Il disagio delle giovani generazioni, gli influencer e le complicità del mercato

Negli ultimi giorni sto scrivendo a delle aziende con cui collaboravo per annunciare la mia indisponibilità futura. Per alcune è stato spiacevole, soprattutto per una in zona Lambrate, per altre meno o decisamente meno.

Una decisione maturata lentamente ma in modo inesorabile negli ultimi tempi.

Il contatto continuo e urticante con la cruda realtà del Paese, soprattutto con un Meridione sempre più povero e regressivo, che perde tutti i suoi giovani (la città in cui mi sono recato la scorsa settimana, in pochi anni è passata da 260 mila a 216 mila abitanti), mi obbliga a riflettere. Il tempo che mi rimane voglio dedicarlo (più di quanto non abbia fatto sinora) ai soggetti “incapienti”, poco appetibili per il mercato degli influencer e professionisti -spesso, purtroppo, coesistenti negli stessi personaggi- ma che sono anche i più bisognosi. Queste realtà sono sempre state prevalenti nel mio impegno, ma non in modo quasi esclusivo, come sarà da ora in avanti.

La settimana scorsa, l’incontro con dei giovani liceali di una città boccheggiante, mi aveva dato la spinta definitiva.

Ma esiste una seconda ragione che motiva la mia scelta, e riguarda la fauna degli influencer e dei professionisti che in questi anni si sono tuffati nel mercato del disagio facendone uno spettacolo fine a sé stesso. Spesso, purtroppo, sono state le aziende a promuoverli, perché i follower che costoro possono esibire sono la vera posta in gioco, la misura del loro valore (il che è una follia), l’elemento che scrive le graduatorie.

Un modo per uccidere la scienza e la sua funzione di servizio, danneggiando i cittadini portatori dei bisogni più urgenti.

Il risultato è stato terribile, un drastico crollo di competenze, salvo eccezioni, e un innalzamento di costi inversamente proporzionale.

Continuo a spiegare che bisogna stare vicino alle persone, alle famiglie, alla scuola, alle giovani generazioni, senza vendere ricette o slogan, ma trasferendo competenze, con pazienza e senza creare condizioni economiche impossibili, perché non esiste altro modo per aiutare questi soggetti, gli stessi che contano di più per il Paese. Dedicarsi a loro, senza condizioni.

10 pensieri riguardo “Il disagio delle giovani generazioni, gli influencer e le complicità del mercato

  1. La sua scelta è ammirevole, ed eticamente esemplare. Ma, mi chiedo, non rischia di lasciare il campo libero a questi “modaioli”, banalotti e poco competenti? Ciò detto, tanta stima, come sempre!

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    1. Al contrario, mi prenderò più tempo per fare il mio lavoro tra le persone comuni, gia dalla settimana prossima sarò nel quartire di Lambrate. Il fenomeno di cui parlo nel post, invece, è difficile da debellare perché i giornali e le televisioni vivono di audience e sono costretti dalle leggi di mercato ad appoggiarsi agli influencer, che si trascinano dietro numeri importanti, questo significa clic e pubblicità, in altre parole fatturato e stipendi per il giornalisti, che non vivono di aria.
      A questo deve aggiungere la pigrizia degli amministratori pubblici, che per fare “bella figura” puntano su nomi di grido, e il cerchio si chiude. Infatti è un circolo chiuso: tu ti vendi bene, ti chiamano giornali e televisioni, la polarità conseguente produce ricchezza.
      Non immagina neppure cosa succede con queste persone, ad esempio, nel mondo dell’editoria, dove gli editor sono costretti a scegliere in base ai follower e, in tanti casi, a scrivere gente che non è in grado di farlo. Per non dare adito a facili ironie, lei saprà che sono al trentesimo libro, non è me che danneggiano questi comportamenti ma tante persone di talento oscurate dalle cifre.
      A tutto questo aggiunga che se fai spettacolo a tempo pieno lo spazio per osservare, studiare, prepararti si riduce al lumicino, ma il fatto è che lo spettacolo piace proprio a chi dovrebbe diffidarne. Non è un caso se adesso si va nei teatri, a pagamento, a parlare di disagio, pensando di vendere delle pozioni magiche. La ringrazio per la stima

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  2. GRAZIE dott. Barrilà, per la sua passione e per la sua verità.
    Leggendo i suoi ultimi articoli e in modo particolare questo ultimo mi ha fatto venire in mente una frase che amo tantissimo: essere NEL mondo ma non DEL mondo.

