L’affettività rimossa nella chiesa è un problema educativo che riguarda tutti

Nei mesi scorsi un amico sacerdote mi aveva chiesto di scrivergli l’omelia per un funerale. Una richiesta irrituale, certo, ma il livello di confidenza e la forte stima reciproca giustificano questi passaggi. 

Era deceduta una ragazza, nel corso di un incidente stradale e lui si sentiva in difficoltà, sebbene sia un prete eccellente, molto amato dai parrocchiani.

“Sento che a me, caro Domenico, mancano gli strumenti per arrivare in fondo a questa tragedia, non sono genitore e domani, nel primo banco, avrò di fronte proprio la mamma e il papà della povera ragazza. Vorrei identificarmi, ma temo di non riuscire, è impossibile per me capire cosa significhi perdere una figlia”.

Qualche anno prima ero stato invitato a un convegno di teologia, promosso da una diocesi italiana. All’aeroporto venne a prendermi un uomo sulla sessantina. Insieme a me “caricò” il teologo con cui avrei avuto un confronto pubblico.

Durante il tragitto vi fu uno scambio molto pacato sul tema del celibato e dell’affettività, avevo cercato di spiegare che quest’ultima è prima di tutto una guida alla percezione del mondo, senza quella si accecano le nostre antenne. Il teologo aveva replicato con un discorso dottrinale al quale, secondo me, credeva poco egli stesso. 

Improvvisamente, la persona che fino ad allora aveva guidato in silenzio, parlò. “Monsignore, non se ne abbia a male, è il dottore ad avere ragione. Cinque anni fa mio figlio venticinquenne è stato colto da un ictus ed è morto sul colpo. Proprio allora, io che sono un uomo di chiesa, mi sono accorto che i sacerdoti sono disarmati, arrancano, non sfiorano neppure il cuore del problema. È come se vi mancasse un pezzo decisivo”. Il teologo e io non abbiamo più aperto bocca. 

Alcuni sacerdoti, omo ed eterosessuali, nei giorni successivi alle affermazioni di Papa Francesco, mi avevano raggiunto con telefonate e scritti. 

Lo stesso era accaduto con diversi genitori di figli gay e lesbiche.

Quella parola così spontanea, “frociaggine”, aveva creato disorientamento, ma soprattutto dolore nel percepire che, al netto degli artifici verbali, l’omosessualità per la Chiesa cattolica, come per altre religioni, rimane una sorta di umanità minore. 

Mi è accaduto spesso di occuparmi di sacerdoti, suore, prelati, seminaristi. Per diverso tempo, all’inizio del mio percorso professionale, sono stato consulente di un seminario vescovile, allora piuttosto popolato, oggi desolatamente vuoto come la quasi totalità di queste strutture. Ma le persone citate le intercetto anche nel corso dei frequenti interventi in ogni parte del Paese, almeno un quarto dei quali svolti in contesti religiosi. 

Credo, dunque, di conoscere la materia, se posso permettermi, dall’interno, ma qui ne parlo solo per gli aspetti che attengono al mio lavoro. 

Le parole del Papa, senza volere considerare la forma, piuttosto infelice, ai più sono parse rivelatrici dell’assenza di competenza sul tema decisivo dell’affettività, un vuoto grave, molto diffuso tra gli uomini religiosi e capace di creare forti turbolenze nella vita di quasi tutti i consacrati proiettando ricadute sulla vita dei laici che con essi si interfacciano, tra questi anche tanti bambini e tanti ragazzi. 

Non è un problema qualsiasi, dunque, è un problema educativo estremamente serio. Che ci riguarda da vicino, affrontarlo con goliardia non è esattamente ciò che serve.

Undici anni fa un vescovo, aperto e consapevole dei problemi che si trovava di fronte, mi aveva invitato a parlare ai presbiteri. Qualche giorno dopo, il settimanale diocesano era uscito con un articolo a commento, intitolato “Quello che noi preti non vogliamo sentirci dire”. Si riconosceva la fondatezza delle conseguenze che avevo elencato a carico di un gruppo umano che svolge un delicato compito pedagogico, come quello dei consacrati, quando nega l’essenza stessa della natura umana, l’affettività, sostituendola con delle compensazioni fittizie e antisociali, come il clericalismo esasperato e il carrierismo, attraverso le quali non può nascere nulla di utile. Soprattutto non può nascere un progetto educativo, proprio ciò che in definitiva sarebbe chiamata a proporre una religione.

2 pensieri riguardo “L’affettività rimossa nella chiesa è un problema educativo che riguarda tutti

  1. Un pò a scoppio ritardato vorrei complimentarmi con questa riflessione, che credo spieghi molto bene il perché delle chiese vuote e della perdita di considerazione, in generale, della Chiesa e dei suoi rappresentanti, specie ai piani alti.

    Anche di questo Papa, per il quale in tanti avevamo nutrito speranza e simpatia, ma che pare essersi infilato in un tunnel di banalità a dir poco imbarazzante. Quando ho letto quest’ultima sortita stentavo a credere a quanto avevo sotto gli occhi. Mi illudevo fosse una fake news.

    Lei, dottore, ha individuato come al solito il cuore del problema. Costoro, Papa incluso, non conoscono la grammatica fondamentale della affettività, l’alfabeto dell’empatia, il linguaggio della com-passione. E per questo non sanno immedesimarsi, considerare ciò che può passare nella testa di una persona omosessuale sentendosi ridicolizzata, trattata da minus habens, respinta, messa ai margini, con la leggerezza di una semplice, volgarissima parola che non andava detta, in verità non andava nemmeno pensata, se non si è non solo maldestri, ma nemmeno ipocriti. 

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    1. Caro Gianni, non c’è nulla di tardivo nelle sue parole, perché il tema delle donne e della varietà umana, omosessualità inclusa, rappresenta un nervo scoperto della chiesa cattolica e di altre religioni, un inciampo non episodico ma strutturale. Capisco che le religioni siano fatte di uomini e ne incarnano, trascrivendoli fedelmente i limiti, anche i peggiori, ma mi domando se proprio la visione soprannaturale non dovrebbe accendere qualche lampadina nella mente di chi azzarda giudizi così, per usare un suo termine, imbarazzanti. Grazie di cuore e buonanotte

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