La sublime natura di un gesto educativo

“Correvo come un forsennato in cucina, quando, all’improvviso, è entrata la mamma. Temendo che mi avrebbe sgridato e poi dato una sberla, mi sono girato di scatto, come per scansare quella probabile percossa, così ho perso l’equilibrio e sono caduto tagliandomi il sopracciglio”.

È un ricordo d’infanzia dal forte valore simbolico e pedagogico, credo di averlo raccolto una ventina di anni fa. Ci racconta una messe di cose, a seconda che lo si guardi da lontano, da vicino, da vicinissimo, tutte di particolare interesse. Quella fondamentale dice che un atto educativo è una rappresentazione teatrale, semplice e complessa nello stesso tempo, dalla quale i bambini, i ragazzi, ma soprattutto i grandi, possono acquisire una messe di apprendimenti. Domande su ciò che parte dalla fonte, l’educatore, e cosa arriva, all’educando, 

Vi sono tre passaggi cruciali, ognuno dal significato preciso. 
Un fatto. Il protagonista correva, sapendo di trasgredire. 
Una congettura. Il timore che la mamma gli mollasse una sberla.
Una conseguenza. La ferita al sopracciglio. 

Quest’ultima, tuttavia, possiamo dirlo con certezza, non è dipesa dalla corsa forsennata, semmai dal timore che la madre potesse punirlo, ma il particolare curioso è che, come lo stesso interessato aveva precisato, la madre non era solita percuoterlo, anzi non l’aveva mai fatto.Ci sarà una seconda puntata a questo post, che per il momento scelgo di chiudere qui, nella speranza si possa aprire un dibattito tra quei lettori che sentono di volere andare in cerca delle mille facce nascoste in questo ricordo remoto.

18 pensieri riguardo “La sublime natura di un gesto educativo

  1. Buonasera Domenico, a proposito di genitori e figli, ieri pomeriggio i miei due figli si sono sorbiti l’ennesimo seminario digitale, sinceramente non capisco perché non si possano ormai fare in presenza, magari durante l’orario di lezione invece di rubare ulteriore tempo ai ragazzi. I ragazzi hanno comunque seguito con interesse il seminario organizzato per la festa della donna che, partendo dall’attualità  della guerra in Ucraina, proponeva una riflessione sulle donne partigiane con riferimento alla resistenza italiana che porta alla liberazione dal nazi-fascismo. Terminato il seminario, il minore dei due, rivolge all’oratore la seguente domanda: – Che giudizio avevano le altre donne delle donne partigiane: ribelli o rivoluzionarie? – Ti andrebbe di condividere il tuo punto di vista sull’argomento? Grazie Adriano

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    1. Caro Adriano, ti confesso che mi piacerebbe sapere se c’è stata una risposta da parte dell’insegnante. Intanto, considerato -se è così- che il bambino frequenta le elementari, mi pare che lo spettacolo sia nella domanda, a riprova del fatto che l’educazione è un’azione multi-direzionale, all’interno della quale il contributo dell’educando è straordinariamente importante, spesso decisivo. Il livello della richiesta del bambino è decisamente alto, ti confesso che anche per individui stazzati sarebbe laborioso articolare una risposta, tuttavia si può anche ammettere, senza perdere un briciolo di autorevolezza, che non ci sono dati per saperlo con certezza, ma che, tuttavia, il contributo di quelle pioniere aveva aperto una stagione di enormi progressi per le donne, per tutte le donne, comprese quelle che non avevano neppure percezione dei propri diritti. Aspetto di conoscere la risposta dell’insegnante. Intanto ti ringrazio per il contributo, che riporta agli stimoli presenti nel post.

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      1. Scusate per la risposta tardiva (in realtà credevo di ricevere la risposta al commento via email).

        Caro Domenico, ti correggo riguardo l’età del ragazzo che ha quasi 12 anni e frequenta la seconda “Media”.

        Per quanto concerne la risposta da parte dell’oratrice (Si trattava di un seminario non di normale lezione), per certo posso riferire che sia rimasta spiazzata dalla domanda tanto impegnativa e che abbia provato a dare una sua interpretazione.

        Tuttavia non conosco i dettagli della risposta che, mi riprometto, di chiedere a mio figlio.

