Una memoria senza colpe individuali è molto peggio dell’oblio

Entriamo nella settimana che include la Giornata della Memoria, rimanda al 27 gennaio del 1945. Quel giorno l’Armata Rossa entrò nei campi di concentramento di Auschwitz, scoperchiando l’abisso più profondo della storia dell’umanità.  

Fu il nostro paese, con una legge del 2000, a istituirla. Cinque anni dopo le Nazioni Unite, attraverso una risoluzione, l’avrebbero universalizzata.

Quest’anno la nostra testa è presa da altro. Anche lo scorso anno lo era, per le stesse ragioni. Probabilmente, avremo poco tempo, scarsa disposizione d’animo, e faremo meno memoria o forse non ne facevamo a sufficienza già negli anni scorsi, pensando o illudendoci di farla, perché per ricordare non basta una ricorrenza.

Il punto è come ricordare, perché il ricordo non è un semplice esercizio di memoria.

Occorre un investimento personale, che solitamente non c’è, perché si tratta di un rito collettivo, che possiamo fare diventare anonimo, delegando al nostro vicino, che a sua volta delega al proprio, e così via. Alla fine, crediamo di avere ricordato, ma non è così.

Bisogna ricordare nel modo giusto, e uno c’è, l’unico possibile, me ne sono reso conto qualche anno fa, mentre scrivevo un articolo per un quotidiano, proprio in occasione di una Giornata della Memoria. L’ho chiamato metodo della “responsabilità ascendente”.

Non è difficile da capire, e sufficiente domandarsi dove ci saremmo collocati al tempo del nazismo, se fossimo vissuti allora, ma neppure questo è complicato da afferrare, perché ce lo dice il nostro comportamento attuale, basta retroproiettarlo, ossia inserirlo nel fondale scenografico di quei terribili anni.

Se oggi, ad esempio, sono violento, se sono razzista, se odio gli omosessuali, se voto partiti che mantengono qualche legame, culturale o comportamentale, con movimenti fascisti o incitano alla diffidenza e all’ostilità verso gli stranieri, per il solo fatto che sono stranieri, se in me prevalgono pensieri e atteggiamenti antisociali. Ecco, se una o più opzioni tra quelle elencate sono presenti nel mio impianto interiore, allora ci sono buone probabilità che negli anni Trenta del secolo scorso sarei stato dalla parte dei nazisti.

Ogni cittadino, ogni insegnante, ogni educatore, ma anche ogni ragazzino, possiede un’occasione unica, tutti gli anni, il 27 gennaio e nei giorni vicini, per fare il punto sulla propria, possibile, collocazione allora.  

È questo, solo questo, il significato della Giornata della Memoria. Il resto -i discorsi, le corone di fiori, i dibattiti, gli articoli, anche quello che state leggendo- può essere necessario ma non è esattamente ciò che ci chiedono i milioni di innocenti, tra loro anche un milione di bambini, perduti nelle spire di quella follia.

La loro vita può improvvisamente tornare a pulsare se ogni anno qualcuno si pone quella domanda e, se ritiene di essere dalla parte sbagliata, se avverte il peso della propria colpa e comincia un vero processo interiore di ravvedimento.

8 pensieri riguardo “Una memoria senza colpe individuali è molto peggio dell’oblio

  1. Buonasera,

    io credo sarebbe utile associare ad ogni evento organizzato per la settimana della memoria un resoconto di quanto sta accadendo ora sotto i nostri occhi. Trasmettere il film Sclinder’s list e nello stesso tempo raccontare del coraggio dei volontari che portavano cibo, coperte e aiuti vari ai migranti bloccati tra la Polonia e la Bielorussia (nemmeno MSf può più accedere in quelle zone). Proiettare ‘Il pianista’ e spiegare come vivono oggi i migranti abbandonati a Lesbo. Ricordare le violenze subite dai prigionieri nei lager nazisti e raccontare cosa succede nei centri di detenzione in Libia. Non domandiamoci da che parte saremmo stati durante la seconda guerra mondiale, prendiamo coscienza della posizione che abbiamo scelto qui ed ora.
    Grazie come sempre per lo spunto di riflessione o meglio ancora per un esame di coscienza.

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    1. Grazie Moira, lei consiglia di prendere coscienza della posizione che abbiamo scelto qui e ora. Credo sia la strada maestra, proprio questa presa di coscienza del nostre essere “ora” ci permette di “viaggiare nel tempo” e trovare il nostro posto in qualsiasi vicenda storica. Grazie anche per il richiamo ai nostri piccoli olocausti quotidiani, alle nostre porte, ovattati e nascosti nel caos e nell’abitudine, alleati di una comoda cecità.

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  2. Grazie Domenico per aver stimolato questo esercizio di autovalutazione. Posso affermare con serenità di collocarmi dalla parte giusta. Il mio proposito è portare le mie figlie quando finirà la pandemia ad auschwitz.

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  3. invito calzante
    non sempre però può essere facile distinguere il bianco dal nero, anche nel caso di uomini di spirito elevato: vedi le ambivalenze [come sempre il lui tormentate] di Cesare Pavese, ribadite nell’articolo di Giampiero Mughini, su “il Foglio” del 22 gennaio
    un caro saluto, Mauro

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    1. Anche Gianni Rodari, caro Mauro, si iscrisse la partito fascista, per necessità, ci sono particolari di una vita che devono essere
      incorniciati e pesati per quello che che sono, credo siano i tratti prevalenti a caratterizzare la storia di una vita.

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  4. grazie Domenico per avermi informato su Gianni Rodari
    venendo ai fatti di cronaca, mi associo a chi si domanda da quali famiglie provengano [per deviazione educativa / difetto in vigilanza] le 2 ragazzine che hanno bullizzato il dodicenne; ma ancora di più mi lascia da pensare che – a quanto ne so – nessuno si è mosso in difesa del ragazzo, in una città di presenza storica di ebrei quale Livorno

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    1. Ti confesso, caro Mauro, di non essere in grado di trarre un’indicazione generale da un simile episodio, voglio illudermi che possa
      essersi trattato di un caso. Più che sull’atteggiamento dei minori, tuttavia, starei concentrato sull’esempio che arriva dal mondo adulto, anche da quello impegnato nella vita pubblica, troppo spesso tiepido nelle prese di posizioni che vadano appena oltre una qualche parola di circostanza, non dimentichiamo che il “diverso” rappresenta un mercato molto florido, aiuta a spostare l’attenzione, a distrarre, a richiamare quell’ostilità così facile da trasformare in consenso.
      I ragazzi non sono attori primari in questa commedia, che a scadenza più o meno regolare può diventare tragedia, ma registrano, più o meno fedelmente, quello che gira nell’aria. La partita, prima di tutto si gioca a casa, tra le mura domestiche.

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