Insegnare a ricordare è necessario. Lo sarà sempre più

Vado in cerca dei ricordi di infanzia più remoti, quando svolgo la mia attività clinica. Come i fisici che cercano di esplorare i millisecondi successivi all’esplosione da cui è nato tutto.

I ricordi remoti sono, secondo Alfred Adler, una porta d’ingresso decisiva alla vita mentale, insieme ai sogni e al racconto soggettivo delle relazioni familiari.

Senza ricordi remoti manca il pavimento su cui appoggiare gli edifici, ma soprattutto manca il senso di marcia, ossia la meta, spesso inconsapevole, verso la quale è diretta la persona, perché siamo orientati in avanti, proiettati verso un fine, un fine che spesso è figlio dell’elaborazione soggettiva del passato, di quegli eventi lontani. Per questo, quando arriva un ricordo d’infanzia ci si chiede innanzi tutto perché è sopravvissuto proprio quello, non altri, e quale significato “finalistico” possa avere, perché la persistenza di un ricordo raramente è priva di significato.    

I ricordi, quelli privati e quelli collettivi, definiscono il modo in cui ci rapportiamo alla vita, ma oggi sembrano smarrirsi nel flusso incessante degli eventi, che tendono all’infinito sotto la pressione impressionante degli stimoli digitali. Ciò che si impiglia nelle reti della nostra memoria, così tanto stimolata, potrebbe ridursi considerevolmente.
Proprio a causa di questo assedio alla memoria, ricordare è diventato necessario, anzi vitale, oggi più che mai, perché quando non si ricorda si ricomincia sempre daccapo, la realtà perde gli antecedenti divenendo un figlio senza genitori, senza nonni, senza ascendenti. Privati dei nostri ricordi, ci distacchiamo dalla storia, pubblica e privata, e le cose, nonché gli eventi, perdono la “filiera della loro origine” e non significano più nulla. L’Olocausto e un fatto di cronaca diventano la stessa cosa, la morte di un bambino e una bocciatura si equivalgono.   

Occorre, domandarsi se questo è il modo giusto di vivere, di educare, di insegnare, perché se è vero, come si diceva, che i finalismi del nostro comportamento vengono fabbricati elaborando soggettivamente gli eventi pregressi, compresi i grandi eventi, quelli che consideriamo patrimonio comune, diventa sempre più necessario ricordare e ancora più vitale insegnarlo alle nuove generazioni, se non vogliamo che ogni singolo bambino o ragazzo diventi un viaggiatore privo di criteri di valutazione, senza destinazione, che si muove in un deserto dove ciò che è pro sociale e ciò che è antisociale valga allo stesso modo.
Se non lo faremo, materia e antimateria, ciò che è giusto e il suo contrario, si fonderanno, e accadrà esattamente ciò che accade nell’infinitamente piccolo in questi casi.
Prenderà corpo un fenomeno che si chiama annichilazione.

8 pensieri riguardo “Insegnare a ricordare è necessario. Lo sarà sempre più

  1. Argomento necessario, complicato e snobbato, almeno nell’accezione in cui lei ne scrive (perché per mostrarsi in parate ignoranti c’è invece grande disponibilità).
    Grazie

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  2. Buongiorno. Molto vero il suo discorso. E dunque mi chiedo, cosa succede o cosa è successo quando a 12 anni una ragazza non ricorda eventi del suo breve passato? È davvero importante capire il suo passato per affrontare i problemi del presente, ma lei sembra non abbia un passato. Con tanta tristezza per noi familiari…

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    1. Talvolta, cara Mariapalma, l’oblio è una porta blindata, che teniamo chiusa per tutelarci dal dolore. Occorre pazienza, in genere non rimane così per sempre, aspetta condizioni propizie, giornate sicure. Nel frattempo i genitori stanno già diventanto parte del passato e, col tempo, lo renderanno amico. Solo una questione di tempo. Grazie

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  3. davo per scontato che condivido la questione del pavimento e della meta, dispiacendomi di avere una memoria labile: faccio affidamento su moglie [e madre 92enne]

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  4. Concordo pienamente con quanto viene evidenziato in questo articolo: l’importanza del ricordare. A tal proposito, un esempio tratto dalla mia esperienza quotidiana mi ha fatto comprendere, in maniera ancora più tangibile – se così si può dire -, ciò. Sono un grande sottolineatore di frasi, questa è la verità. C’è di più: ogni volta che devo evidenziare un qualcosa, per studio o diletto, utilizzo un righello, mio amico da anni. Il mio righello, però, è rotto. Raramente riesco a tracciare una linea unica, dritta e pulita, senza dover spostare avanti ed indietro il mio compare. La cosa però mi sta bene, oramai mi ci sono affezionato. Una cosa però l’ho imparata: questa dopo ‘svariati’ tentativi di migliorie tecniche. Quando sposto in avanti il righello, per continuare la mia meticolosa operazione e per cercare di tracciare una linea il più possibile dritta, cerco sempre di tenerne una parte di esso sulla retta già tracciata (l’immagine mi è chiara nella mente, i tecnicismi mi sfuggono); con la matita, poi, sono solito riprendere e ricalcare il tratto della retta già tracciata. Solo dopo proseguo. Questo per evitare la fastidiosa compresenza di due segmenti non allineati e tuttavia contigui. La stessa cosa avviene, per me, con la Storia, il cui righello non è mai abbastanza lungo. Per tracciare una linea il più possibile dritta si deve irrimediabilmente guardare al tratto già tracciato. Sarebbe inutile e dannoso il contrario. Si è soliti dire che siamo nani sulle spalle dei giganti, in grado di guardare un poco più oltre grazie a loro. Ultimamente mi sembra che questi nani abbiano preferito gettarsi a capofitto dal precipizio, pensando di essere, che ne so, innovatori. Non lo sono.

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    1. Grazie Giorgio, la tua metafora vale molti post. C’è da riflettere sulla pretesa di essere gli iniziatori di qualcosa, che in realtà era stata detta. A noi il compito di aggiungere o togliere, senza mai dimentcare che la piattaforma c’era già.

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