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      2. Ciao Adriano, sono curioso di sapere il seguito, ma tutte le volte che un ragazzino “spiazza” un adulto è una buona notizia, perché significa che si è palesato un frammento di mondo in più, che noi grandi forse non avevamo visto.
        Un caro saluto

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  2. Trovo questo fatto davvero enigmatico. Al momento non so dare risposte, si accendono nella mente ricordi personali della mia adolescenza e di quella che attualmente vivono i miei figli. L’episodio mi fa riflettere principalmente su quanto impatto hanno le azioni educative a seconda di chi le riceve. Lo stesso identico gesto può suscitare percezioni diversificate e di conseguenza ricadute diverse a seconda del ricevente, in base al suo carattere, alla sua sensibilità, alla sua unicità. Sapere come modulare gesti, parole, sguardi ma sopratutto contenuti di coerenza in base alle caratteristiche della persona che abbiamo di fronte é la vera arte di ‘educare… un compito difficilissimo, una sfida quotidiana, una grande responsabilità!!!!

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    1. Enigmatico, nel senso di incerto, problematico, mi piace. C’è una miniera a cielo aperto cui attingere, giacimenti
      infiniti, a patto che non cadiamo nella trappola di pensare, come ci capita spesso, che l’educazione è una commedia con le parti assegnate. Il privilegio di essere educatori va guadagnato, così come la stima di coloro che educhiamo.

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  3. Caro dottore,
    Oggi lei ci mette alla prova, sollecitandoci a riflettere su questo episodio e a trarne considerazioni più generali, sul rapporto educativo.
    Il suo racconto mi fa riflettere sulla mia personale educazione, che è stata condizionata non solo da “ciò che i miei genitori dicevano o facevano espressamente”, ma anche dal non agito/non detto. Anche perché certi argomenti erano “tabù”.
    In questo secondo caso io sostituivo il “non detto” con delle “proiezioni”, vale a dire dei film che mi auto figuravo io, immaginando cosa avrebbero potuto dirmi i miei genitori.
    E talvolta questo mi ha portato a mortificare le mie aspirazioni o desideri, immaginando risposte “di chiusura”.
    Col senno di poi, non potrei sinceramente garantire che quelle mie proiezioni potessero effettivamente rispondere alla realtà, ad esempio da adolescente mi son sempre prefigurato approcci rigidi e molto tradizionali da parte dei miei genitori, che una volta cresciuto non ho visto agire poi da loro con i miei fratelli minori o con mio figlio con la rigidità che mi sarei atteso.
    Magari è un fuori tema, ma la mia domanda è: se nel rapporto educativo manca una comunicazione vera e anche sul piano testimoniale sono carenti alcuni appigli, perché l’educatore o il genitore sta “sulle sue” (nel caso dei miei genitori, questo essere “asciutti” era il portato probabilmente della loro educazione), il rapporto educativo può essere foriero di abbagli, di autovalutazioni sbagliate di sé e in fin dei conti anche di incidenti di percorso. Un sopracciglio rotto forse è uno dei mali minori in cui si può incappare. Mi scuso per il taglio personale, mi serviva per esemplificare e trarre delle considerazioni più generali.

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    1. Gli abbagli sono accadimenti fisiologici nei rapporti interpersonali, compresi quelli educativi, spesso determinati da
      attese asimmetriche degli attori; tuttavia, all’interno di una relazione così delicata come quella tra un adulto e un bambino o un ragazzo, una bambina o una ragazza, occorre impegnarsi perché questa terra di nessuno rimanga sempre un territorio di modeste dimensioni. Questo sforzo è di estrema importanza perché quando a una piena comprensione dei messaggi reciproci si sostituisce, magari in modo sistematico, un’interpretazione che cambia completamente il segno, possono nascere prese di posizione errate verso la vita. La ringrazio.

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  4. Caro dott. Barrilà,

    Trovo interessante questo “esperimento” e provo a buttarmi.
    Leggo il sogno-ricordo di questa persona e lo collego ai miei, alle sensazioni di bambino, soprattutto ai miei timori d’infanzia.
    In questo sogno vedo una forza nascosta che vorrebbe uscire, un’energia inespressa che diventa la trasgressione del correre in cucina; il timore di “andare troppo oltre” e causare una ipotetica ma temuta reazione della madre, al punto da portare a un fatto, in ogni caso, una conseguenza “fisica” di dolore punitivo.
    Da agnostico, con una infanzia da cattolico, vedo già all’opera la “punizione divina”, prima ancora di esprimere a parole un mondo legato al concetto di “peccato”.
    Il fatto stesso di sognare il timore di una possibile punizione, anche se la madre non era solita farlo, mi porta a pensare che la trasgressione potesse essere tale da far cambiare completamente l’atteggiamento di una parte vitale del paesaggio famigliare del bambino.

