Tutelare i bambini da noi adulti

Mi accingevo a riprendere la riflessione, aperta con il post precedente, sul tema dei disturbi dell’apprendimento, quando sono finito davanti alle parole attribuite alla madre di Francesco, la donna che pochi giorni fa aveva annegato quella creatura, così sono cambiati i programmi o forse no, perché vi sono diversi modi per aggredire i bambini.

Dall’ignoranza della loro natura profonda, abbiamo iniziato ad accennarne, alla possibile speculazione mercantile sulle loro difficoltà, aspetto che non cesseremo di approfondire, fino alla violazione, insopportabile, del loro corpo, sovente da parte di figure deputate alla loro tutela, alla loro educazione, laica e non solo. Tuttavia, quello più estremo è la soppressione di una creatura inconsapevole per mano della madre.

La sensibilità verso gli infanticidi è acuita dalla genitorialità. Solo chi è genitore può credere di capire, dico credere di capire, perché alla fine è si tratta di un esercizio impossibile, per chiunque. Mettere insieme i cocci di una tale deflagrazione, anche quando ci si sforza di distanziarsi, fingendo di essere solo un professionista, non è esercizio che riesce. Perlomeno a me non riesce.

L’omicidio di un bambino, ancora di più quando si materializza per mano della stessa donna che lo ha messo al mondo, è lo scandalo più intollerabile dell’universo, più mostruoso e vorace di qualsiasi buco nero
Evocare una vita per poi sopprimerla, spesso con la scusa che “avrebbe sofferto troppo” o perché “non era come l’avrei voluto”, è un classico. Il bambino, in questi casi, non collima coi disegni materni, e finisce per condannarsi, ma lui non lo sa, non può saperlo, perché la madre è la sua unica vera garanzia, glielo insegna ogni respiro.  

Mi è accaduto di affrontare tali eventi estremi, travolgenti. Certo, per dovere professionale, si prova a dare un nome e un cognome a un tale enigma, si crede di avere capito, ma alla fine sono troppe le cose che sfuggono. Sarà così, anche per Francesco, prima odiato, disprezzato, poi annegato da sua madre, Adalgisa, a Torre del Greco.

Temeva fosse autistico, che diventasse una complicazione per la vita di entrambi. Anche questo mi è già accaduto di vedere, ero il perito del giudice. Stessi timori, medesimo epilogo, bambino consegnato alle acque.

Proteggere i bambini. Già. Quella madre, sfacciatamente pericolosa, figlia a sua volta di una donna schizofrenica. Il figlio, mi dice qualcuno, avrebbero dovuto levarglielo, ma non è facile perché c’è un tempo di penombra, inaccessibile ai servizi socioeducativi, il bambino non è ancora “pubblico”, è troppo piccolo, lontano dagli obblighi scolastici, dai luoghi in cui qualcuno potrebbe captare e segnalare sfasamenti, annusare disagi, avviare percorsi.

Non basta esortare a mettere al mondo dei figli, da parte di agenzie laiche e religiose, dobbiamo capire che non esiste tutela dal bambino senza che vi sia tutela della sua famiglia, e non è solo questione di assegni unici. Se non si inizia a percorrere questa strada, quella dell’accompagnamento precoce e qualificato della famiglia, tutto ciò che si crederà di risparmiare assottigliando personale e mezzi, lo si sborserà moltiplicato per mille, quando tutte le azioni e omissioni del primo nucleo, diventeranno manifeste nella vita collettiva.

4 pensieri riguardo “Tutelare i bambini da noi adulti

  1. “Non basta esortare a mettere al mondo dei figli, da parte di agenzie laiche e religiose, dobbiamo capire che non esiste tutela dal bambino senza che vi sia tutela della sua famiglia, e non è solo questione di assegni unici. Se non si inizia a percorrere questa strada, quella dell’accompagnamento precoce e qualificato della famiglia, tutto ciò che si crederà di risparmiare assottigliando personale e mezzi, lo si sborserà moltiplicato per mille, quando tutte le azioni e omissioni del primo nucleo, diventeranno manifeste nella vita collettiva.”
    Salve, ecco, credo che le parole sopra citate, contengano una verità ovvia che tutti noi genitori pensiamo da tempo ma che i nostri politici fingono di voler fare a parole mentre nella realtà invece lasciano tutto così com’è nella convinzione che poi tutto venga dimenticato. Poi succedono queste cose e il problema viene di nuovo a galla.
    Grazie per la sua esposizione.

