Niente appelli, scorciatoie o fughe in avanti. Lo smartphone è un problema educativo non tecnologico 

Lo smartphone Costruire consapevolezze richiede studio e pazienza. Le scorciatoie non servono granché, così come non serve il clamore. Possono servire alla politica muscolare o ai dibattiti mediatici, ma certo non ai bambini e ai ragazzi, che necessitano di compagni di viaggio adulti, non solo anagraficamente.

Sei anni fa uscì la prima edizione de “I Superconnessi”. La premessa era intitolata “È un problema educativo non tecnologico”, che dice chiaramente da che parte si guarderà nelle pagine successive, ma stamattina mi sono rivolto al mio editore chiedendogli l’autorizzazione a pubblicare sul mio blog il primo capitolo dello stesso volume. Mi pare sia abbastanza chiaro. Eccolo. 

Uno. Qualcosa è cambiato. Non i compiti educativi.

Ci siamo consolati a lungo, ripetendoci che i social network rovinano i ragazzi, ma in realtà eravamo preoccupati per la nostra reputazione di educatori. 

Volendo possiamo continuare, poiché nessuno ci impedisce di farlo, l’importante è rammentare a noi stessi che si tratta di una bugia, e neanche tanto piccola. 

Una bugia comprensibile, che tuttavia nasconde altre bugie, le quali, a loro volta, mascherano il bisogno di auto giustificarsi e di spostare il problema su un terreno più favorevole a noi, che siamo poco inclini a guardare in faccia la realtà apparecchiatasi davanti ai nostri occhi. Un altro piccolo auto inganno, innocente, ci aiuta a negare che il digitale, con tutte le sue conseguenze, a cominciare dalla nascita e dello sviluppo dei tanto temuti social network, si è presentato alla nostra porta quando la situazione era già laboriosa di suo. 

Parlo di quella in cui eravamo invischiati noi educatori, che forse speravamo in una soluzione spontanea, invece è arrivata una bella complicazione, il digitale. 

Con quello sono arrivate conseguenze a cascata -ossia i contenuti- molti dei quali non sono poi così male, a cominciare da quelli facili, divertenti, che ci consentono persino di dare un nome ai corpi celesti che popolano l’universo visibile, rendendoci familiari lucine un tempo anonime. Anche io mi sono installato un planetario, ogni tanto lo punto contro il cielo e lui mi dice come si chiama quella tale stella.   

Non abbiamo, dico noi genitori, fraternizzato con le nuove tecnologie. 

Sarà che siamo stati presi alla sprovvista, eppure, a parte le recriminazioni di cui si diceva, non ci sono state vere resistenze pedagogiche né tantomeno opposizioni sistematiche, argomentate, all’espansione del digitale nella vita prima dei ragazzi e poi dei bambini. La strada era libera e il nuovo ospite si è potuto prendere tutti gli spazi che desiderava conquistare. 

A parziale discolpa di noi adulti c’è da considerare che le rivoluzioni sono in genere seducenti, tentatrici, spesso inarrestabili. Quella tecnologica, poi, si presentava come incruenta e piena di promesse inimmaginabili. Ma in genere funziona così da quando esistiamo e non c’è ragione di pensare che in futuro le cose andranno diversamente, del resto se così non fosse stato, se non avessimo attraversato una rivoluzione dietro l’altra, non saremmo molto diversi dalle scimmie antropomorfe che ci precedono nella cronologia evolutiva. 

Il punto, semmai, sono i prezzi che paghiamo al progresso, se sono sopportabili e, quando non lo sono, cosa possiamo fare per renderli tali. L’invenzione dell’automobile, ad esempio, è stata un trionfo, ma insieme ai vantaggi vi sono stati e vi sono tributi pesantissimi. Solo nel 1971 e limitatamente all’Italia, l’anno più tragico, i morti sono stati undicimila, negli ultimi tempi si sono attestati intorno ai quattromila all’anno. Se quegli sventurati morissero in guerra, fiorirebbero i movimenti pacifisti. 

