Conoscere il bambino per conoscere noi stessi

Migliorare la conoscenza della vita interiore, del suo funzionamento, dei suoi finalismi, è uno degli obiettivi che ci prefiggiamo.

Oggi vi propongo la premessa di uno dei miei volumi, “Bambini. Perché siamo come siamo”, che già nel titolo evoca un legame inscindibili tra le età della vita, e proprio per questo mi sembra adatto a tutti e propedeutico ai prossimi passaggi.

Naturalmente il testo è più lungo di un normale post, ma credo vi sia materia di interesse autobiografico per ogni lettore, che può alleviare eventuali pesantezze.

Premessa. Osservare e ragionare

Se decidete di intraprendere la lettura di questo volume, vi troverete la sintesi delle cose che credo di avere imparato su quelle persone in formazione che chiamiamo bambini. Le stesse cose che vedo agire nei comportamenti degli adulti. Tra gli uni e gli altri le distinzioni sono minime, parlare dei bambini è come parlare degli adulti. Con qualche distinguo.

I bambini, ad esempio, non sono sommersi da quei poderosi cumuli di esperienze che sovrastano gli adulti; quindi, possiamo dire che la scena del crimine è meno contaminata. Per questo osservare loro ci aiuta a “vedere” meglio anche noi, ci porta a scoprire i passaggi attraverso i quali siamo diventati ciò che siamo.

Nella prefazione al mio primo volume dedicato, “Educhiamo i nostri bambini con creatività”, risalente all’inizio degli anni Novanta, avevo raccontato della visita ad una mostra di reperti archeologici. Tra gli oggetti esposti allo sguardo dei visitatori c’erano gli ornamenti e i giocattoli di una bambina vissuta duemila anni prima. In quel piccolo campionario di tenerezze, spiccava una bambola. Allora ero un giovane padre di tre bambini piccoli e quella bambola mi interpellava molto da vicino, ma soprattutto mi ricordava che certe cose paiono non mutare mai nel corso dei secoli.

I bambini, allora come oggi, si preparano a diventare adulti. Allo stesso modo, allora come oggi, ogni bambino cerca considerazione e sicurezza. Il modo in cui deciderà di procedere verso questi obiettivi, determinerà in larga parte i connotati del suo stile di vita.

In questi semplici assunti è racchiusa molta parte dell’universo interiore del bambino e, di conseguenza, vi è compresa una cospicua frazione dei compiti e delle responsabilità che fanno capo a chi si occupa di lui. Un educatore, infatti, è chiamato a riconoscere la fondatezza di tali bisogni e a fare in modo che diventino compatibili con i veri interessi del minore e con quelli del mondo in cui è immerso.

Il bambino, come accade al fulmine nel suo rapidissimo procedere verso il suolo, cerca costantemente la via più comoda e breve per giungere alla meta, il mezzo che offre la minore resistenza al proprio passaggio. Cerca di attraversare le vie più diritte, di prendere i traghetti meno costosi, meglio ancora se gratuiti, di agganciare i compagni di viaggio più compiacenti, che non di rado trova nei genitori stessi. In altre parole, cerca soluzioni che gli consentano alti guadagni a fronte di esigui investimenti.

Il compito dei suoi educatori è innanzi tutto quello di contrastare l’utilizzo di espedienti antisociali, poiché questi danno luogo a una conseguenza fissa, sempre la stessa: alla lunga, le relazioni del bambino si complicheranno.  Perderà sicurezza e gli diventerà più difficile stare in mezzo agli altri nel rispetto delle regole comuni, quindi

Succede di frequente che un bambino rinunci a cooperare e compartecipare perché timoroso di non essere all’altezza del ruolo che è chiamato a sostenere, ma accade anche che egli rifiuti di andare incontro al suo prossimo perché qualcuno, incautamente, gli ha fatto credere che può disporne a piacimento.

Nel primo caso è fatale che l’incontro si faccia difficile, dal momento che il bambino sarà indotto a utilizzare l’astensionismo sociale come mezzo di salvaguardia della propria sicurezza. Nessuno è così temerario da gettarsi in un’impresa sapendo in anticipo che le cose andranno male.

In fondo per noi adulti non è difficile intendere questo concetto, considerato che, a nostra volta, facciamo più o meno le stesse cose, sia pure con diversi gradi di malizia e mascherando meglio le nostre intenzioni. Siamo solo attori più collaudati dei bambini e questo ci rende meno penetrabili dallo sguardo esterno. Almeno in questo l’esperienza serve.

Nel secondo caso, ossia quando il bambino cerca di imporre coattivamente la propria presenza e i propri metodi, il gruppo sociale di cui fa parte gli opporrà dei rifiuti ed egli sarà costretto a modificare la propria strategia. Se egli, malgrado gli avvisi provenienti dal gruppo, non capisce la lezione e si ostina a reiterare la tecnica appena bocciata, la sua situazione si complicherà e i suoi tentativi di intrusione forzata si tramuteranno in una sconfitta sicura.

Sia la carenza di coraggio sia l’eccesso di prepotenza (che in realtà è solo una forma particolare di perdita del coraggio) infatti, per ragioni opposte, metteranno il bambino ai margini della vita sociale, rendendolo così una piccola tossina per il nucleo umano di cui è parte. Difficile pensare che una creatura abbia voglia di contribuire al bene comune se ritiene di non potervi attingere.