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    1. Gentile Franco, la ringrazio per questa sottolineatura, i politici e i religiosi, mi creda, vivono in una sorta di mondo parallelo, non immaginano nemmeno cosa significhi, ad esempio, i 3/4 ore di pendolarismo al giorno, coi figli sballottati qua e la, non sanno quanto la velocità impressa al nostro modo di vivere stia lacerando tutto quello che scorre sotto i loro astrusi ragionamenti. Quella madre, alla quale possiamo attribuire tutte le nefandezze di questo mondo, conduceva una vita disumanizzante, a guardarla da fuori è una vita come tante altre, ma le cose non stanno come si vedono dalle cattedre che lei opportunamente ricorda.
      Se potesse rendersi invisibile e sedersi accanto a me, mentre ascolto i miei pazienti, toccherebbe con mano ciò che già mostra di avere compreso benissimo, ossia che di malattia ce n’è poca, ma di sofferenza generata dalle condizioni sociali e ambientali è piena l’esistenza di tanti compagni di viaggio, spesso schiacciati da condizioni afflittive, quotidiane, alle quali non c’è modo di sottrarsi. Grazie ancora

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  2. Grazie, dottore per questa sua riflessione, dolorosa ma anche carica di spunti.
    Mi ha colpito quando fa riferimento a quel “cono d’ombra”, che ha in qualche modo oscurato la storia del piccolo e della sua famiglia, esponendo il più fragile a questo destino crudele.
    Mi ha colpito perché si parla spesso di rete, nel sociale, nella sanità, ma è evidente che mancano dei pezzi!
    La rete serve proprio a intercettare il bisogno e ad affiancarlo ed affrancarlo. Nel caso di cui parliamo sembra – dico sembra – che il bimbo potesse evidenziare, magari anche solo accennati, alcuni problemi di sviluppo, mi sono chiesto se ci sia stato un sanitario che li ha colti (il pediatra, ad esempio?) ma purtroppo se l’ambito sanitario e quello sociale non si sono parlati, questo eventuale disagio non è stato segnalato né preso in carico.
    La circostanza che lei, da professionista, faccia cenno a casi analoghi, mi fa pensare che questa mancanza di “connessione” sia qualcosa di strutturale, di sistema, e sul sistema bisogna quindi intervenire, per fare in modo che reti sanitarie e sociali si parlino davvero, e in modo sistematico e strutturato, e lo facciano dagli esordi.
    Intercettare un disagio, che come in questo caso non era poi forse tanto solo del piccolo, quanto di tutto il suo contesto familiare, in età scolare può essere davvero tardi, irrimediabilmente tardi, la rete deve avere maglie fitte e non può permettersi zone, cioè segmenti di esistenza, scoperti.

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    1. La rete, caro Gianni, presuppone delle maglie, se scappano troppi pesci piccoli significa che funziona solo su scale più grandi.
      Non ci sarebbe nulla di male in questo, tanto più che non è facile vedere nelle pieghe dei fenomeni sociali, anche perché non è detto che a tutti faccia piacere essere visti. Una buona forma di Welfare prevede che vi sia collaborazione tra l’utente e i servizi, non esiste un occhio microscopico capace di spingersi fino a quelle situazioni serie ma, come si dice oggi, asintomatiche. Non è facile inseguire forme di disagio che si mimetizzano bene negli anfratti della normalità. Resta il fatto che bisognerà incrementare i sensori, ma perché questo avvenga occorre caricare meno sugli operatori dei servizi sociali, il cui livello di stress credo sia tra i più alti in assoluto, e inventarsi nuove forme di ingaggio col malessere. Mi piacerebbe che questo percorso di umanizzazione-innovazione del welfare fosse messo in mano a giovani preparati, motivati, appassionati, creativi. Si può fare molto in questo settore che, insieme alla scuola, dovrebbe essere l’ambito più presidiato all’intelligenza pubblica.

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