Vi sono eventi piccoli che possono aprire finestre importanti, persino sulla disabilità. Anche durante un concerto.
Il mondo perfetto è il sogno dei frustrati. Proprio così, sono quelli che non capiscono che senza diversità, differenze di potenziale, non ci saremmo mai evoluti, né fisicamente e neppure culturalmente, rimanendo solo una versione migliorata delle scimmie antropomorfe che ci precedono. Di sicuro non conosceremmo la compassione.
Se non ci fosse il “difetto” non ci sarebbero domande e senza domande torna la glaciazione o, visti i tempi, la desertificazione.
La vicenda, sgradevole ma secondo me frutto di un semplice equivoco, che vede un noto cantante italiano redarguire una giovane disabile per avere disturbato, immagino in modo del tutto involontario, il suo concerto è stata ripresa dai giornali con grande evidenza, ma più che altro per segnalare la gaffe dell’artista, il cui linguaggio colorito è stato comunque eccessivo.
In realtà anche stavolta si è data priorità alla notizia, scavalcando l’universo, popolato di una miriade di famiglie che con la disabilità i conti li fanno tutti i giorni, sebbene essa non sia una bolla omogenea, ma una serie di puntini mai uguali.
Alla fine, disabili lo siamo tutti, dopo quarant’anni di professione credo di poterlo affermare con certezza, solo che quella fisica si vede di più sebbene i danni li faccia l’altra, quella che non si vede ma che scava nelle vite degli altri come uno scalpello affilato.
Dunque, da quell’episodio, in sé poco significativo, conviene trarre la vera lezione, ossia che quando la disabilità, quella classica, non assurge a notizia non esiste. Invece esiste e pure in quantità enorme, gravando sull’esistenza dei diretti interessati e di chi ne respira tutti i giorni la vita.
Benvenuti gli episodi come quello del concerto, a patto che imprimano bene nella nostra testa che la disabilità non è un’umanità minore, semplicemente una strada più faticosa, per molti assai più faticosa, che per fortuna fa rumore ai concerti e ci carica di domande.
Dobbiamo gratitudine a tutti coloro che se ne occupano, ma non potremo mai capirne la natura se non rompiamo il muro che ci separa da essa. La strada è lunga, ma anche in questo campo i gruppi umani di strada ne fanno.
Durante una conferenza, in Toscana, ma è accaduto anche altrove, un bambino piccolo non ha smesso di piangere per tutto il tempo, senza che la madre sentisse la necessità di allontanarsi per consentire alle altre persone di seguire il relatore.
Eppure, delle tante conferenze che svolgo ogni anno, quella mi è rimasta impressa, in fondo si parlava di bambini, che di solito sono assenti. Quella creatura, presente e piangente, rappresentava la realtà meglio delle mie parole.
https://tg24.sky.it/cronaca/2024/08/28/disabilita-concerti-antonello-venditti
Grazie per questa riflessione, che come al solito arricchisce la prospettiva, perché sposta il cono di luce su un aspetto che, personalmente, non avevo colto.
Mi ero soffermato sulle parole di Antonello Venditti, che avevo trovato gravi e gratuite a prescindere dalla condizione della destinataria e non avevo invece riflettuto sul fatto che, ancora una volta, parliamo di disabilità ma a causa di “situazioni estreme” e non per se stessa.
Della ordinarieta’ della disabilità, con le sue fatiche, i suoi carichi, le sue barriere – che non sono naturalmente solo quelle architettoniche, che pure continuano ad esserci molto più di quanto appaia – si parla poco o niente. E soprattutto si fa poco o niente, condannando le persone disabili e le loro famiglie a una esistenza in salita e spesso in solitudine. Mortificante.
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Caro Gianni, la disabilità non è l’unica rimozione in atto, oramai ognuno parla solo di sé stesso, tutti, chi più chi meno, abbiamo l’urgenza di marcare il territorio, soprattutto attraverso i dibattiti, strumenti di spettacolo che servono solo ai protagonisti degli stessi.
Una paziente, appena tornata, devastata per quanto visto, da un paese africano mi raccontava dei compagni di viaggio che consegnavano penne, pennarelli e oggeti vari ai bambini locali, fecondosi il selfie con loro e postando immediatamente, perché il mondo sapesse!!!
Il massimo l’ha raggiunto una donna che, verificata la scarsa qualità dello scatto, si è ripresa i pennarelli e ha chiesto al bambino di “rifare” il selfie. Vero, non si può generalizzare, ma a furia di ripeterlo ci siamo anche dimenticati di la marea (del cinismo) monta a vista d’occhio.
