È accaduto pochi giorni fa, in un torneo di calcio giovanile in Piemonte, ma riguarda tutti noi.
Uno dei giocatori della squadra vincitrice sta ancora esultando, passa vicino al portiere avversario, seduto per terra con la testa piegata, affranto per la sconfitta, peraltro di stretta misura, e lo deride, innescando una reazione violenta, base di pugni e calci. Il padre del ragazzino pestato entra in campo e, a sua volta, picchia e manda all’ospedale l’aggressore.
Tutto nasce da quella mancanza di identificazione verso l’avversario, intento ad amministrare la frustrazione della sconfitta, immerso in un sentimento soggettivamente doloroso, anche se a qualcuno potrebbe sembrare esagerato.
L’esultanza, legittima, quando si ottiene un successo, che troppo spesso scade nella derisione, andrebbe rieducata, ricordando che dall’altra parte c’è qualcuno che sta cercando di fare i conti con uno stato d’animo opposto, lacerante, un senso di fallimento, che si mischia ai tanti che a quell’età si provano, e non solo a quell’età. In un contesto culturale infiltrato di espressioni che somigliano a istigazioni alla riuscita – “vincente”, “alla grande”, “top player” – facendo apparire ogni insuccesso una sconfitta umiliante e definitiva, educare la nostra capacità di percepire ciò che sta accadendo nel mondo interiore altrui è diventata la vera missione pedagogica per l’oggi e per il domani, l’unica che può avvicinare noi e i nostri figli al prossimo, offrendo loro e a noi una sicura strada di maturità e di salvezza.
Lo attesta proprio quell’ipersensibilità alla sconfitta -ingigantita dalla derisione subita- manifestata dal portierino, che rappresenta una limpida controprova di ciò che andiamo dicendo. La sua postura avvilita, che reprimeva quella rabbia attivata in modo rovinoso dallo scherno dell’avversario, forse era degna di migliore causa, ma esattamente in quei momenti era quella la sua personale migliore causa.
Non sempre possiamo decidere noi quali sono le migliori cause degli altri.
Oggi, più che in tutte le altre epoche del passato, è diventato drammatico ammortizzare gli insuccessi, per tutti, perché oramai la paura del limite ci possiede, spesso in modo parossistico, alimentata da tante pretese quasi disumane che arrivano della collettività, che aumentano la nostra percezione di inadeguatezza, avvilendoci.
Per chi può aprirla, questa è la riflessione integrale.
https://tg24.sky.it/cronaca/2025/09/09/portiere-picchiato-educare-figli-insuccesso