Un’ecatombe, insomma, senza contare i feriti gravi e gravissimi, le devastazioni morali tra i familiari delle vittime. Eppure, le automobili circolano ancora, come forse è giusto che sia, e i costi che ciò richiede continueranno ad apparirci remoti e sopportabili, almeno fino a quando nella lotteria non incappa una persona a noi cara. 

Dunque, è perfettamente inutile chiudere gli occhi e aspettare che la tempesta digitale passi. Non passerà e non conviene a nessuno che passi, neppure a noi genitori perché, pure con le difficoltà che può averci creato, le nuove tecnologie sono state un acceleratore di progressi, e noi riusciremo a piegarle, come in molti ambiti accade, verso finalità funzionali al nostro benessere, e alla fine gli saremo grati. 

Si tratta di cambiamento, e noi fatichiamo a guardarlo negli occhi quando sfiora i nostri figli, così quando arriva preferiamo chiuderci in bagno. Un errore, uno dei tanti che commettiamo quando di mezzo c’è la vita delle persone che amiamo di più. 

Un errore, certo, perché credere che il digitale sia un brodo di negatività e quasi unico responsabile del clima che si respira nel teatro educativo di oggi, è come affermare che lavatrice e lavastoviglie siano colpevoli dell’incremento dei divorzi, perché da quando le donne possono disporre di più tempo libero, combinano solo pasticci e i mariti si innervosiscono. 

Ci si può raccontare ciò che si vuole e aggiustare la narrazione a proprio piacimento, ma questo non modificherà l’esito delle questioni aperte, semmai le renderà di più difficile soluzione, un prezzo che pagheremo ancora noi.  

Sarebbe certamente più onesto, ammettere che un genitore “debole” o sprovveduto di fronte al digitale, lo è stato e lo sarebbe in qualsiasi altra circostanza, e che non gli servirà a nulla confondere le cause con gli effetti per risolvere i problemi che si troverà ad affrontare. Questo reiterato autoinganno è stato uno dei principali acceleratori dei disagi che sono sorti negli ultimi venti anni nel rapporto tra adulti e ragazzi, con l’avvento delle nuove tecnologie e in particolare di alcune delle loro possibili applicazioni, come i social network. Esse rappresentano la reale materia del contendere, perché introducono un concetto di “spazio” diverso da quello della tradizione, dove si poteva esercitare una delle attività a noi più care, il controllo. La nostra confortevole coperta di Linus. 

Non è tempo di specialisti

Tuttavia, tale accanimento, tradisce un forte disagio di noi adulti, facendoci dimenticare che, come lo stile di vita è coerente e si palesa, uguale e riconoscibile, in ogni ambito e circostanza, allo stesso modo la genitorialità è un flusso continuo, anch’esso coerente. Non ci sono genitori specializzati nell’insegnare l’igiene personale, l’affettività o qualsiasi altra competenza, a cominciare dal comportamento da tenere quando si agisce attraverso i social network o in generale attraverso la rete. C’è una radice comune nell’educare, che possiamo trasferire in ogni ambito.

Per una ragione speculare non troveremo mai un figlio che racconterà sua madre o suo padre dando loro i voti per ogni materia, come si usa a scuola con gli studenti. Nessuno “scomporrà” il proprio genitore, ricordando quanto fosse bravo nell’educare all’uso degli oggetti digitali e quanto fosse inefficace in tutti gli altri versanti del rapporto educativo, tende invece a prevalere una percezione “complessiva”, unitaria, coerente. 

“Mia madre era una persona squisita, accudente, passava molto tempo con noi”. “Mio padre comunicava poco, non ricordo un abbraccio da lui, la sua assenza nella mia vita mi pesa ancora oggi”. Così questa persona racconta i suoi genitori. 

