Perché gli esperti perderanno presto il diritto di parola

Stamattina sveglia alle quattro. Devo presenziare a una manifestazione ad Ascea, nel parco del Cilento. È il 10 di ottobre. Mi è stato chiesto di parlare ad alcune decine di sindaci e amministratori proventienti da varie regioni, l’argomento è l’individualismo.

Il tempo di prepararmi con calma, verificare se il mio zaino contiene tutto ciò che mi serve, a cominciare dal computer con il quale sto scrivendo questa riflessione.

Alle 5,20 sono sul marciapiede della stazione di Cassano d’Adda, siamo una diecina, tutti stranieri, a parte il sottoscritto, che comunque è stato un migrante. Ognuno è chiuso nel proprio cappuccio, non solo perché piove a dirotto. Diversi sono arrivati in monopattino, e ora sono inzuppati d’acqua, ma nessuno recrimina, si limitano a scuotere energicamente le loro K-Way. 

Nessuno sembra avere voglia di parlare, sono mezzi addormentati e forse pensano alla montagna da scalare in cambio di pochi euro. Non è il mio caso, ma ricordo bene quando indossavo quei panni. Alle 5,31 arriva il treno, con sorpresa prendo atto che i posti sono quasi tutti occupati. Anche qui per la maggior parte stranieri, è evidente che senza di loro non funzionerebbe nulla, penso con disprezzo a chi li fa sentire reietti, a chi specula politicamente sulla loro presenza, a chi pretende che chiedano scusa per ciò che sono. 

Un signore, magrebino, mi guarda, cerca complicità nel mio sguardo, poi gira lo schermo del suo smartphone verso di me e mi mostra un video sui danni che sta provocando l’uragano Milton, commentiamo con qualche frase fatta, ma è piacevole chiacchierare, sentirsi accomunati, fuscelli in balia di fenomeni alimentati dalla nostra imperizia.

Dormono quasi tutti su quel treno, anche io vorrei farlo ma sono in piedi e poi temo di perdere la mia fermata. All’improvviso il convoglio si blocca, passa trafelato un giovane controllore, apre uno sportellino, estrae un telefono e cerca di comunicare coi viaggiatori, ma non funziona, allora comincia a spiegare a voce che ci sono delle persone sui binari, protestano per qualcosa, e dunque non si può proseguire. 

I tempi si allungano, rischio di perdere il Frecciarossa e, per conseguenza, l’evento di cui sono ospite, poco male, ma i viaggiatori bloccati insieme a me sono preoccupati, quasi tutti si attaccano al telefono per spiegare a qualcuno, immagino un datore di lavoro, un collega, che ci saranno dei ritardi. Sento una signora rivolgersi stizzita al suo interlocutore: “Cavolo, ma non dipende da me, non posso mica spingerlo il treno”.

Quando decidono gli eventi, ci muoviamo. Corro come un ossesso sotto la pioggia battente, un chilometro mi separa dalla Stazione Centrale, alle 7,07 raggiungo il mio treno, tre minuti dopo si parte. Appena in tempo.

Quasi tutte le persone che mi avevano accompagnato in quel viaggio laborioso erano genitori, loro lo replicano tutti i giorni, qualche volta con meno intoppi, ma ogni tanto è ancora peggio. Intanto si trascinano dietro il pensiero di ciò che lasciano a casa, i sensi di colpa, figli che devono organizzarsi autonomamente per andare a scuola, questioni sospese che non c’è neppure il tempo di affrontare. Sempre sul filo mentre disagi esistenziali di ogni genere si accumulano, in attesa di sentire l’esperto in televisione, vestito come un lord inglese che discetta di famiglie assenti, di genitori inadeguati.

È lo stesso copione replicato ogni santo giorno, in cui le uniche emozioni sono legate agli imprevisti, all’ansia di non fare in tempo, alla speranza che tutto vada bene. 

Un giorno il collaboratore di un politico importante, costretto a riparare all’estero per sfuggire agli arresti, ebbe a dire che quell’uomo aveva smesso di capire il mondo da quando non viaggiava più in metropolitana.

Forse dovremmo organizzare gite quotidiane, mattutine e serali, sui mezzi pubblici per gli esperti. Chissà che riescano, finalmente, a scendere dalle loro cattedre, da dove in genere si rivolgono al pubblico col mento appoggiato tra l’indice e il pollice.  

