L’arte di non toccare (quasi) niente

Il 26 febbraio 2020, mentre stava calando il tramonto sulla versione tridimensionale della nostra vita sociale -era diventato necessario distanziarci per salvarci- scrivevo queste parole, chiudendo un articolo su “La Repubblica”.  

“L’epidemia in corso ci potrebbe aiutare a guardare da vicino dove di solito passiamo distrattamente, riportando i bambini nella loro posizione naturale, quella che spetta ad una grande civiltà che conserva intatti i codici che noi adulti purtroppo abbiamo perso e non siamo più in grado di ritrovare. Salvo volerli spiegare a chi li possiede”.

Quando scrivo di “abuso di soggettività dell’adulto” o di “educazione bidirezionale”, mi riferisco proprio al dovere di rispettare quella “grande civiltà” dove il bambino e il ragazzo appaiono, anzi sono, meravigliose promesse, capaci di inseminare il mondo adulto, educandolo, un dono che vale solo per quegli attori illuminati che vogliono farsi educare.

Proprio durante la pandemia la Covid 19, il mondo degli specialisti sembrava stesse diventando un luogo di spaccio di ricette sul contenimento dei bambini e dei ragazzi. Ricette generali per creature uniche, un bisticcio davvero importante, molto serio.

Avvertivo quella stessa rabbia che mi sale ogni volta che un adulto vuole indicare al bambino la “propria” via d’uscita, quella dell’educatore, disperdendo tutta quella materia grigia che si mette in modo quando un minore si trova di fronte ad un ostacolo e deve trovare delle soluzioni.

Mi è venuto in mente il piccolo Isacco Newton, la cui madre, rimasta vedova, si era risposata migrando insieme al nuovo marito e lasciando il figlio coi nonni. Dopo qualche anno, tornò a casa con due nuovi figli, riabbracciando Isacco, certo felice di vedere ancora la sua mamma. Cosa avrebbero detto gli spacciatori di ricette psicologiche non ci è noto, come avrebbero accompagnato quella creatura in quegli anni tanto duri non possiamo indovinarlo, ma sarebbe stato meglio se si fossero acquattati in un angolino godendosi il rumore prodotto delle geniali rotelle, mentre giravano a tutta velocità nella testa di quel bambino, intento a creare i presupposti di una delle più grandi rivoluzioni scientifiche della storia.

Già, perché questo è educare, non toccare niente, lasciare al bambino l’audacia di osare, di fare “cose difficili”, intervenendo quando necessario. Intanto, guardare con rispetto, dalla giusta distanza, quindi, imparare tutto ciò che è possibile imparare da quello spettacolo.

8 pensieri riguardo “L’arte di non toccare (quasi) niente

  1. Grazie Domenico per questa preziosissima riflessione.
    Nella nostra società così interventista “non fare niente” ha sempre un’accezione negativa: ci siamo dimenticati che le persone (come la natura) hanno il loro modo di fare ed essere, senza la necessità di altro che di un’amorevole osservazione.
    (Per inciso è anche la lezione del direttore d’orchestra Sergiu Celibidache, che della musica diceva non si dovesse fare nulla lasciandola essere, nel luogo, momento e contesto.)

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    1. Permettere alle cose di esistere come sono, rinunciando all’idea che siano delle espressioni di noi stessi. Questo dovrebbe essere il cuore del rapporto educativo, spesso soffocato dall’abuso di soggettività di noi adulti.
      Ma, come scrivevo, si tratta di un’arte e l’arte, cara Giulia, è assai più difficile della tecnica. Un caro saluto

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  2. Fa bene a precisare il “quasi” nel titolo, per evitare che si sentano legittimati i genitori assenti o quelli molto deleganti prendendo alla lettera la lezione, durissima, del piccolo Newton.
    Perché, è bene ricordarlo, si è autorizzati a ‘non toccare’ purchè si rispetti la regola base del blog: voce del verbo “stare”, dove certo è un fatto più di qualità che di quantità, ma bisogna pur esserci.

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    1. Buonasera Gianni, i bonsai sono graziosissime piante in miniatura, le conosciamo tutti e di solito ne restiamo ammirati, ma il processo di “costrizione” che conduce al risultato finale è violento. Direi che un educatore dovrebbe rimanere quanto più possibile lontano da quelle modalità. Ciò non significa lasciare che una pianta si sviluppi come le pare, la cura è ammessa, anche le potature si possono eseguire, possibilmente rispettando le richieste della pianta stessa. Si, perché anche una pianta parla, come qualsiasi vivente, si tratta di capire il suo linguaggio. Un caro saluto e grazie per il suo contributo

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  3. Un padre decide di punure il figlio perché gay.
    Prima gli infligge umiliazioni, persecuzioni e tanto odio, poi, come estrema vendetta, paga un sicario e gli ordina di spezzare le dita delle mani al figlio, così da impedirgli di svolgere il suo lavoro di chirurgo.
    Fortunatamente il sicario, dopo aver pedinato la vittima, decide di rinunciare all’incarico.
    In ogni caso, anche se l’orrendo piano di questo crudele padre si fosse concretizzato, il figlio sarebbe rimasto comunque omosessuale, un omosessuale con un grave handicap alle mani e con la prospettiva di una vita professionale diversa da quella che aveva scelto.
    Il tribunale civile ha riconosciuto il danno al figlio e condannato il padre a risarcirlo con una piccola somma di denaro.
    È doloroso leggere vicende come queste, soprattutto quando si è genitori.
    È importante che il tribunale abbia condannato il padre, ma nessun risarcimento potrà mai cicatrizzare la ferita affettiva di questo uomo, provocata da chi ti ha generato e che anche per questo dovrebbe amarti in modo incondizionato.
    Certo, questa è una situazione estrema, ma capita che un genitore, in quanto tale, si senta autorizzato a sostituirsi nelle scelte del figlio o della figlia, anche quando gli stessi fanno scelte legittime senza danneggiare nessuno.
    Il genitore si giustifica dicendo: ” Lo dico per il tuo bene.”, sottovalutando le conseguenze di certe imposizioni che andranno a compromettere la serenità della prole, stroncandone i sogni, le ambizioni e i desideri.
    Credo sia legittimo non condividere, ma costringere una persona a guardare il mondo solo attraverso i tuoi occhi è mancanza di rispetto, e dove non c’è rispetto, non c’è amore.

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    1. Poche ore fa, nella città in cui sono nato, proprio sulla strada che da ragazzino percorrevo con più regolarità, un giovane si è preso la libertà di uccidere una povera ventiduenne il cui torno era quello di non accettare la sua corte. Non c’è differenza, cara Simona, tra il padre di cui parla lei, primitivo, ignorante e crudele, e l’omicida di Sara Campanella. Il principio è il medesimo, mi appartieni devi piegarti al mio volere. La pena inflitta al padre è troppo lieve, persino diseducativa, quell’uomo aveva progettato la rovina del figlio, proposito che non si è realizzato soltanto perché il sicario si è sottratto all’ultimo. La violenza viola santuari sempre pù intimi e non sembra avere voglia di fermarsi, occorre uno sforzo civile, educativo e politico formidabile, capace di rovesciare un paradigma che rischia di diventare il viatico di una sociatà in cui l’unico modo per dirimere i conflitti sarà la violenza, l’unico modo per reagire a un diniego sarà l’eliminazione dell’altro. Un caro saluto

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