Perché i bambini e i grandi diventano sempre più estranei

Prima di mettere mano al primo albo della collana “Crescere senza effetti collaterali”, diciassette anni fa, non mi ero mai occupato di editoria per bambini. In realtà non me ne sarei occupato neppure durante il percorso che avrebbe portato all’uscita dei sei volumi che la compongono. 

Cerco di spiegare questo paradosso, che è solo apparente.

Avevo chiaro che non avrei scritto solo per i bambini, perché non era il mio intento, ma avrei trattato gli stessi temi che tratto nei miei libri per il pubblico adulto, facendo in modo che stavolta potessero fruirli “anche” i bambini. 

Quella scelta, nella quale continuo a credere più che mai, non è stata figlia di una sofisticata elaborazione, me è discesa in modo spontaneo, naturale, dall’esperienza sul campo, che mi porta a escludere grandi discontinuità nella vita della persona. 

Se è vero, infatti, che nel corso dell’esperienza si aggiungono nuovi pezzi da montaggio al nostro mondo interiore, nuovi mattoncini, è altrettanto vero che il modo in cui li mettiamo insieme tenderà a persistere nel corso del tempo, sia pure con sfumature di varia intensità. Agiremo, infatti, su quel materiale con metodi che ci renderanno riconoscibili, essendo tipici, esclusivi, di ciascun individuo, come dimostrano, ad esempio, i ricordi remoti dell’infanzia e i sogni prodotti più avanti dalla stessa persona, che tendono a somigliarsi, anche nei loro significati simbolici. Così come un sogno non si genera a caso, ma è sempre agganciato a delle premesse rintracciabili, il recupero dei ricordi remoti segue una logica precisa, anch’essa riconoscibile e ascrivibile a percorso coerente.

Gli uni e gli altri sono, talvolta in modo sfacciato, pagine dello stesso libro, rinforzi di una trama evidente. Dobbiamo, infatti, immaginare la personalità come una bottiglia all’interno della quale versiamo ogni giorno una goccia d’acqua, che si mischierà con quella del giorno precedente e con quella del successivo. Niente separazioni nette, siamo sempre la stessa persona. 

Se accettiamo tale passaggio, educare diventerà più logico, perché saremo riusciti a riconoscere nel bambino bisogni che ci appartengono, gli stessi che ci accompagnano dal primo vagito, come quelli più impellenti. Sentirsi al sicuro ed essere considerati. 

Certo, non bisogna cadere nell’errore di pensare che il bambino sia un piccolo uomo, un adulto in miniatura e che basti riportare indietro le lancette per trovare una perfetta replica di noi, perché non è questa la similitudine che lega i vari brandelli della nostra vita, ma il già citato “sistema operativo”, che si palesa nel modo in cui facciamo le cose. Uno stile che si abbozzerà presto e ci resterà accanto divenendo la nostra “impronta digitale”.

Per questo mi è sempre sembrato che scrivere per bambini, solo per loro, non fosse possibile. Meglio, molto meglio, rivolgersi a tutti, visto che abbiamo da imparare le stesse cose, facendo però in modo che il messaggio arrivi ai bambini con la stessa chiarezza con cui giunge ai grandi, avvicinando così i lembi della medesima coperta.     

4 pensieri riguardo “Perché i bambini e i grandi diventano sempre più estranei

  1. Caro Domenico, grazie di questa perfetta sintesi.
    Quando ho iniziato a raccogliere i pensieri, appena letto l’articolo, avevo vivissimo l’incontro con quattro ragazzi tra i dieci e i sedici anni, due coppie di fratelli figli di due sorelle, che stavano vivendo la perdita piuttosto inaspettata del nonno.
    Le mamme erano dispiaciute di non essere state di più con loro, a causa del precipitare degli eventi e di una logistica complicata, ma avevano avuto il buon senso di non nascondere ai ragazzi ciò che stava accadendo, confidando nella loro capacità di aiuto reciproco. Ecco, questa fiducia che i loro figli, insieme, ciascuno a suo modo, sarebbero riusciti ad affrontare quel momento mi era sembrata frutto di un’ottima intuizione, educativamente efficace.
    Tanto più che parallelamente riaffiorava stridente il ricordo del mio maestro che, poco dopo la morte di mio nonno, mi aveva chiesto in classe “E il nonno?”, di me che rispondevo semplicemente che era morto e del maestro che, rivolto ad un gruppo di tirocinanti stupiti, commentava che “loro” (noi, io) “a volte si rendono conto”. Ti assicuro che era un bravo maestro ma in quel momento pensavo, più stupita di loro: “lo sa che è morto, è amico del mio babbo, perché cavolo me lo chiede?”, sentendomi un animale da esposizione più che un’interlocutrice.
    Qui sarebbe finito il mio intervento, se stamattina non avessi letto un post di un mio ex alunno.
    Il Dirigente della nostra ex scuola che ha deciso di attivare il novissimo Liceo del Made in Italy pur avendo avuto una sola iscrizione, semplicemente obbligando altri 24 alunni a cambiare indirizzo spontaneamente o, in mancanza del numero, procedendo ad estrazione.
    So dalla mia esperienza passata quanto veleno può gocciolare in una vita per colpa di una scuola non adatta alla persona. Ai miei tempi ancora capitava che i genitori scegliessero per i figli; ora è direttamente il preside. Oltre ad essere probabilmente illegale, è desolante che gli possa anche solo essere venuto in mente.
    Non mi azzardo a trarre conclusioni sulla propensione educativa di questo figuro per non scadere nel turpiloquio pesante.

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    1. È difficile da accettare ciò che racconti, si tratta di un rovesciamento arbitrario della volontà degli studenti, toccherebbe ai genitori segnalare questo esercizio di totalitarsimo pedagogico. Tempo fa, durante un convegno sul tema della fiducia nei rapporti educativi, avevo fatto presente che sovente gli adulti concepiscono il rapporto coi minori come una sorta di atipica colonizzazione. La tentazione di escludere il punto di vista di bambini e ragazzi nei dibattiti che riguardano proprio loro è forte e carica di conseguenze ingiuste. Credo sia stato Heidegger a dire che insegnare significa toccare una vita per sempre, credo che il dirigente scolastico di cui parli faticherebbe a capire le enormi imlicazioni di quell’espressione cosi profonda. Grazie Giulia e un caro saluto

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      1. Aggiornamento dovuto: dopo esser diventato una notizia nazionale il dirigente ha fatto marcia indietro.
        Ora, dati i precedenti, si tratta di vedere se e a chi farà pagare la propria frustrazione.

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