Stamattina prima delle sette ero in stazione. Un’ora dopo a Milano, in via della Commenda.
Alcuni studenti del liceo Giovanni Berchet, che in questi giorni sono in autogestione, mi avevano chiesto di passare un paio d’ore con loro, per un confronto sugli effetti dell’individualismo nella vita delle persone e delle comunità.
Mi sono preparato per giorni, come faccio sempre quando devo parlare a delle persone, perché la psicologia non potrà mai essere uno spettacolo, un’esibizione calibrata sull’umore di chi parla o sul suo bisogno di gratificazione.
Tra il pubblico ci sono persone che cercano risposte ai propri problemi e sperano di catturarne almeno un frammento, se quelle persone sono ragazzi la responsabilità è ancora più grave perché si gioca col futuro di tutti.
Le odiose esibizioni intellettuali cui ci stiamo abituando feriscono il diritto di molti di conoscere meglio sé stessi, compito affidato proprio alla divulgazione, che per questo è obbligata a qualificarsi. Non si possono gettare semi a casaccio, occorre prepararsi, calibrando ogni parola. Dal palcoscenico è più facile, si può insultare l’universo mondo senza però spiegare cosa faremmo noi al posto della famiglia, della scuola, dei ragazzi.
Tuoni e fulmini ma neppure l’ombra di un rimedio.
Quando avevo l’età degli studenti incontrati stamattina ero in fabbrica, gli eventi mi avevano costretto a rinunciare alla scuola per un certo periodo, un ritardo che si era riverberato anche sulla carriera universitaria, che avevo potuto iniziare solo a 23 anni. Un involontario vantaggio, perché quegli anni di immersione mi sono serviti a capire meglio il mondo intorno a me e a tenere lontana la tentazione di parlarmi addosso, perché la realtà situata non è come se la immaginano coloro che la sfiorano con riluttanza.
Erano ragazzi con il cervello collegato bene al resto del corpo, i compagni di viaggio di stamattina, silenziosi e attenti. Sono uscito da quell’ambiente pieno di speranza, sicuro che quella libertà avvertita nei loro occhi -mentre mi illudevo di essere il “relatore”- diventerà metallo prezioso per la comunità e impedirà di affermarsi a quegli sconsiderati che in questi giorni fanno a gara a chi retrocede di più verso paesaggi arcaici, popolati di istinti primordiali che incubano ignoranza e violenza, mascherata dietro l’ansia di fondare nuovi partiti, e trovano pure il coraggio di parlare di tradizione di valori.
Ringrazio quei ragazzi, i loro genitori e i loro professori. Quella scuola, che nei teatri si attacca per il prezzo di un biglietto e di un applauso, ma che si sforza di prendere sul serio la vita e cerca di contagiare di sé anche i suoi critici.
La scuola non manca di problemi, ma se tutti ci prendessimo l’impegno di sentirla nostra, di “stare” con essa regolarmente invece di spettegolare sulla sua pelle, forse salveremmo l’intero Paese.
Grazie della sua condivisione e delle sue parole che rendono con evidenza il suo sguardo su quei ragazzi e su quella scuola. Riflessioni di speranza e un messaggio di positività.
Cordiali saluti
Antonella Alia
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La positività, cara Antonella, è scritta sui volti e nei pensieri di quei ragazzi, e qualche merito dobbiamo riconoscerlo anche alla scuola, incastrata tra una classe politica priva di “visione” e una pletora di tecnici che pascolano sfacciatamente nelle sue ferite.
Un caro saluto
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