In queste rapide pennellate, che pure tratteggiano discretamente lineamenti caratteristici delle figure genitoriali, non c’è traccia di specializzazioni, di queste non mi è mai accaduto di trovarne nei racconti degli individui che si rivolgono a me, semmai registro l’acume con cui i bambini e i ragazzi colgono certe contraddizioni nel comportamento degli adulti. Tratti di ambiguità che talvolta li gettano nello sconforto, perché vedono sciogliersi davanti ai propri occhi l’autorevolezza del padre o della madre, e si sentono come macchie di inchiostro cui nessuno indica dei confini, dei punti di arresto. 

Non è la libertà la prima preoccupazione dei ragazzi, semmai lo è il bisogno di sentirsi affiancati, capiti e amati, è questo che fa la differenza, pure di fronte al presunto moloch dei social network. Quando è stato realizzato questo obiettivo basilare tutto il resto si smussa, matura, perde gli eccessi, anche quelli che attribuiamo alle interferenze dei prodotti digitali, materiali e immateriali. 

Un figlio amato e trattato con la giusta attenzione, in altre parole educato, difficilmente utilizzerà comportamenti lesivi della dignità altrui, a scuola, nello sport, sui social network e in ogni altro ambito della sua esperienza, per la semplice ragione che non c’è necessita alcuna per la quale dovrebbe farlo. 

Vedere precipitare l’autorevolezza anche di uno solo dei propri genitori, è tra le esperienze più dolorose e sconvolgenti – non sono termini eccessivi – in cui possono imbattersi un bambino o un ragazzo. Nell’istante preciso in cui questo avviene, si rompe una sorta di ordine naturale, si rimane disorientati, come quando ci si accorge che la guida di montagna non conosce affatto i sentieri sui quali pretende di accompagnarci. La perdita dell’autorevolezza non avviene solo quando commettiamo errori vistosi o cadiamo in contraddizioni di un certo peso; per i nostri figli, soprattutto quando siamo stati noi stessi a calcare la mano su principi e valori, anche episodi apparentemente marginali possono acquistare importanza capitale, soprattutto quando svelano ambiguità insospettabili, intaccare alla radice tutta una filosofia educativa.  

“Io e mio cugino abbiamo fatto una marachella. Sua madre aveva dato ragione a lui, sebbene fosse il vero responsabile di ciò che era successo”. 

“Insieme ad altri bambini avevamo detto delle parolacce. La cosa fu riferita a mia madre, ma lei rifiutò quella versione dei fatti asserendo che non potevo essere stato io. Eppure, quelle parolacce le avevo dette davvero”

Credibili o sconfitti

Dobbiamo chiederci con quali possibilità di successo tali genitori appena descritti potranno pretendere ascolto dai propri figli, come potranno sperare di essere presi in considerazione quando li inviteranno a non portare lo Smartphone a tavola oppure a non giocare tutto il pomeriggio a videogame. Un genitore autorevole sul terreno reale lo rimane anche su quello virtuale – si tratta di terreni che sono parenti stretti, come vedremo – e per tutte le ventiquattro ore della giornata. 

Un celebre miliardario sosteneva, piuttosto brutalmente, che se il mondo dovesse ricominciare daccapo e fossero modificate le collocazioni sociali degli attori, alla fine sarebbero sempre le stesse persone a fare i soldi. 

Sarebbe triste se tale principio valesse anche per le competenze educative, se esse fossero un talento per pochi eletti, un destino quasi genetico riservato solo a qualcuno. Ciò costituirebbe un alibi perfetto per chi tende a defezionare di fronte alle novità arrivate dall’ambiente digitale, ritenendole quasi impossibili da fronteggiare.

Se è vero che possiamo vivere senza diventare ricchi, non possiamo permetterci il lusso di educare a casaccio o di non educare affatto, il mondo può fare a meno delle persone facoltose ma non può fare a meno degli educatori, perché senza di essi non saremmo mai usciti dalle caverne. Persino i candidati alla ricchezza vivrebbero ancora in antri privi di quelle comodità che molti di loro ostentano, come se fossero prove di chissà quale talento.

