamente.》
    Questa espressione ha continuato a tornare: parlando con un amico della punizione collettiva degli abitanti di Gaza, riflettendo sul Giorno della Memoria, leggendo la cronaca, più o meno nera. Anche guardando il film Oppenheimer: una grande angoscia ogni volta che si vede annebbiata la percezione del’esistenza dell’altro.
    La linea è così sottile…

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    1. Si, cara Giulia, è proprio questo che sta morendo, la capacità di identificarsi nella vita altrui, non solo quella umana, da cui discende l’anestesia esistenziale che, a sia volta, partorisce l’illusione che, tanto, ci salveremo lo stesso. Grazie

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