A volte ci piace guardare lontano per non vedere quello che abbiamo sotto il naso, la raccomandazione è un tema che si presta a questo espediente. Riflettiamo insieme sul suo pesante grado di lesività, che viola diritti fondamentali.
Vi sono degli argomenti, talvolta dei drammi, molto difficili da spiegare, non perché contengano chissà quale grado di complessità, anzi sembrano persino banali nella loro impalcatura.
Il fatto è che non vogliamo capirli perché sono scomodi o perché vi siamo talmente coinvolti da provare qualche imbarazzo di fronte ad essi.
Il più grave, una vera tragedia per l’interesse singolo e collettivo, è la raccomandazione.
Nei giorni scorsi mi è stato chiesto da un’associazione molto attenta ai diritti, di partecipare alla compilazione di un dizionario della legalità, sono state sorteggiate delle lettere e affidate ai vari autori. A me, l’avevo sperato, è toccata la lettera R.
Inutile dire che la parte libera, ossia quella che potevo scegliere io, che si associava ad alcuni stimoli scelti da ragazzi di scuola superiore, l’ho dedicata alla raccomandazione.
Un tema che dentro di me scatena reazioni drastiche, al punto che tendo a chiudere i rapporti con le persone che praticano questa terribile abitudine sociale, individui accomunati dallo stesso tipo di atteggiamento: fanno finta di non capire, di cadere dal pero. Dunque, è inutile cercare di spiegarlo a loro. Mio padre, un siciliano di poche parole diceva, a proposito di coloro che fanno finta di non capire: “Quanno u sceccu non volimbiviri, voli diri chi non avi siti”, ossia quando l’asino non vuole bere significa che non ha sete. Il secchio d’acqua, e le spiegazioni, non servono, sono inutili.
La raccomandazione, sulla quale la politica e i politici forniscono spettacoli indecenti, è praticata su larga scala da tutti, il nostro paese credo sia capitale mondiale di questo crimine sociale, ed è responsabile della rovina di una miriade di persone e, nello stesso tempo, della fortuna immeritata di altrettanti. Il risultato è micidiale, molte persone sbagliate, non in grado di servire i cittadini, molte persone (giustamente) risentite, quelle escluse.
Nei giorni scorsi mi sono imbattuto quasi per caso in un bellissimo docufilm, “New York solo andata”, parla degli italiani che si sono trasferiti in quella città, ne intervista diversi che, ovviamente, dicono cose disparate, ma su una sono tutti d’accordo, da quelle parti la raccomandazione non funziona, conoscono solo il merito. Conta ciò che sai fare e la voglia di lavorare che ti accompagna. Non saprei se è la terra promessa, ma credo che il rifiuto della riprovevole pratica sociale di cui stiamo parlando, sia testimoniato dalla prosperità del luogo, dal suo fascino, dalla sua attrattività.
Negli ultimi anni il raggio del mio lavoro, grazie a internet, si è allargato, solo questa settimana un terzo dei miei colloqui si è svolto con persone che vivono lontane da casa mia, alcune anche all’estero. Queste ultime, quasi tutte, lavorano per essere state scelte attraverso metodologie lontanissime dalla raccomandazione, che esaltano il merito.
La raccomandazione è un reato che andrebbe perseguito con una specifica norma, dedicata, non certo con articoli del codice già esistenti, un provvedimento capace di valutare gli enormi danni collaterali che produce, spesso vere e proprie ferite biologiche nelle persone danneggiate, che sono quelle scartate ma anche quei cittadini che godranno di pessimi servizi.
Nei giorni scorsi ne discutevo con un sacerdote, una categoria molto coinvolta in questa pratica deplorevole, cercando di fargli comprende come una persona fedele all’idea che siamo tutti fratelli non possa farvi ricorso, proprio perché viola in maniera radicale il principio della fraternità.
Oltre al danno che questo comportamento antisociale genera all’intero gruppo umano nonché alla psiche e alla qualità della vita dei danneggiati, il messaggio che arriva ai bambini e ai ragazzi, testimoni silenziosi, è semplicemente devastante. Un educatore non può ignorarlo.
Ha ragione, dottore.
Penso all’ambiente di lavoro, dove realmente la raccomandazione è un crimine sociale, perchè altera la valorizzazione e l’investimento sui talenti, deprivando non solo il ‘non raccomandato’ di un posto di lavoro, un incarico, un ruolo che gli competerebbe per merito, ma sottraendo alla collettività la ricaduta positiva di questo ‘potenziale negato’.
Peraltro nella Pubblica Amministrazione, dove i criteri di accesso debbono rispondere a trasparenza e imparzialità, essa è un reato, mentre nel Privato sono sempre più numerose le società nei cui Codici etici viene fatto divieto di raccomandazione, proprio perchè si riconosce la carica lesiva di questo comportamento, anche per la stessa azienda.
Dobbiamo però riconoscere che un conto è “la forma”, un conto la sostanza in fatto di regole e di loro applicazione e violazione, come lei fa notare sicuramente quel che deve maturare e va alimentato è un risvolto pedagogico e culturale, che chiama in causa il rispetto, del merito, delle regole, del prossimo (non solo di chi “mi è prossimo”).
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Caro Gianni, lei potrebbe insegnarmi che lo sport dove eccelliamo maggiormente (vinceremmo tutte le medaglie alle olimpiadi) è la furbizia, lei può produrre tutte le leggi che vuole, ma se non introduce pene severissime è come parlare al vento. Le faccio un esempio banale. Anni fa si è deciso di passare dalle buste di plastica a quelle biodegradabili, ma molti fruttivendoli ti danno ancora la busta di plastica e possono farlo perché non si capisce bene se vi sono sanzioni oppure stavamo scherzando. Quando si crea una terra di nessuno, dove regna la confusione e non è chiaro ciò che si rischia (magari subito), il nostro genio mostra la faccia antisociale, potente quanto l’atra.
Oggi un paziente mi parlava di un paese africano dove non si possono buste usare di plastica, pena una multa immediata, e salata. Per questo invoco una legge specifica, mirata sulla raccomandazione, che esprima con chiarezza la dimensione del danno procurato e la pena in cui si incorre. Senza possibilità di scappatoie. Se si comincia a spiegare, coi fatti, che rubare un lavoro è un furto di vita, né più né meno, con tutto ciò che è annesso (pensi a quanta migrazione nel nostro paese è stata decisa da questo crimine, quante madri e padri si sono dovuti rassegnare alla partenza dei figli, mentre ragazzi meno meritevoli rastrellavano benefici non dovuti), ci avviteremo in una spirale senza fine, dove i salvati e i sommersi saranno decisi per prossimità. Un criterio ignobile. Grazie di cuore
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