La funzione educativa si esercita anche, se non soprattutto, fuori dalle mura di casa

Sabato mattina mi sono coinvolto in un pacifico flash mob. Un‘ora di sani apprendimenti.

Niente insulti, niente slogan, solo volti sereni e sorridenti di cittadini contrari all’intitolazione del giardino della Biblioteca Comunale a un ragazzo, vittima quarant’anni fa di un’aggressione politica. Ma essere uccisi non basta per avere un’intitolazione, quel ragazzo era portatore di una cultura ostile ai diritti e infastidita dalle libertà, responsabile nella storia di milioni di morti, della rovina di altrettante famiglie, dello sfregio di innumerevoli dignità, di violenze indicibili. Possiamo, dobbiamo, compiangere. Intitolare non si deve.  Non si possono premiare quei disvalori perché significa offendere coloro che rifiutano di lasciarsene sedurre o li combatterono a prezzo della loro vita, mossi dal desiderio di salvare il nostro paese dall’oscurità.  

Eravamo contenti quella mattina, il nostro tempo si stava consumando per uno scopo civile, anche a beneficio di chi non si rende neppure conto del male che procura il suo disimpegno, proiettando sui figli la brutta e diseducativa illusione che tutto sia uguale e che le cose camminano con le loro gambe, senza che nessuno le affianchi.

Le grandi tragedie nella storia iniziano spesso con altrettanto grandi sottovalutazioni, ma anche le infrazioni alla vita dei nostri figli iniziano sbagliando i calcoli.

Mi chiedevo (questa domanda per me è un chiodo fisso) da che parte si sarebbe collocato un secolo fa chi oggi omaggia un neofascista. Un piccolo test a cui costoro dovrebbero sottoporsi quotidianamente. Intitolare un luogo pubblico a quel ragazzo significa che il passato non insegna nulla, anzi è ancora qui e noi genitori dobbiamo rimanere vigili.  

Gli amministratori della mia città parlano di pacificazione, uno strano modo di interpretare il concetto, spaccando la cittadinanza e alimentando nuovo risentimento.

Chi c’era, quella mattina, rappresentava molte altre persone, sapeva che, a prescindere da come andrà nei prossimi anni, la loro presenza, anche silenziosa, sarà indispensabile per garantire un contrappeso e per ricordare che domenica 13 aprile 2025, in una cittadina lombarda, in modo solenne, si premiò la parte sbagliata mettendo sullo stesso piano grandezze incommensurabili, equiparando un giovane neofascista a tutti coloro che morirono dalla parte giusta, ma soprattutto per dare a me il diritto di scrivere queste parole, a voi quello di leggerle, ai nostri figli la possibilità di scriverne tante altre, in libertà.

14 pensieri riguardo “La funzione educativa si esercita anche, se non soprattutto, fuori dalle mura di casa

  1. Chi uccide ( in tutti i sensi) non è “mai ” dalla parte giusta !
    Così come dalla “parte giusta” , per me, non è
    mai tutto giusto .
    Sogno, nella bellezza della libertà di ogni individuo, il giorno in cui tutti riconoscano distinguendo, in coscienza, il bene dal male e
    si impegnino a far trionfare nel proprio piccolo l’ amore, quello vero.
    … ma forse resterà solo il mio di sogno!!!
    Con stima.
    Luciano

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    1. La verità, caro Luciano, è che esistono filoni per i qali è legittimo uccidere, anzi auspicabile, l’unico antidoto a questa pretesa è l’educazione, solo quella può aiutarci a capire che non si va alle feste di capodanno con una pistola carica ma, se vogliamo che diventi efficace su vasta scala, l’educazione va trasferita all’interno delle istituzioni attraverso l’impegno civile.
      Uccidere non è la soluzione, ma Dietrich Bonhoeffer, grande teologo tedesco, aveva idee molto chiare in proposito. Se potessimo uccidere i tiranni prima che comincino ad aprire le ali e seminare lutti e rovine, faremmo un’opera buona.
      Per il resto, basterebbe avere chiaro che la vita non è sacra solo quando è ancora nel grembo materno. Converrà che battersi solo per quella è una grande ipocrisia, anzi la grande ipocrisia, la vità è “sempre”, anche quando si colora di nero, diventa omosessuale, affoga nella miseria, invoca diritti per uomini e donne. Se si salta un solo passaggio salta l’intero gioco. Un caro saluto

