Eppure le quaresime sembrano tutte uguali

Oggi, mentre liberavo il mio computer da vecchi scritti -negli ultimi mesi credo di avere cancellato circa seicento articoli, un quarto della mia produzione, che a me di sicuro non mancheranno- mi sono imbattutto in un pezzo che avevo scritto 21 anni fa. Anche allora era Quaresima.

Rigurdava l’uccisione di Nicola Calipari che si era messa messo in auto -una guerra anche allora- per accompagnare all’aeroporto la giornalista italiana Giuliana Sgrena, appena liberata a Bahgdan, in Iraq. Gli americani spararono sull’auto -errore o grilletto facile- e l’agente italiano coprì con il suo corpo la giornalista, salvandole la vita e perdendo la propria.

Una storia quaresimale, che serve solo a ricordarci che le morti ingiuste servono a fissare nella pietra ciò che siamo e, purtroppo restiamo,. quale che sia il mezzo del supplizio.

Di seguito potete leggere ciò che avevo scritto allora, ma se chiudete gli occhi e ripensate a ciò che stiamo vivendo al presente, vi sembrerà che siano passati solo pochi giorni e non 21 anni, da quel 4 marzo 2005. In alcuni passaggi le similitudini sono impressionati, eppure, alla fine, io stesso mi rendo conto dell’inutilità delle mie parole, e forse di tutte le parole

IN MORTE DI UN BRAV’UOMO

La morte di Nicola Calipari ricade sulle spalle di tutti coloro, cittadini e politici, che hanno voluto, o semplicemente accettato, la guerra in Iraq. Dunque, è inutile che costoro piangano la morte dell’agente del Sismi, che si affannino ad esaltarne l’eroismo. I fatti valgono più delle parole e la guerra non può essere compresa dalla scrivania di Palazzo Chigi o dagli scranni del parlamento, e ancora meno dalla sicura postazione del proprio luogo di lavoro piuttosto che dal divano di casa mentre si manovra il telecomando tra un notiziario e l’altro, sputando sentenze sui destini del mondo, come delle piccole divinità assetate di potenza.

Bisognerebbe davvero che tutti coloro i quali dicono si alle guerre andassero a combatterle personalmente, sarebbe l’unico modo per farle cessare. Fino a quando non vi sarà piena identificazione, attraverso il dolore della propria carne, non c’è speranza che la gente capisca.

Può darsi che la nostra presenza sul teatro iracheno ci abbia guadagnato qualche benemerenza presso i padroni del mondo, forse le nostre ditte avranno titolo a concorrere alla spartizione della torta chiamata ricostruzione, ma non dobbiamo dimenticare che l’Iraq, ex alleato degli Stati Uniti e dai medesimi armato fino ai denti, in questi anni è stato dissanguato non solo dalla mostruosa dittatura che lo governava, ma soprattutto dalle scelte degli stessi americani. Proprio loro che, giustamente, piangono i duemila morti delle torri gemelle, hanno voluto l’embargo che in dieci anni è costato la vita a qualcosa come seicentomila bambini iracheni, per non parlare delle conseguenze di altro genere sulla popolazione civile, e per non parlare dei centomila morti locali a causa della guerra in corso. Naturalmente vige il principio “lontano dagli occhi lontano dal cuore”, così quello che vediamo nel tritacarne televisivo finisce per lasciarci indifferenti, o al massimo ci regala quelle emozioni rapide di cui siamo tanto voraci.

I due figli di Nicola Calipari, invece, avranno effetti durevoli nella loro vita, così come i figli dei nostri soldati morti. Loro il peso di questa guerra ingiusta lo porteranno per tutta l’esistenza. Forse anche loro scriverebbero volentieri sul sito www.mfso.org, creato dalle famiglie dei soldati americani in Iraq per fare sentire la loro voce. Li è apparsa alcuni mesi fa la straziante poesia scritta dalla madre di un giovane soldato americano, morto tra i rottami del suo elicottero. Dobbiamo a Vittorio Zucconi la riproposizione nella nostra lingua di questo testo che in molti dovrebbero tenere sul proprio comodino e leggerlo tutte le mattine, soprattutto dovrebbero impararlo a memoria coloro che si sbracciano per l’eroismo del povero Nicola Calipari, ma non hanno esitato a dire di si al padrone americano in cambio di qualche pacca sulle spalle. Traggo alcune strofe da questo componimento, in cui la madre fa parlare il figlio morente.

