Sei anni fa usciva “Tutti Bulli”. Affrontava un tema drammatico, quello della violenza e della sopraffazione nel mondo giovanile, cercando un approccio ragionato. Il volume aveva conosciuto un’ottima partenza, ma l’esplosione -proprio negli stessi giorni del suo arrivo in libreria- dell’epidemia di Coronavirus ne aveva bloccato l’attività promozionale, rallentandone in modo significativo la diffusione. Tuttavia, malgrado il muro sanitario che si era alzato a seguito della Pandemia, quell’approccio oggi torna d’attualità, come conseguenza degli episodi di violenza che si susseguono a tutti i livelli.
Vi propongo un paio di pagine tratte dal secondo capitolo, nella speranza che coloro i quali non avevano potuto conoscere “Tutti Bulli” possano apprezzarne gli argomenti e lo sforzo di avvicinare una questione complessa senza imboccare scorciatoie.
I comportamenti antisociali possono cominciare all’alba della vita, soprattutto se l’ambiente educativo scambia un bambino per un bambolotto con cui giocare e se le stesse persone che si occupano, a qualche titolo, di lui pensano che l’educazione vera, quella in cui si fa “sul serio”, inizi più tardi, dunque adesso si può dare sfogo a tutta l’ansia di farlo divertire. Sennonché, proprio mentre il comitato d’accoglienza si industria sul programma dei festeggiamenti, mettendo in cantiere iniziative a getto continuo, il bambino comincia a costruirsi la propria idea della vita, prendendo per buono tutto quello che gli accade intorno tra le mura domestiche. Le opinioni maturate nei primi cinque/sei anni, prevalentemente nell’ambiente domestico, sono piuttosto decisive nel mettere a punto lo strumentario comportamentale, dunque, quell’educazione in cui si fa “sul serio” è partita esattamente il giorno della nascita.
Se in quei giorni, mesi, anni il bambino, prenderà sul serio ciò che di sbagliato gli farà credere una cerchia familiare viziante, e proverà ad applicarlo nei rapporti all’esterno, si accorgerà immediatamente che fuori dalle mura domestiche quel copione non funzioni, così cominceranno, più presto di quanto si creda, le sportellate col prossimo. Come è successo ad Andrea, un bambino di appena diciassette mesi, che frequenta l’asilo nido. Proprio grazie all’azione entusiasta del comitato dei festeggiamenti, poteva vedersela brutta, ma la madre, fortunatamente, la pensava in modo diverso, e così continuò a pensarla anche quando, insieme al marito, venne convocata dalle educatrici dell’asilo.
Queste segnalarono che il piccolo continuava ad aggredire i compagni, strappando via dalle loro mani con la forza qualsiasi oggetto stessero trattenendo, che considerava di sua proprietà. Tanto, a casa era tutto suo.
Per giunta, gli altri bambini avevano cominciato a temerlo e assumevano atteggiamenti sottomessi, dei quali Andrea si mostrava assai contento. Un capetto con un grande futuro.
I bambini adorano un tale piacere della funzione, si esaltano nel constatare di essere in grado di esercitare la propria iniziale signoria su oggetti e persone, ottenendo risultati che tendono a trovare gratificanti. In questo, per la verità, non sembrano molto diversi dai grandi, ma se per questi ultimi i giochi sono fatti, i piccoli si possono ancora salvare attraverso l’azione educativa.
Quasi impossibile immaginare nel piccolo Andrea, nome ovviamente inventato, intenzionalità malevole, il sistema familiare in casi del genere se la prende con la maestra, magari dandole dell’esagerata. La madre, però, è una ragazza molto sveglia, non appartiene a quella categoria di genitori che gettano i loro fardelli sulla scuola, così torna a casa, convoca una riunione plenaria con nonni e zii, illustrando le conseguenze che l’educazione viziante, impartita al bambino dall’intero sistema, genitori inclusi, determina sui comportamenti sociali del piccolo. Parla apertamente, dice che il bambino tutti quei mesi li aveva trascorsi in famiglia, dunque le sue cattive abitudini non potevano che essere state apprese tra le mura domestiche, di certo non all’asilo.
La collaborazione familiare e quella con le insegnanti, è partita immediatamente con il piede giusto, i primi risultati fanno intravedere sviluppi promettenti. Potenza della mamma e dell’intelligenza.