Se un bambino non possiede sufficienti dosi di “coraggio”, cioè di capacità di tollerare gli insuccessi che incontra lungo il percorso, non avrà nemmeno la forza di “riprovarci” e per questo non entrerà mai in gara, sopraffatto dalla paura di perdere. Sposterà gran parte delle proprie energie interiori sul fronte difensivo, sarà una persona troppo occupata a proteggersi e guarderà con meno interesse ai bisogni del suo prossimo. 

Se invece egli è convinto che tutti debbano spostarsi al suo passaggio perché ciò gli è dovuto per un non meglio precisato diritto divino, saranno i compagni di viaggio a gettarlo fuori bordo.

Così, lo scoraggiato e il prepotente, per eccesso di timidezza il primo, per sovrabbondanza di presunzione il secondo, andranno incontro allo stesso destino, sebbene le loro colpe siano decisamente asimmetriche così come lo è il grado di simpatia che suscitano in noi.

Se non si è preparati al gioco comunitario, per un motivo o per un altro, si rischia di restarne fuori, con le stesse prospettive che attendono gli esseri marini quando sono privati del loro elemento vitale, l’acqua. Non può esserci sviluppo senza acqua.

L’impresa di sottrarre il bambino a questa prospettiva richiede innanzi tutto un vecchio arnese del mestiere: l’amore. In secondo luogo, necessita di voglia di ragionare, giacché, se è vero che il comportamento del bambino è presieduto da una logica, è altrettanto vero che spetterebbe all’adulto cercare di individuarla, tanto più che educare un bambino senza conoscere il suo modo di essere risulta piuttosto complicato.

Per conseguire questo scopo è abbastanza inutile limitarsi ad accumulare informazioni. Ci vuole dell’altro. Ad un aspirante poeta non serve granché conoscere una miriade di parole se poi non è in grado di metterle insieme. Potrebbe imparare a memoria tutto il contenuto del vocabolario, ma ciò non basterebbe a fare di lui un grande poeta. Serve invece la capacità di “connettere”, cercando di cogliere una trama nei segni che si manifestano davanti ai nostri occhi, una trama che c’è e aspetta di essere letta con gli occhiali giusti.

Anche questa è un’impresa possibile, soprattutto perché il bambino ci aiuta seminando preziosi sassolini colorati lungo il percorso.

Se li uniamo con un tratto di matita si paleserà una linea diritta, svelandoci una trama logica e una meta quasi visibile.

Vale per i bambini, vale per tutti gli esseri umani, anche per chi sta leggendo questa premessa che, nello sforzo di conoscere i bambini, percepirà, quasi senza accorgersi, di vedere meglio dentro di sé, perché il bambino e l’adulto sono separati solo da convenzioni anagrafiche, ma in realtà, come le radici e la chioma, appartengo alla stessa pianta. Anzi, sono la stessa pianta.

Per questo, pagina dopo pagina, spero affiori la sensazione che i bambini sono anche una preziosa e rara occasione per raccontare la persona nella sua interezza.

4 pensieri riguardo “Conoscere il bambino per conoscere noi stessi

  1. Grazie Domenico, bella introduzione di un libro prezioso.
    Mi chiedo che cosa si spezzi così spesso, perché lo sguardo di tanti adulti sui bambini di cui si occupano sia così facilmente fuori fuoco. Se soffrano come intollerabile la difformità del bambino rispetto ai propri desideri, se vinca in loro un senso di superiorità a priori o se cedano più banalmente alla fatica, avendo perso di vista la magia.
    So solo che è davvero difficile.
    Nemmeno riuscire ad immedesimarsi con il bambino basta, se non si è dotati di quel coraggio di cui lei scrive per accettare con le sue anche le nostre fragilità.

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    1. Grazie Giulia, in realtà è una deriva che riguarda molte delle cose che ci circondano, non siamo più abituati e osservare, se mai lo
      abbiamo fatto, tuttavia quando ci distraiamo dalle mele che cadono non succede niente di notevole, a meno che non ci troviamo sotto la pianta, mentre quando smettiamo di osservare le manifestazioni dello stile di vita del bambino, possiamo perdere qualche passaggio importante.

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  2. Oggi la mia nipotina di sette anni, mi racconta che il suo papa’, mio figlio, e’ in punizione perche’ non ha rispettatato una delle regole che proprio i genitori avevano stabilito all’interno della loro famiglia.

    Per tre giorni non potra’ guardare la televisione.

    Mi ha colpito la serenita’ con la quale mi ha spiegato l’episodio, la regola diceva che chi non si fosse attenuto alla stessa, sarebbe incappato in una punizione.

    E cosi e’ stato. Nulla da spiegare.

    Spesso sono i nostri bambini che ci educano con regole chiare , irremovibili.

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    1. Cara Simona, nei miei volumi, mi soffermo spesso su questi aspetti “bidirezionali”, dell’educazione, in cui il punto di vista
      del bambino arricchisce l’apporto degli adulti, conferendogli logica e “democrazia”. Grazie

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