Un giovane ingegnere informatico è riuscito a resistere appena un mese nel nuovo impiego, cedendo di schianto di fronte all’amministratore delegato di una società di servizi informatici, leader nel suo settore: “L’azienda prima di ogni altra cosa, anche della nostra vita privata. Se la tale domenica c’è la cresima del figlio e contemporaneamente abbiamo una riunione in sede, non dovete avere dubbi, la cresima viene dopo”.  Il mio paziente, che è celibe, si è dimesso anche se non era al momento a rischio cresima.

Questo è il brodo, creato da noi adulti, nel quale nuotano genitori, bambini e ragazzi. È un’intera cultura che sta sfuggendoci di mano, che ha rovesciato di netto la relazione tra cause ed effetti, e non si capisce perché dovrebbero essere i nostri figli a sedersi sul banco degli accusati. 

La differenza, purtroppo, è che gli adulti sono dotati di una personalità strutturata mentre i minori pagano il prezzo più alto, perché stanno costruendo le loro impalcature, che dovrebbero essere rinforzate proprio dagli adulti, costretti invece ad accettare di mettere i loro affetti dopo gli interessi delle aziende.

Forse la frustrazione dei genitori muove proprio dalla consapevolezza del destino che attende i figli, dallo scoramento che li assale quando intuiscono il mondo che stanno preparando loro. 

Il fatto è che a queste preoccupazioni raramente fa seguito un incremento dell’azione educativa; a crescere sono solo la rabbia e le recriminazioni contro gli “invasori”, che avremmo preferito non avere tra i piedi, e invece ci sono e si divertono a farci inciampare. Tutto ciò non serve a niente, se non a farci sentire degli incapaci e, di conseguenza, a scoraggiarci, facendo pagare altri prezzi a quei figli che pomposamente vorremmo salvare, ma a cui basterebbe sentirsi educati.

2 pensieri riguardo “Niente appelli, scorciatoie o fughe in avanti. Lo smartphone è un problema educativo non tecnologico 

  1. Grazie per questo contributo qualificato, argomentato e corroborato dalla sua esperienza professionale.
    Circostanza che mi conforta molto, anche io, da semplice genitore, la penso come lei, ma ero disorientato da questo appello, partorito da pedagogisti e sostenuto da tanti “mondi”.
    Sorprendente notare come su un tema di stretta attualità, oggi, a giudicare dalle ‘grida manzoniane’ di cui sopra, lei fosse arrivato già un paio di lustri fa, con osservazioni e riflessioni acute che potrebbero essere state scritte per l’occasione di questo dibattito, e invece sono per lei “vecchie” di anni. Sorprende in positivo per la sua predittivita’, ma anche in negativo per la lentezza di alcuni suoi colleghi, che gridano “al lupo, al lupo” solo ora, ma anche per la loro superficialita’, visto che ci propinano ricette inefficaci, oltre che impraticabili e anche poco adulte.

    Il nodo, e lei lo conferma in modo impeccabile, è ancora una volta educativo e il mondo degli adulti questo deve saper fare, con le parole e prima con l’esempio, nei comportamenti e negli approcci, nella vita reale e anche in quella digitale, che non è una vita a parte ma una propaggine, un prolungamento della prima.

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    1. Caro Gianni, credo che tutti gli attori che si muovono sul terreno pedagogico dovrebbero essere più prudenti ed evitare di seminare ulteriore confusione, ne abbiamo già troppa in giro.
      Le cose scritte nel volume “I Superconessi” non sono frutto di una mente geniale, semplicemente di osservazioni sul campo e riflessioni conseguenti. Noi dobbiamo misurarci con la realtà, magari smettendola di trattare i minori come degli irresponsabili. Non abbiamo mai avuto una generazione così piena di risorse e di creatività, se non riusciamo a stare dietro ai bambini e ai ragazzi possiamo anche evitare di fare figli.
      Certo che il digitale cambia le regole del gioco, anche l’aeroplano non scherzava e neppure la televisione, si tratta di capire se ogni volta che ci viene la febbre andiamo dall’esorcista oppure ci ricordiamo che esistono modalità più sensate per affrontare il problema. Un caro saluto

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