8 pensieri riguardo “Perché gli esperti perderanno presto il diritto di parola

    1. Parlerò dell’abisso che separa noi dagli altri e di come questo universo in allentamento potrebbe essere rallentato da una buona politica, capace di recuperare la sua originaria funzione. Abbiamo bisogno di materia oscura, che non si vede ma tiene legato insieme ciò che è visibile. La politica, poi di ogni altro soggetto, deve recitare questo ruolo, necessario e vitale. Grazie

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      1. Ti ringrazio, Guido, domani, di ritorno da Salerno, avrò due incontri a Firenze sul tema “La scomparsa dell’altro”.
        Una questione molto sentita, sfacciatamente presente. Ecco, credo che perlomeno l’allarme cominci a girare. Da qualche parte si inizierà ma invertire la tendenza sarà come spostare un elefante con la sola forza delle braccia. Intanto bisognerebbe crederci, sarebbe già una bella partenza. Un caro saluto

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  1. Caro Domenico, grazie di queste riflessioni mattutine che trovo bellissime, forse perché richiamano alla mia memoria il mio vissuto di tanti anni fa, all’inizio della mia carriera scolastica, quando, poco dopo il mio arrivo al Nord dalla Sicilia, viaggiavo in metropolitana 3 ore al giorno, da capolinea a capolinea per le prime supplenze. La narrazione di questa “umanità” in viaggio inquadra bene la separazione tra teoria e pratica, tra esperti al microfono e persone che devono affrontare all’alba l’inizio di un nuovo giorno di lavoro, in balia di una routine alla lunga logorante e di eventi imprevisti sempre dietro l’angolo. Persone che meritano rispetto, un’umanità che si muove per far muovere la vita di altri. In tutti gli ambiti, penso, la situazione è la stessa: la teoria mal si sposa con la pratica, fanno una convivenza difficile, separate in casa, soprattutto quando a proferire questa teoria sono esperti che hanno solo studiato sui libri e mai osservato dal vivo l’oggetto della teoria stessa. Ecco, anche lei è un esperto, ma il suo è lo sguardo di un esperto sul campo. Spero che le sue parole raggiungano dirette la sensibilità di chi incontrerà per parlare di individualismo e di come basterebbe poco provare ad uscire da questa trappola. Cordialmente
    Antonella Alia

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    1. Buongiorno Antonella, fino a trent’anni ho avuto il privilegio di lavorare e studiare, e credo di avere imparato am usare gli occhi proprio in quegli anni, quando prendevo il treno alle sei e trenta del mattino, a Milano, dopo avere fatto il turno di notte. Dopo tre ore arrivavo a Padova e mi precipitavo in aula per seguire un paio di lezioni. Nel primo pomeriggio di nuovo sul treno, a pisolare e studiare. È solo grazia a questo “apprendistato” che la mia formazione si è arricchita di realtà, un ingrediente che non sempre ci visita quando ci occupiamo di esseri umani.
      Un caro saluto e grazie

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  2. Quando mi trovo in situazioni simili, mi viene da considerare che la condivisione è meglio di ogni filantropia, ma pur essendo anch’io lì con loro, alle 5,20 inzuppato d’acqua a scuotere energicamente il mio K-Way, come facevano i preti operai negli anni ’70 che andavano in fabbrica con gli operai, permane comunque uno scarto incommensurabile fra le due condizioni. Perché la condivisione sia valida la prima condizione è l’esserci dentro senza per volerlo, se si vuole non vale più.

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    1. Qualche anno fa mi sono trovato coinvolto in una severa discussione. Il luogo era palazzo san Macuto, l’altro era un sottosegretario, il tema la condizione economica misera dei pensionati. Avevo sottolineato che l’indigenza rende più piccolo il mondo, perché i chilometri costano. Questo mi pareva iniquo. Lui aveva replicato che non abbiamo l’obbligo di viaggiare. La mia risposta, all’incirca, era stata questa: “C’è chi non vuole e c’è chi non può. Io e lei siamo stati pagati per essere qui, abbiamo viaggiato e dormito a spese altrui, possiamo fare tutti i viaggi ciò che vogliamo e se non lo facciamo è solo perché non ne abbiamo voglia, mentre per un pensionato che non arriva a mille euro non c’è scelta. Lui è prigioniero dei suo quartiere, fino a quando la politica continuerà a misurare il livello del disagio altrui sotto l’anestesia della propria condizione privilegiata, non si intenderà mai con il mondo che la circonda”.
      Capisco, caro Bruno, è la condizione della maggioranza degli esseri umani, quella di “esserci dentro senza volerlo” e sai meglio di me che è questo confinamento, violento e sovente senza rimedio, a determinare il malessere esistenziale che provoca più suicidi della vera e propria malattia mentale. Un caro saluto

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