Un caro saluto
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Caro Domenico, il passaggio dalla teoria alla pratica in educazione o in ambito sociale ha in mezzo un “ponte”. Come lo si attraversa fa la differenza. Se lo facciamo distrattamente, di fretta, senza tener conto di chi abbiamo di fianco, lasciando indietro chi non sta al nostro passo, senza condividere le fatiche, gli sguardi di chi è con noi, le belle “parole” resteranno tali, teorie buone certamente ma vuote, biglietti che proprio non servono per valicare quel ponte. Perché l’educazione, e in questo caso, l’inclusione, sono fatte di persone e relazioni, di valori che diventano azioni concrete. Mettersi in gioco con la fatica, capire che infanzia e disabilità non sono mondi astratti su cui teorizzare bene, ma condizioni umane vere, con i loro bisogni specifici. Stavo traghettando mentre leggevo l’articolo, la metafora del ponte é venuta spontanea. Cordiali saluti. Con stima.
Antonella
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Come sempre, cara Antonella, la sua professione “sul campo” quella di maestra elementare, le permettere di cogliere esattamente il cuore del problema. L’espressione “Il mondo della disabilità”, come accade tutte le volte che ci sono di mezzo esseri umani, può diventare una finzione priva di senso, se non ragioniamo in termini di singolarità. La disabilità è un insieme enorme popolato da sotto insiemi che non si somigliano o si somigliano assai poco. Un bambino cerebroleso, ad esempio, non smette di essere un’eccezione, come lo sono tutti gli esseri umani, eccezioni tra le eccezioni. Del resto noi educhiamo, attività che presuppone un rapporto uno a uno, anche quando ci rivolgiamo a 20 bambini. Non siamo sociologi ma, appunto, educatori. Non siamo pescatori che usano le reti a strascico. Un caro saluto e grazie mille
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Caro Domenico,
leggendo le tue riflessioni e i commenti dei lettori pensavo che, in questo mondo ossessionato dall’adesione a modelli (perfetti, ovviamente) siamo tutti “unfit”, e per fortuna, aggiungo, pena la cancellazione della ricchezza singolare che impersoniamo. Se solo ci rendessimo conto che è normale forse vivremmo meglio.
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Decidere che vi sono condizioni che esulano dalla normalità è una bella e comoda posizione di potere, ci permette di salire di grado senza spendere nulla, perché se abbassi l’altro, tu, anche se non ti sei mosso, finirai per sentirti in alto. Un espediente. Ci viviamo di espedienti, ma in realtà sono illusioni. Un caro saluto
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disTratto, disInteressato, disFunzionale, disAstro, disAtteso, disSenso, disFatto, disGraziato.
Tratto, Interessato, Funzionale, Astro, Atteso, Senso, Fatto, Graziato.
A fare la differenza è quel prefisso che mettiamo davanti ad alcuni termini. A fare la differenza è quello sguardo della mente, del cuore, delle mani, che mettiamo nell’incontro con l’altro che possiamo pensare appartenente ad una “minoranza” e guardare, sentire, agire di conseguenza, o che possiamo pensare appartenente ad una molteplicità e guardare, sentire, agire di conseguenza.
Togliere il prefisso, non è negarne l’oggettività della situazione, togliere il prefisso è mettere davanti il Tratto, l’Interesse, la Funzionalità, l’Astro, l’Attesa, il Senso, il Fatto, il Graziato e via dicendo. E’ andare al di là, è andare oltre per scoprire ciò che c’è, come fanno i bambini e le bambine quando gli dici: Guarda là!!! I loro occhi si illuminano, si collegano con le loro emozioni e fanno nascere azioni capaci di accogliere il disTurbo (anche in un concerto) per guardare il Turbo, cioè l’energia e la vita che si è mossa da dentro a fuori.
Grazie dott. Barrila Questo articolo mi ha pro-vocata (nel senso più bello del termine), mi ha permesso di Leggere e Rileggere la vita e Rileggermi nella vita, soprattutto quella che condivido con i ragazzi e le ragazze, che insegnano a togliere il prefisso per guardare al di là e sTUpirsi di ciò che può accadere.
Sempre Riconoscente per ogni spunto di orizzonte Virna
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Carissima Virna, mi fai riflettere sul peso del linguaggio nei processi che modellano il destino delle persone, le loro identità, il loro status. Il linguaggio può tratteggiare dei confini, aprire o chiudere pesanti cancelli di ferro. Il punto è che quando una cosa è definita dal linguaggio né come sotterrata. Spetta a noi, ma tu lo fai tutti i giorni, rimuovere le macerie e riportare alla luce quello che arbitrariamente avevamo sotterrato o imprigionato, perché solo così potremmo chiamare le persone con il loro vero nome e ripulirle dalle definizioni. Grazie di cuore
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