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    2. https://www.corriere.it/sette/25_febbraio_22/il-pestaggio-brutale-la-lettera-di-pentimento-le-ombre-al-processo-il-delitto-ramelli-ci-parla-ancora-17ded67e-2432-41aa-84b8-70e533d7cxlk.shtml

      Gli assassini di Ramelli, un povero ragazzo di 19 anni isolato da tutti, a partire dai suoi professori pusillanimi, fanno i medici …
      Leggi l’articolo del Corriere che ti ho linkato caro Domenico
      Forse hai dimenticato come era il clima politico 50 anni fa, anche nei confronti di chi come noi non era fascista…

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      1. Aggiungo una considerazione al mio precedente commento
        L’Italia è piena di vie e piazze intitolate ad un viscido personaggio come Palmiro Togliatti responsabile dell’eliminazione fisica di decine di suoi compagni comunisti che si erano rifugiati nell’URSS di Stalin
        Questa è storia (leggere le memorie di Robotti..cognato di Togliatti)
        Ma a nessuno viene in mente di contestare questi fatti
        Invece l’intitolazione di un pezzo di verde ad un povero ragazzino come Ramelli viene bollata come”divisiva”, anche se Ramelli non aveva mai aggredito nessuno e si era solo reso responsabile di aver attaccato le BR in un tema scolastico
        Ciao

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      2. L’unica intitolazione di cui sono responsabile è quella al professor Alfredo Sciondi. Un uomo libero (come avrai capito, gli uomini liberi sono gli unici che apprezzo). Sciondi da il nome alla biblioteca nel cui giardino c’è ora la targa dedicata a Sergio Ramelli. Un bel bisticcio, almeno per me, ognuno è libero di sentirsi a casa sua in quello spazio, per me non sarà mai più così.

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      3. Difficile che possa dimentare quegli anni, caro Guido, per mille motivi, uno tra i più importanti è che all’inizio degli anni Settanta frequentavo il quinto anno delle superiori a Milano, la mia classe era piena di gente con l’eskimo, non se lo toglievano neppure durante la lezione, perché era un simbolo di status. Io non ero ben visto essendo l’unico non di estrema sinista, mi salvava il fatto che ero bravo a pallavolo e avevo aiutato la mia classe a vincere il titolo scolastico (conservo ancora la medaglia del comune di Milano), quindi sopportavano, per quanto possibile, anche il mio pensiero libero. Il fatto è che il mio pensiero, caro Guido, è sempre rimasto tale, contro ogni forma di prepotenza, mafia compresa e movimenti religiosi integralisti compresi, soprattutto quelli che hanno colonizzato la Lombardia, usando il cristianesimo come una clava, devastando migliaia di vite attraverso il principio della contiguità. Un principio orrendo se lo pratica un laico, imperdonabile se lo usa chi dice di ispirarsi a Cristo, che inseguiva i lontani non premiava i vicini.
        Troverei patetico uno stalinista, oggi come allora, trovo patetico e pericoloso un neo fascista, perché il pensiero di estrema destra, soprattutto quando si rifa a modelli devastastanti (tali furono il socialismo reale e il fascismo, che di fatto sono la stessa cosa), è addiritura patologico, parlo di patologia vera (il mio prossimo libro cercherà di spiegare perché).
        Su Ramelli ho letto e scritto molto, condannando sempre con durezza i suoi aguzzini, che erano fascisti rossi, ma il suo pensiero era incompatibile con i valori della Costituzione, della convivenza civile, della cultura dei diritti, quindi condanna senza appello ai suoi assassini, ma nessuna intitolazione è possibile perché illogica e generatrice di confusione. Se devo scegliermi un modello giovanile preferisco Giuseppe Impastato e tutti coloro che se ne sono andati in silenzio, dopo una vita passata dalla parte dei poveri. Due mesi fa, mentre ero in Puglia per lavoro, mi è stato fatto un regalo impagnabile, una visita alla tomba di don Tonino Bello. Da laico, mi sono emozionato.
        Quindi, caro Guido, nella mia vita niente fascisti, niente stalinisti, niente integralisti. E niente intitolazioni opportuniste. Mandiamo in galera a vita “chi tocca Caino”, la giustizia esiste per questo (Matteotti e i Frateli Rosselli non ebbero tribunali così efficienti), ma domandiamoci sempre da che parte sarebbe stata un secolo fa la vittima. Non è difficile rispondere perché per ciascuno parla la sua vita e le sue scelte. Un caro saluto
        Ps. Ricordo insieme a te il giorno in cui fu ucciso Guido Rossa, dai criminali delle BR. Eravamo giovani e idealisti, anche allora niente colori, ma presa di posizione chiara contro chiunque sfregiasse la vita altrui o seguisse ideologie di morte. Io sono rimasto fermo su quella decisione.

