Il Paese che vuole educare, spesso in solitudine, ma c’è e ci tiene in piedi

Giovedì 5 dicembre. In attesa di tenere una conferenza a Bergamo, mi organizzo con un carissimo amico sacerdote per mangiare un boccone insieme, veniamo entrambi da famiglie semplici e questo ci lega.

Inoltre, lui è libero da clericalismo, limite che avrebbe reso impossibile la nostra amicizia. Amo le persone laiche, che sanno “stare” in ogni situazione e rispettare tutti.

Avevamo immaginato una pizza, ma alla fine il tempo non era sufficiente così abbiamo preferito una cenetta frugale in canonica, un rotolo di pasta sfoglia ripieno, gentilmente offerto da una parrocchiana, un’arancia e una fettina di torta di mele, che non è proprio il mio dolce preferito, ma che comunque mi è garbata, e una chiacchierata di quelle che aprono finestre.

È sempre così quando riusciamo a parlarci.

Lui è reduce da una decina di anni passati a Roma, un incarico importante tra i giovani, da un paio di mesi tornato a casa e ora guida una parrocchia “operaia” e ricca anche di migranti. Lunedì scorso, un ragazzo si lamentava del suo parroco, che continua a metterlo in guardia dai musulmani. Nessuno lo caccia.

Avevo bisogno di questa boccata d’ossigeno, da due mesi giro per l’Italia a presentare l’ultimo libro e sento il bisogno di fermarmi, in attesa di riprendere il calendario del nuovo anno.

Il mio amico è una persona profonda, genuinamente semplice. Come dovrebbe essere un sacerdote. Gli chiedo se gli manca la curia romana, se lo conosco come lo conosco, non è quello il suo mondo. Mi racconta che, semmai, gli mancano i giovani, per i quali si è speso con la devozione di un bergamasco per due mandati, e qualche sporadica chiacchierata con il papa Francesco, magari nei corridoi.

Di recente si sono salutati, mi fa leggere la lettera che gli è arrivata il 21 novembre da Francesco, toni umili e fraterni uniti a quella leggerezza che sembra tipica di questo papa. “Continua a servire il popolo di Dio con generosità. Non cedere mai allo scoraggiamento e mantieni il senso dell’umorismo. Fraternamente Francesco”. Nessuna sacralità, ma il gusto di vedere l’erba dalla parte delle radici e ridere pure di qualche aneddoto, carino. Lui conosce la mia inclinazione a considerare le persone, privandole di tutti i paramenti, e la condivide.

Poi mi sposto nella scuola presso la quale parlerò, un istituto tecnico con 1700 studenti e una storia molto antica, fino Ottocento.

Una bella serata nel salone adibito a museo tecnologico, tante persone. I bergamaschi sono tali anche quando ascoltano una conferenza, scrupolosi, composti e attenti, mi piace la loro città, in passato modellata da sacerdoti della specie di cui è parte il mio amico. Dista venti minuti da casa mia, quando posso vado a prendere il cappuccino.

Poco prima mi ero trovato imbottigliato nel traffico, auto, pulmini e camion pieni di genitori, forse qualcuno era tra coloro che mi ascoltavano, sebbene mi paia difficile dopo una giornata trascorso chissà dove e con i disagi che comporta stare in giro. In questa stagione si parte col buio e si rientra col buio, sempre quando le strade sono piene, talvolta vado a Orio a prendere un aereo, magari con gli orari impossibili delle compagnie low cost, e vedo la carreggiata verso Milano già piena zeppa alle sei del mattino. Gente che si è alzata due o tre ore prima.

A volte provo vergogna per quei colleghi che prendono regolarmente di mira i genitori di oggi senza immaginare neppure la vita che fanno oppure la scuola, avendovi puntato piede chissà quando e osservando chissà cosa.