L’incontro con la scuola, la prima vera stazione sociale di controllo delle attitudini sociali del bambino, nel caso specifico si è superata, fornendo un rimando che potrebbe modificare il percorso esistenziale di Andrea, salvando, oltre a lui stesso, le persone che incontrerà sul suo cammino. Un remoto intervento di prevenzione al bullismo che ci fa pensare quanto sarebbe utile se gli insegnanti che si occupano dei bambini nei primi sette/otto anni di vita fossero costantemente affiancata e aiutate in questa preziosissima opera di prevenzione, che avrebbe ricadute inimmaginabili sull’assetto della comunità allargata. I primissimi collaudi sociali sono rivelatori dell’impronta educativa ricevuta dal piccolo, indizi di uno stile di vita già abbozzato, pronto a radicarsi se non viene corretto, quando palesemente sbagliato.
Andrea è un bambino molto fortunato, perché anche il suo sistema sembra possedere gli anticorpi necessari per imprimere un deciso cambiamento di rotta, in un’età dove non è troppo complicato intervenire.
Non è andata altrettanto bene a Michele, 12 anni, che frequenta la seconda media. Dall’inizio dell’anno scolastico prende di mira un compagno con gli occhiali, lo ridicolizza, lo tormenta di nomignoli, lo spinge, lo fa piangere. Anche in questo caso gli insegnanti convocano i genitori, ma la madre è l’ente per la protezione del fanciullo e non mostra dubbi, “Mio figlio vuole solo giocare, non è affatto un bullo!”, per non parlare degli attacchi frontali che sferra agli insegnati sui social network, trovando buona compagnia, soprattutto tra quei genitori che non riescono a capacitarsi dell’insopportabile atteggiamento della commissione per Nobel, restia a riconoscere il genio del proprio gioiello.
Manco a dirlo, la madre di Andrea si è voluta confrontare con lo psicologo, pure essendo perfettamente in grado di risolvere da sola il problema, mentre la madre di Michele ritiene che dallo psicologo dovrebbe recarsi l’intero collegio docenti, per farsi dare una regolata. Prepariamoci ad accogliere Michele tra i ragazzi effervescenti, magari con una promettente carriera da sopraffattore.
Leggere in parallelo questi due episodi è come fotografare il Big Bang, traendo dalle immagini predizioni per lo sviluppo futuro dell’universo.
Il bullismo non è una conseguenza obbligatoria e non rappresenta neppure un destino inesorabile, ma soprattutto non lo inventa la scuola -al massimo può favorirlo per carenze spesso evidenti- che in questi casi “importa” prodotti fabbricati all’estero.
Il tema è ancora attualissimo e lo stesso vale per queste riflessioni, a giudicare da quanto si legge e ascolta alla TV.
Non un destino sociale, ma ambienti familiari con enormi responsabilità, ciò non di meno le famiglie, come la scuola, vanno supportate e non colpevplezzate. Grazie di cuore.
Grazie
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Caro Gianni, la violenza fa parte della nostra storia ma non è un destino immodificabile, lo diventerà se ci ostineremo ad affrontarlo sotto un unico profilo, quello disciplinare, poliziesco. Dietro la violenza vi sono storie specifiche e fragilità inimmaginabili. Occorre una pedagogia civile rivoluzionaria, capace di capire che l’accanimento non basta. Ieri sera cercavo di seguire un dibattito sull’omicidio del giovane di La Spezia da parte di un coetaneo. La dozzinalità dei commentantori e dei politici è sconfortante, una litania vuota che domattina cesserà, insieme ai titoli dei giornali. occorre altro, molto altro. Gtazie mille
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Trovo utile ancora una volta la tua capacità di non gettare la croce sulle spalle dei genitori.. La responsabilità, non la colpa: non punti il dito per punire i genitori, ma per responsabilizzarli. Il contrasto tra la madre di Andrea (che agisce con intelligenza) e quella di Michele (che agisce come “avvocato difensore”) mostra chiaramente come l’amore vero sia quello che sa guardare in faccia i difetti del figlio per aiutarlo a fiorire.
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Caro Andrea, tu sai bene, certo meglio di tanti, cosa è successo nell’Orto degli Ulivi, quando un padre responsabile si è accollato un dolore potente per mettere il figlio sulla strada dell’interesse generale. Le regole da allora non sono cambiate, sono cambiate invece le persone che, oggi come mai, vogliono piegarle verso interessi di parte, pretendendo che rimangano regole, come se le regole fossero uno di quei bottoni da schiacciare al bisogno e non uno strumento per regolare la vita delle famiglie e del Pianeta. Un abbraccio
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