Martedì mattina, 2 giugno. Raccolgo una lumaca sul marciapiede, è quasi immobile, occorre prestare molta attenzione per captarne gli impercettibili movimenti, assai più lenti di quelli che di solito vediamo eseguire da questi teneri gasteropodi.
La deposito in un’aiuola. Stanno per arrivare frotte di bambini diretti a scuola, potrebbero schiacciata.
Mentre torno a casa mi imbatto in lei, 88 anni, mi capita spesso, anzi tutti i giorni.
Procede con un bastone, allo stesso ritmo della lumaca, la salute non è quella di una volta e cerca di camminare per evitare che il suo corpo rimanga in balia dagli acciacchi, soprattutto quelli invisibili. I più crudeli.
Sei anni fa era morto di cancro un figlio di 48 anni, lasciando due bambini. Un bravo papà molto laborioso. Due anni fa era toccato a una figlia, poco più grande. Un rarissimo esempio di bontà, ancora un cancro. “Sono arrabbiata con la Madonna, vado a trovarla tutti i giorni, questa poteva risparmiarmela!”. Così mi aveva detto, ma non era davvero arrabbiata, quella Madonna a cui parlava non se l’era passata tanto meglio, e lei lo sapeva.
L’anno appresso il marito di un’altra figlia sarebbe annegato.
Eppure, mai un gesto scomposto, mai una cattiveria, certo non condivideva la sceneggiatura che il padreterno o semplicemente la vita avevano preparato per la sua famiglia, ma eccepiva il giusto.
Martedì mattina stava iniziando una delle sue lentissime passeggiate. Le chiesi com’era andata all’ospedale, il giorno prima, quando una delle figlie l’aveva portata al pronto soccorso, a causa di un brusco innalzamento della pressione. “Ci siamo rimaste delle tre del pomeriggio all’una di notte, quasi senza fare nulla, quando è riuscito a vedermi un medico si è arrabbiato e l’è presa con me, perché mancavano gli esami del sangue, ma l’infermiere si era dimenticato di farmi il prelievo. Forse mia figlia è stata troppo ansiosa, potevamo anche non andare al pronto soccorso, io sto bene”.
Ma non era vero. La mattina successiva c’erano l’ambulanza e l’auto medica davanti a casa sua, tanto trambusto, una decina di operatori, troppi per non destare sospetti. Chiedo se è successo qualcosa a lei. Il protocollo impedisce loro di dare informazioni, ma si capisce bene quello che non possono dirmi. È morta nel sonno.
Stamattina, venerdì, alle 10, ci saranno i funerali.
Arrancava da tanto tempo, come quella lumaca, lente entrambe ma non sembrava avessero torto, perché a certe andature si vede ogni cosa, di sicuro molto più di quando si coglie nella frenesia di tanti luoghi, compreso quel pronto soccorso dove non si capisce neppure chi sono gli ammalati e chi i curanti, schiacciati, sovrastati da ritmi disumani, che non permettono loro neppure di domandarsi se è normale tenere seduta su una sedia per dieci ore una donna di quasi novant’anni, gravata da pesi esistenziali che schiaccerebbero una pletora di camici e quello che contengono.