Chi fa il mio lavoro o il prete dovrebbe obbligatoriamente andare in fabbrica almeno due giorni alla settimana, tutti coloro che si occupano delle vite altrui dovrebbero condividerle, ancora di più quelli che portano la responsabilità di immaginare un nuovo welfare per le famiglie, non famiglie in astratto ma quelle di oggi, schiacciate da difficoltà educative inaudite, mai così tante nella storia, non per demerito proprio ma a causa dell’impensabile complessità dell’educare in questo tempo acceleratissimo e smaterializzato. Invece, un nuovo welfare non è alle viste, perché occorre genio per immaginarlo, e neppure è alle viste un modo per stare vicino alla famiglia e alla scuola che vada oltre l’insulto all’una e all’altra.

Per fortuna, ai bordi delle strade, si incontrano ancora sacerdoti, genitori, insegnanti, educatori a vario titolo che “stanno” e “fanno”.

Il paese sono loro e se si resta a galla è proprio grazie a quella costanza che mettono nelle cose che fanno. In queste ultime otto settimane sono stati migliaia gli adulti e i ragazzi con cui mi sono confrontato, da Caltanissetta a Torino, passando per tantissime tappe intermedie.

Si vede di tutto, enormi valori dove non ti immagini, scivoloni imbarazzanti dove credevi di incontrare altro, ma ciascuno merita rispetto, perché tutti fanno parte della schiera, non molto vasta, di coloro che ci provano.  

8 pensieri riguardo “Il Paese che vuole educare, spesso in solitudine, ma c’è e ci tiene in piedi

  1. Sono tanti, che ci provano, dottore, e quando la leggono o l’ascoltano sentono anche loro quella “boccata di ossigeno” e si sentono meno soli e più compresi e interpretati.
    Nulla a che vedere con certi suoi colleghi – non si offenda per l’accostamento – parrucconi dai cachet stellari, che della realtà, della scuola e delle persone parlano “per sentito dire”, non perché le frequentano.

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    1. Certe degenerazioni, caro Gianni, sono figlie di un sistema in cui si incastrano perfettamente due responsabilità complementari. Da un lato il modo spettacolare di concepire la professione da parte di chi la esercita, dall’altra l’ingenuità o addirittura l’incapacità dei cittadini di sfuggire alle suggestioni e agli stimoli manipolatori per mancanza di competenza e di spirito critico. A questo deve aggiungere che vigono abitudini scorrette, ai limiti della slealtà, i personaggi di cui lei parla scrivono per testate importanti e quando esce un loro libro sono gli stessi giornali coi quali collaborano a fare crescere le tirature, con interviste e rcensioni mirate. Provi a immaginare di scrivere per il Corriere o per Repubblica e di pubblicare un volume, ebbene lei si prenderà dei vantaggi competitivi notevoli su concorrenti magari più bravi di lei ma con opportuna ri visibilità meno suggestive. Il rimedio non c’è, se non quello di incrementare lo spirito critico, andando oltre le apparenze e scoperchiare pentole che spesso sono vuote.
      Un caro saluto

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  2. Buonasera dottore, ero in quella scuola di Bergamo quel giorno, nonostante non fosse la scuola dei miei figli e fosse lontana una decina di chilometri da casa mia. Ascoltare la sua voce che ci racconta tanti esempi concreti di lettura dell’ animo umano è sempre un toccasana. Sentirsi parte di quella piccola schiera che ci crede e che ci prova fa bene anche noi. Leggere i suoi testi nel blog dopo averla sentita di persona, ci dona la piacevole sensazione di essere ancora in sua compagnia, forti dei suoi insegnamenti. La speranza

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    1. Cara Mariapalma, la ricordo tra il pubblico quella sera a Bergamo, è venuta a scambiare due chiacchiere dopo l’incontro, mentre firmavo le copie. Lei è di diritto tra coloro che provano a educare, direi ostinatamente, facendo sentire utile anche chi, come il sottoscritto, gira come una trottola alla ricerca di “complici”. Non siamo candidati a salvare alcunché, Mariapalma, ma svolgiamo il nostro compito “a prescindere”. Perché questo significa educare: osservare, prepararsi, stare provarci e riprovarci. Il risultato, il senso, è già questo. Grazie

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