    So-stare accanto a queste persone per ascoltare e condividere la loro vita di persone comuni è l’ultima speranza di vedere il cambiamento di cui il mondo ha bisogno.

    Non scrivo spesso, ma leggo tutto ed ogni volta il suo pensiero mi spinge più in la.

    Sempre riconoscente
    con affetto vivo
    Virna

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    1. Cara Virna, il nome di questo blog è “Voce del verbo stare”, non è stato scelto a caso. Ma è inutile lo dica a te, che con la tua associazione fai da esempio a tutti noi. Un carissimo saluto

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  3. Caro Domenico,
    la sua scelta testimonia da che parte lei é sempre stato: dalla parte dell’essere e non dall’apparire. Ma non è questa scelta che me lo fa pensare. È la costanza con cui parla dei contesti più fragili. Ammirevole coerenza la sua. E competenza offerta stimolando autocritica e riflessioni, altro che ricette! Perché le ricette possono riuscire oppure no e saranno sempre” le ricette di”, mentre le sue argomentazioni, la sua esperienza e competenza sollecitano una crescita reale, come dice Virna, spingono più in là.
    Grazie ancora Domenico e buon lavoro arricchente perché ricco di umanità.
    Antonella Alia

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    1. Cara Antonella, non saprei se c’entra la coerenza, ma posso garantirle che la situazione sul terreno è drammatica, proprio perché sembra essere assente ogni consapevolezza della dimensione del problema, ed è proprio questo dato a determinare quella specie di gioco di società che si è apparecchiato intorno al tema del disagio, più esistenziale che clinico, che tocca trasversalmente tutte le generazioni. La solitudine dei bambini, dei ragazzi, della famiglia e della scuola è assai più grave di quello che possiamo immaginare, per questo dovremmo essere tutti impegnati in una sorta di Piano Marshall a favore di questi soggetti, senza i quali non c’è salvezza per una comunità.
      Lei, che è insegnante da una vita, può dire meglio di me quale scuola può permettersi di organizzare un percorso di affiancamento psicologico e pedagogico per affrontare il disagio dei soggetti che la popolano. Non possiamo più accettare questa ipocrisia, chi vuole aiutare le nuove generazioni, invece di fare teatro, si prepari e si renda disponibile. Con le risorse che ci sono, senza invocare ciò che non c’è.
      Un caro saluto

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  4. Carissimo Domenico,
    riuscire a difendersi e offrirsi per aiutare i ragazzi e le ragazze, i giovani e gli adulti , ad affrontare e vivere tutto ciò che descrivi è veramente un compito angosciante e difficile. La maggior parte di noi, all’inizio della propria vita, o a metà, o più avanti negli anni , come me, sta semplicemente affogando in affanno quotidiano intrecciato con una ipersocialità rumorosa e superficiale di persone disattente e sempre altrove con la testa.Tanti , soprattutto I politici, sembrano organizzare spettacoli “eventi”, auto presentazioni, celebrazioni, senza considerazione per i contenuti proposti. Alla fine ci troviamo soli, cioè senza informazioni e conoscenze pratiche utili e senza incoraggiamenti sinceri di fronte ai compiti della vita ( famiglia, lavoro, rispetto per noi stessi…). Io ho qualche chiarezza su come vanno le cose , ormai a consuntivo, ma la se chiarezza sulle reali mete che possono dare senso alla vita individuale mancano all’inizio del percorso i naufragi sono quasi certi, e qualcuno il prezzo lo paga, e , oggi, purtroppo senza avere il metro dei profitti e delle perdite emotive. Su questo punto è decisivo l’esercizio della responsabilità sociale dei medici degli psicoterapeuti…che invece fanno quello che tu descrivi…..
    Tuttavia io penso ai tanti silenziosi professionisti della salute mentale , del pubblico e del privato, agli educatori, agli insegnati, alle assistenti sociali (come mia moglie) e mi vengono in mente le parole di Giovannino Guareschi “Son forse un uomo tanto importante da eccitare la curiosità della gente e da renderla ansiosa di conoscere anche le più minute vicende della mia vita familiare? No davvero: sono un uomo comune e quindi mi pare, parlando di me e dei miei, di fare un po’ la storia dei milioni e milioni di uomini comuni che, con la loro assennata mediocrità, tengono in piedi la baracca di questo mondo. Quella baracca che gli uomini « eccezionali », gli uomini « fuor dal comune » tentano di scardinare con la loro genialità”
    Un abbraccio

