Qualche anno fa, nella prefazione, raccontavo che a due passi dall’Antartide, in territorio cileno, c’è la città più meridionale del Pianeta. I suoi abitanti sono stati tormentati per anni dai raggi ultravioletti, che lo squarcio prodottosi nello strato di ozono, quasi a perpendicolo sulle loro teste, rendeva reso particolarmente temibili.
L’ozono è una molecola chimica, composta da tre atomi di ossigeno, la cui presenza negli strati medio-alti dell’atmosfera rende quasi innocue le radiazioni ultraviolette che arrivano dalla stella che ci riscalda, il Sole. Quando lo strato di ozono diminuisce le radiazioni ultraviolette attraversano con facilità l’atmosfera rendendosi responsabili di tumori alla pelle e di malattie agli occhi.
Ma lo strato di ozono non si danneggia a causa di qualche responsabilità degli abitanti di quei luoghi così lontani, anzi loro non c’entrano nulla. Per la precisione sono vittime del modo di vivere di noi occidentali, che per anni abbiamo immesso in atmosfera i famigerati clorofluorocarburi, di cui erano piene le bombolette spray, che tutti noi occidentali abbiamo usato in quantità, così come ne erano colmi i circuiti di frigoriferi e climatizzatori, anche questi diffusissimi tra noi.
Secondo gli scienziati sarebbe stato proprio l’utilizzo massiccio di quel prodotto a corrodere la fascia di ozono, generandovi una fessura di grandi proporzioni, ma il vero punto della questione, lo ripetiamo, è che non erano gli abitanti di quei luoghi remoti i responsabili del loro male. Eravamo noi, che migravamo coi nostri prodotti, con gli effetti collaterali del nostro stile di vita.
Una migrazione molto più grave di quella che fa perdere il sonno ai razzisti, che misurano il danno prodotto, secondo loro, dalle migrazioni, solo col criterio dei colori e fanno finta di non sapere, anzi non sanno perché sono ignoranti, quanti disastri regala al Pianeta il nostro scriteriato modo di vivere.
Quei bambini, che vivevano in prossimità della fascia di ozono danneggiata non potevano permettersi neppure il lusso di correre e giocare all’aria aperta, poiché la sistematica esposizione alle radiazioni minacciava la loro salute e la stessa vita. Così le loro mamme, quando le autorità segnalavano lo stato di allarme, cosa che avveniva piuttosto di frequente, erano costrette a fare da gendarmi, contenendo la vitalità dei loro figli all’interno delle case che, visto il livello di povertà di quelle parti, non dovevano essere comode e ipertecnologiche come le nostre.
Da questa parte del mondo, invece, i figli dei responsabili del buco nell’ozono, i nostri figli, se la potevano spassare senza rinunciare a godersi il sole, quando c’era, e l’aria aperta, quando non era troppo inquinata dalle nostre fabbriche, dalle nostre automobili e dai nostri elettrodomestici.
Il concetto di migrazione andrebbe rivisitato, profondamente, anche coi bambini e coi ragazzi, che rischiano anch’essi di prendersela con chi non c’entra niente e spesso è costretto a lasciare la propria terra a causa delle “nostre” migrazioni che, come abbiamo visto, sono solo in parte tridimensionali.
Genitori e insegnanti dovrebbero lavorare molto su questa parte invisibile, spiegare ai bambini e ai ragazzi che spesso ciò che si vede si può spiegare solo con ciò che non si vede, ma che esiste e determina la realtà, a cominciare dalle sue negatività più grandi, le stesse che poi determinano quei fenomeni che tirano fuori il peggio di noi e costringono creature giù danneggiate dalle nostre azioni a sentirsi in debito, quando gli unici a essere in debito siamo noi, quindi anche loro, i nostri bambini e i nostri ragazzi. Forse solo così troverebbero il coraggio di chiedere scusa a chi considerano solo degli intrusi, degli importuni.
Traggo spunto dalla sua azzeccata riflessione per citare un altro esempio, dottore.
Il colonialismo ha destabilizzato economie e società nei paesi colonizzati, creando condizioni che oggi spingono le persone a migrare.
