È stata proprio una madre a offrirmi la sintesi più acuta delle contraddizioni che possono infiltrare il rapporto con un figlio. “Accudire fisicamente un figlio piccolo è la cosa più semplice e gratificante. Lavarlo, vestirlo, dargli da mangiare, comprargli ciò che gli piace, realizzare i suoi desideri. Ci fa sentire a posto con noi stessi, ma in fondo ci aiuta a dimenticare le cose essenziali che i nostri figli desiderano veramente dai loro genitori”. Un trattato di psicopedagogia, sapiente però, che andrebbe scomposto e trasformato in un intero corso di laurea.
Preferiamo occuparci dell’involucro, dove il lavoro si vede ed è misurabile. Manutenere la scatola è più facile che prendersi cura del contenuto, ma certi pensieri, sicuramente pregni d’amore, possono erigere un muro di contenimento della vita dei figli, subito o quando è tempo di autonomia, che può diventare, in un baleno, “vigilata”, ammesso che non lo sia sempre stata.
“Mia madre era una donna che ci dava molta libertà, ma io non ho mai potuto usare il motorino, né andare in discoteca o allo stadio perché lei cominciava a star male. Arrivava al punto di dirmi di aver sognato che io e mio fratello avremmo avuto un incidente, che se fossimo andati in discoteca lei sarebbe stata male per tutto il tempo, così proprio per evitarle quella pena, erano più le volte che rinunciavamo”.
Il bonsai è il risultato di un continuo, incessante, imprigionamento della pianta, potature costanti, riduzione al lumicino del terreno di nutrimento, ma soprattutto – ed è quello che più tocca la nostra sensibilità – legature strettissime dei rami affinché questi non possano svilupparsi oltre le intenzioni dei coltivatori. Piante nane. Non ciò che avrebbero potuto essere, ma la proiezione della volontà di chi le ha curate nel corso degli anni, che permette alla betulla di stazionare sulla scrivania oppure al cedro del Libano di occupare il tavolino del salotto.
Chissà come sarebbero diventati quell’acacia, quel pino marittimo, quell’acero, senza l’intervento costrittivo subito!
Un uomo di trent’anni fatica a trovare degli amici, da un paio d’anni è separato dalla moglie. Viene a trovarmi per questo “senso d’abbandono”. Il suo primo ricordo è già una profezia: “Ero molto solo nell’infanzia. Gli unici bambini che giocavano con me erano quelli che scavalcavano il muro per mangiare la frutta del mio giardino”. Come si può ben vedere, quasi fosse attaccato a una corda, si è calato nel proprio passato, atterrando esattamente in corrispondenza della sua attuale condizione. Ma se rileggiamo le sue parole, sembra voglia dirci che già da bambino il mondo non aveva interesse per lui. Solo una sorta di esca involontaria, la frutta del suo giardino, a differenza di lui, rendeva conveniente scavalcare il muro.
Un quarantenne racconta, anche lui, della madre. “Non mi faceva giocare coi miei compagni nel pomeriggio, quando lei era a casa dal lavoro, perché altrimenti sudavo, mi potevo prendere un’influenza e lei avrebbe dovuto saltare il lavoro”.
Quella con la madre rimane una misteriosa, laboriosa e poetica storia d’amore e di radici. Con gli eccessi tipici. Un’epopea, la più grande. Inestinguibile, struggente.
Per chi desidera approfondire, segue il link
https://tg24.sky.it/lifestyle/2026/09/21/mamma-genitori-figli-barrila