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  2. Il povero Guudo Rossa è stato un eroe ma è stato anche l’unico comunista ucciso dalle BR ( il termine “fascisti rossi” è un grande imbroglio, erano “rossi” e basta..)
    Molti di più sono stati i democristiani ammazzati, in nome della “dittatura del proletariato”
    Ricordo quando l’estrema sinistra cassanese brindò dopo l’uccisione di Aldo Moro
    Il bagaglio ideologico delle BR derivava da quella “Volante rossa” del PCI che continuò dopo il 1945 ad ammazzare fascisti o presunti tali, compresi numerosi preti dell’Emilia Romagna che con il fascismo non avevano nulla a che fare
    Questa è la verità storica

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    1. Vedi Guido, se tu fossi venuto al flash mob di sabato, saresti rimasto contento. Sono stati letti tutti i nomi dei morti ammazzati per ragioni politiche, di destra e di sinistra. Condannando in maniera convinta e uniforme.
      Eravamo li a commemorare degli esseri umani uccisi dalla violenza politica, che a tutti i presenti faceva ribrezzo.
      Si è parlato anche delle donne vittime di femminicidio e si detto che quel parchetto si poteva intitolare a loro.
      È evidente che a te interessa altro, ma forse non è questo il luogo, qui si parla di impegno educativo, in tutte le salse. Ciao

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  3. In risposta al sig. Guido vorrei evidenziare che l’intitolazione a Sergio Ramelli del giardino della Biblioteca di Cassano d’Adda non è un fatto innocente né pacificatore, ma risponde a una logica precisa e intenzionale dei promotori.
    Non è un caso, infatti, che l’iniziativa non sia isolata, in quanto il partito di Fratelli d’Italia ha presentato una mozione in diversi Comuni della provincia di Milano, tra cui Peschiera Borromeo, Melzo, Tribiano, Paullo, Cologno Monzese, San Giuliano, San Donato, Gorgonzola e Bresso, per chiedere l’intitolazione di una via, una piazza o un giardino a Sergio Ramelli. E basta verificare sul web – c’è un sito dedicato – per vedere come questa azione sia diventata “sistematica”, una bandiera da sventolare ovunque da parte delle forze di destra.
    E ancora, è un fatto, non un’opinione, che siano stati organizzati negli anni, sempre abbastanza vicino al 25 aprile, guarda caso, ritrovi dei gruppi di estrema destra proprio per commemorare Sergio Ramelli.
    Questo perché da sempre la memoria di Ramelli, certamente ucciso con modalità brutali da esponenti di una sigla di estrema sinistra, viene utilizzata per inscenare manifestazioni chiaramente e dichiaratamente apologetiche del fascismo.
    Gli esponenti della destra italiana giocano sull’ambiguità, sul rimescolare le carte e soprattutto sull’annacquare la verità storica, mettendo tutto e tutti, vittime comprese, sullo stesso piano.
    La sinistra ha fatto le sue ammende, ha preso le distanze dalle Brigate Rosse, allora e ne ha condannato le violenze. In modo netto.
    La destra invece continua a non pronunciare mai la parola antifascismo, che per loro resta un tabu.
    E questa sarebbe pacificazione???