C’è una responsabilità storica dell’occidente, che viene del tutto taciuta e dimenticata. Capire queste dinamiche aiuta a costruire politiche migratorie più eque e a favorire l’interazione.
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Se avessimo politici in grado di pensare secondo il raginamento che lei propone, caro Gianni, e se fossero capaci di trarne delle conclusioni appena logiche, forse ci eviteremmo quello scempio quotidiano del tiro al migrante.
Certamente le condizioni di cui lei parla non si sarebbero create e forse molti esseri umani diseredati non avrebbero sentito il bisogno di lasciare le loro case per raggiungere una parte di mondo che sembra…un altro mondo, un luogo dove la vita può dispiegarsi in maniera doversa per sé, per i propri figli, per i propri nipoti. Da questa parte, invece, sono nati, senza merito, uomini e donne che si sono resi conto che l’inospitalità porta voti, anzi porta vagoni di voti, così si sono messi a fare gli aguzzini e molti cittadini sembrano gradire. Grazie Gianni e un caro saluto
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Caro Domenico, le tue riflessioni mi hanno fatto tornare in mente delle parole di Zygmunt Bauman:
“Dovremmo fare in modo che i nostri bambini si preoccupino del fatto che i paesi che si sono
industrializzati per primi siano cento volte più ricchi di quelli che non si sono ancora
industrializzati. È necessario che
nostri bambini imparino, e presto,
a non vedere le ineguaglianze tra la loro sorte e
quella di altri bambini come la volontà di Dio né come il prezzo necessario per l’efficienza economica, ma come una tragedia evitabile.”
Ho un figlio di 11 anni a cui cerco sempre di spiegare come ci siano altre persone a subire le conseguenze del nostro stile di vita, di come ciò che qui da noi si paga pochi euro, sia a caro prezzo per un’altra parte del mondo in termini di costi ambientali e di diritti.
Quando avevo io la sua età, gli adulti di allora ci dicevano che noi avremmo potuto cambiare il mondo, salvarlo.
Non è andata esattamente così.
E lo spettacolo che mio figlio ha dinanzi agli occhi ogni giorno è quello di genitori che cercano di fare la loro piccola parte, pur con tutti i loro limiti e le loro contraddizioni, genitori che sperano ancora in un mondo migliore ma si chiedono se non sia una menzogna ripetere al proprio figlio che lui potrà riuscire in ciò di cui noi non siamo stati capaci, mentre stiamo preparando per la sua generazione un futuro drammatico.
Ed oggi si può davvero scegliere di uscire da questa giostra che ci ingabbia vorticosamente? Si può scegliere se e cosa consumare per tentare di fare la differenza quando i più arrivano affannosamente a fine mese tra bollette, mutui e beni necessari?
Non può scegliere la pasta biologica od il maglione sostenibile chi arranca.
Il sistema non può cambiare solo dal basso. Servono menti competenti per guidare un cambiamento radicale…e a volte sembra così difficile da farci pensare che sia impossibile.
Ma, allo stesso tempo, non riesco a smettere di sperare.
Perdona la lunghezza del messaggio…forse sono andata ” fuori tema”
Tanti auguri di buon compleanno…tra pochi minuti!
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È un oceano talmente vasto e profondo, cara Michela, che è impossibile andare fuori tema. Siamo andati troppo veloci e non ci raccapezziamo più, si vive di istinti, alla giornata, si cerca di aprire delle botteghe nel cuore di povere persone, incapaci, per mancanzi di tempo, per eccesso di fretta, di farsi un’idea di ciò che cerca di sedurli, sequestrando il loro mondo interiore. Stasera una cara amica mi ha girato alcune riflessioni su un personaggio, un educatore, che si concia come divo del cinema, barba e capelli lunghissimi, molto scenografico. Non ti giro i suoi commenti, da madre e da cittadina.
La sostanza, cara Michela, è morta, la nostra presidente del consiglio, a Marbella, tre anni fa, è riuscita pronunicare, a Marbella, un discorso orribile, contro gay e immigrati. Poi è stata coperta da un plebiscito.
Ma non perdiamo la speranza, per i nostri figli ne vale la pena. Un caro saluto
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