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    1. Carissimo, le tue parole sono un ottimo modo per inziare la giornata, il 2 settembre sarò all’estero, mi sto preparando con molta cura.
      Terrò una riflessione a circa 600 docenti di un ateneo, proprio sul rapporto tra noi e il gruppo sociale. La loro curiosità, quindi l’invito, eràno scaturiti dalla lettura del mio ultimo volume “Individualisti si cresce”, perché credo si rendano conto che questo non è uno dei problemi ma, drammaticamente, “il problema”. Alfred Adler è stato un vero profeta, ma forse nemmeno lui poteva immaginare il punto a cui saremmo giunti. È tempo di gratuità, che non significa lavorare gratis, ma rendere possibile l’accesso a chi non è in grado di aprirlo con le proprie risorse. Chi non capisce questo e, soprattutto, vanta competenze inadeguate, deve cambiare lavoro.
      Mi sgolerò per dirlo, anche quando finirò il percorso lavorativo, tanto si può scrivere anche senza titoli.
      Stamattina facevo colazione con mia moglie in un barettino gestino da una signora molto anziana a impacciata, ma gentilissima e dolce. Nessuno dei terapeuti che conosco mi avrebbe rasserenato così tanto. Non aveva fretta, è venuta persino a chiedermi se mi piaceva con la cremina oppure senza il mio cappuccino. Nello stesso istante, un ragazzino usciva da una bottega, era nero come la pece e non sembrava il figlio di quanche ministra che esalta la ricchezza (spero se la sia guadagnata lavorando come quella vecchiata, perché c’è modo e modo di fare i soldi), ebbene si è fermato e ha dato una moneta al mendicante che stazionava vicino al bar, anche lui nero come la pece e con gli occhi persi nel vuoto. Le scintille ci sono, ma siamo troppo veloci per vederle e, soprattutto, per trasformarle in un incendio.

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  5. Concordo nuovamente con Lei in pieno: dobbiamo lasciare alle future generazioni competenze, conoscenze e altrettanta passione per ciò che si fa. In questi ultimi giorni di scuola sono stata letteralmente inondata di affetto dalle mie due quinte liceo, ma anche da studenti delle mie altre classi. Vedere ragazzi di diciotto anni che piangono perché la scuola è finita è segno che qualcosa di buono abbiamo lasciato. Passione e dedizione sono le uniche basi di una cultura che possa dirsi tale. Le nuove generazioni, fortunatamente, sono meno inclini a farsi imbottire di nozioni fine a se stesse. Hanno urgente bisogno di altro e lo fanno capire in molti modi che noi adulti dobbiamo saper cogliere… Questa è la vera Scuola, quella che lascia un segno. Con stima e gratitudine, Marisa

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    1. Cara Marisa, insegnare è toccare una vita per sempre, diceva Heidegger. Quest’affermazione non è mai stata così attuale e lo sarà sempre di più, perché la scuola, il primo grande terreno di collaudo sociale di ogni essere umano, può colmare limiti appresi e aprire prospettive inimmaginabili nella vita di uno studente. Oggi, più che mai, può essere un contrappeso fondamentale ad altre agenzie educative, famiglia inclusa, sovente disorientate e prive di obiettivi chiari.
      Sono grato a tutti gli insegnanti che comprendono lo spessore del loro ruolo, perché lavorano per il paese intero. Un carissimo saluto

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