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    1. Il suo discorso non fa una piega e coglie il cuore del problema. Questo è il significato civile e pedagogico del post, separare la furia ideologica dall’esame degli eventi. Se intitoliamo un luogo pubblico a una persona nostalgica di un regime che odiava gli omosessuali, gli ebrei, gli zingari, le donne, che uccideva gli oppositori, che faceva stragi nelle colonie, confondiamo le giovani generazioni e, soprattutto, facciamo arrabbiare chi invece crede nei diritti inalienabili delle persone. Ovvio che questo modo di procedere, lungi dal creare vicinanza, allontana le persone e mette le basi per nuove contrapposizioni, perché ogni soggetto non idologizzato percepisce l’inganno e reagisce indignandosi. La ringrazio molto per le sue parole, puntuali e documentate, che svelano l’intento strategico di queste intitolazioni.

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  4. Caro Domenico, il tuo articolo solleva interrogativi profondi sulla nostra capacità di fare i conti con il passato. La memoria storica non è un semplice esercizio di commemorazione, ma uno strumento fondamentale per comprendere il presente e orientare il futuro. Onorare chi ha incarnato ideologie di odio e violenza significa banalizzare le sofferenze delle vittime e rischiare di riaprire ferite mai del tutto rimarginate.
    Condivido come la “brutta e diseducativa illusione che tutto sia uguale” possa portare a sottovalutare i rischi di derive autoritarie. La storia ci insegna che le grandi tragedie iniziano spesso con piccole concessioni e silenzi colpevoli. L’impegno civico, la partecipazione attiva alla vita pubblica, sono antidoti essenziali contro l’apatia e l’indifferenza.
    In parrocchia cerchiamo in tutti i modi di far comprendere l’importanza dell’educazione e della trasmissione dei valori democratici alle nuove generazioni. I genitori, gli insegnanti, le istituzioni, hanno la responsabilità di coltivare la consapevolezza critica, il rispetto per i diritti umani, la capacità di discernere tra il bene e il male.
    È proprio vero…”dobbiamo rimanere vigili” per proteggere la libertà e la dignità di tutti.

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    1. Caro don Andrea, ti sono grato per queste parole e per il tuo servizio a favore di un’educazione che non sia solo precettistica. La storia è una maestra, chi non impara dalla storia è condannato a reiterare in eterno gli stessi errori. La vicenda che stiamo affrontando è una grande lezione in questo senso perché ci fa toccare con mano la capacità manipolatoria dei soggetti che operano nella vita pubblica, ma soprattutto fa affiorare il pericolo che denunci anche tu, ossia che tutto posso essere considerato uguale e messo sullo stesso piano. Non è così e spetta a noi insegnarlo alle nuove generazioni, evitando di farne solo una questione idologica, perché è coinvolto l’universo delle relazioni tra noi, i bambini e i ragazzi, dunque il futuro. Farne una questione idologica non è la strada giusta. Un caro saluto

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  5. Il museo di Salo’ racconta la storia della repubblica sociale, un regime voluto da Adolf Hitler e guidato da Benito Mussolini.
    Il museo continuerà ad esistere, la storia ha il dovere di essere raccontata, studiata e approfondita, anche dopo la revoca della cittadinanza onoraria a Benito Mussolini.
    La cittadinanza onoraria viene conferita ad un individuo per l’impegno, per meriti speciali, per le sue opere.
    Ci sono voluti 100 anni per abrogare tale assegnazione, un atto simbolico di enorme valore educativo e storico.

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    1. Cara Simona, le sue considerazioni mi consolano perché, purtroppo, c’è anche chi ne fa una questione solo politica, dimenticando tutto il resto, a cominciare dagli aspetti pedagogici, inquinati da scelte così ambigue. Le posso garantire che mischiati tra le gente comune ci sono tanti individui che, con la scusa dell’anticomunismo, coltivano nostalgie imbarazzanti. Con loro sono severissimo, così come lo sono con chi pratica la raccomandanzione familiare, con alcuni i rapporti si sono chiusi definitavmente per mia volontà, con altri sopravvive una finzione che si alimenta di incontri talmente sporadici da essere prossimi allo zero. Non mi sento di fare neppure un passo con chi vuole una società barbara e priva di diritti o con chi i diritti agli altri li toglie a favore del parentado.
      La revoca della cittadinanza a Mussolini fa molto onore al comune di Salò, ma purtroppo sono troppi a pensare che il passato è passato, io preferisco tenerlo aperto in attesa che chi si è macchiato di certe simpatie chieda scusa invece di invocare riconoscimenti. Un caro saluto

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