<Perché sei venuta a salutarmi quando sono partito? Perché non hai pianto e non hai strillato? Perché non mi hai salvato dal pericolo come facevi quando ero bambino>.

<Perché sei rimasta immobile e forte a guardarmi partire e a girare i pollici mentre le bombe cadevano. Credevi che sarebbero morti soltanto i figli delle altre? Io no? Il mio futuro è stato scambiato con petrolio usato adesso per comperare amici perduti, ma troppo onorabili per massacri incoscienti. Dio non traccia confini sulla sabbia>.

<È tardi per piangere, mamma accendi piuttosto una candela per gli uomini e le donne che ancora non hanno sparso il loro futuro sulla sabbia>.

<Prega perché ci liberino da falsi profeti e bugiardi che combattono il terrore col terrore. Perché dal cielo scenda l’acqua che lavi via questa gente dalla nostra patria>.

Ora c’è anche Nicola Calipari tra coloro che hanno sparso il loro sangue sulla sabbia, ma la sua morte, in un giorno di Quaresima, misti alla rabbia evoca pensieri di amore vero. Lo scricciolo calabrese che fa scudo col proprio esile corpo alla sorella in pericolo ci costringe a un salto di logica, ci apre la breccia verso una diversa comprensione della convivenza tra gli uomini, verso il solo progetto di pace possibile. Quello fondato sul riconoscimento della dignità e del valore della vita, di ogni vita.

4 pensieri riguardo “Eppure le quaresime sembrano tutte uguali

  1. Caro Domenico, non pensare che le parole siano inutili, non quelle che hai scritto 21 anni fa, non queste ultime. Se anche possano aver acceso una sola coscienza, la mia di sicuro, forse perché è abbastanza aperta e da tempo ha messo da parte i giudizi, ebbene avrà svolto un prezioso servizio. Fosse anche solo per non sentirmi meno sola in mezzo a questa folla di persone senza speranza. La generosità e l’empatia hanno una forza che abbiamo dimenticato, eppure è una forza viva e presente. Io ci credo con tutta l’anima, ci crederò sempre, anche nella notte più buia. Scrivi, Domenico, scrivi ancora e ancora. Grazie

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    1. Non vedo il tuo nome, ma mi pare leggere qualche parola declinata al femminile.
      Le parole servono a descrivere le azioni degli uomini, questo è certo, e anche a dare dei giudizi su di esse, ma l’impressione è che facciano più presa quelle che dividono, almeno in questi momenti. Sembra che cento parole come le tue e come le mie, non valgano neppure un frammento di una sciocchezza pronunciata da una persona incosciente. Chissà, forse è proprio questo che ci costringe a scrivere in continuazione, la certezza che per pareggiare una stupidaggine dobbiamo scrivere dieci romanzi.
      Vorrei mi credessi, cancellare seicento articoli non mi aveva fatto né caldo né freddo, memore di un detto che i vecchi ci ripetevano per invitarci alla moderazione, alla prudenza: “a megghiu parola e chidda chi non si dici”. Ma forse, come fai intendere, gettare dei sassolini può servire, ti ringrazio, del resto ai senza potere rimane la parola, usiamola con saggezza, per farci coraggio. Grazie

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      1. Buonasera Domenico, è ancora attuale il suo scritto si ripete ancora la situazione e la pace deve partire dal profondo di ogni cuore di ogni persona, altrimenti si eleggono al potere persone che combinano solo disastri…

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      2. Grazie Giuseppe, le tue parole sono sempre cariche di buona volontà, del resto sei un padre che, come molti di noi, spera in un rinsavimento degli uomini. Un caro saluto

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