    Sono solo supposizioni, ma di certo nella fase educativa contano sia la azioni fatte, sia quelle non fatte e da piccoli gesti, atteggiamenti, oppure intonazioni di voce si costruiscono interi mondi interiori.

    Sono curioso di sapere il seguito e di sapere cosa ne pensa.

    Un abbraccio

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    1. Il seguito lo stai scrivendo tu, come gli altri commentatori, quando interverrò per la seconda parte dirò la mia.
      In realtà, caro Mattia, di questo ricordo antico, credo di avere già parlato in un mio libro, anche se non ricordo quale.
      Si tratta di un episodio che mi fa venire in mente il punto di densità infinità in cui era contenuta tutta la materia, prima che arrivasse l’esplosione da cui è scaturito l’universo. C’è talmente tanto nella corsa di quel bambini e nelle consegue che ne sono scaturite, che due occhi soli non bastano. Anche io sono curioso di sapere cosa ci vedono gli altri lettori.
      Tu stesso aggiungi qualcosa a cui non avevo affatto pensato, una bella tessera di un puzzle che disegna le meraviglie contenute in ogni azione educativa, determinando un apprendimento che “prima non c’era” e che dunque arricchisce il mondo in cui viene a cadere.

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  5. Mentre leggevo l’articolo sono tornato ad un episodio che non si è mai cancellato dalla mia mente. Ero bambino, al primo anno di scuola elementare; ricordo che un giorno, al termine della lezione rientrando a casa, comunicai a mia mamma in cucina che avevo preso 5 alla lettura. Ritenevo che quel voto potesse guadagnarmi il plauso da parte sua e invece fui colpito da un leggero schiaffetto e da parole di rimprovero. Mi fece pensare molto la cosa, tant’è vero che a distanza ormai di 50 anni conservo nitida l’immagine di quel momento. Oggi, trovandomi quotidianamente a dover leggere in contesti pubblici mi rendo conto di quanto quell’episodio sia stato davvero fondamentale per me. Un episodio banale di per sé ma dalla forza dirompente. Dallo stesso attendevo tutt’altra reazione e soprattutto conseguenze… Attualmente rivestendo un ruolo di educatore (sacerdote) mi rendo conto di come quel gesto della mia mamma – che non è di certo una laureata in pedagogia – sia stato un gesto educativo insieme a tanti altri di sublime natura che mi ha aperto percorsi che quotidianamente cerco di realizzare con i piccoli e gli adolescenti che quotidianamente incontro.

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    1. Quello che colpisce in queste parole è il valore “costante” di un buon gesto educativo, la sua funzione di scalpello
      che non smette mai di agire, facendo da base evolutiva per la nostra personalità. Cinquant’anni e neanche una parola, eppure quell’intervento è ancora “attivo”, forse anche nell’esercizio del sacerdozio del protagonista.

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  6. Il saggio dice che se tutti noi, bambini e/o adulti, smettessimo di fare congetture, la vita sarebbe più semplice.
    Il bambino, molto più di noi adulti, tende a modulare i propri comportamenti “interpretando” aspettative, reazioni, visioni dei grandi, ma, essendo il suo schema interpretativo “in fieri” è facile che cada, in questo senso anche letteralmente, in errore. Siamo noi adulti a doverlo aiutare a costruire, mattoncino x mattoncino, tipo Lego, un sano schema interpretativo della realtà. Come? Esplicitando chiaramente “tutto” : eventi, azioni, sensazioni che lo coinvolgono.
    Tipo: mamma: “perché ti sei spaventato quando sono entrata? Avevi paura che ti sgridassi perché stavi correndo?” Bimbo: “——–” Mamma: ” Non devi mai aver paura della mamma, quando la mamma ti dà regole è per aiutarti a capire come sarebbe meglio comportarsi, mai per punirti”. Ecco, queste sono le mie banali riflessioni..

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    1. Mi sembrerebbe di diminuire la sapienza delle sue parole, anche aggiungendone una sola, posso solo ringrazia per la profondità del messaggio.
      Un caro saluto

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  7. È molto interessante leggere il racconto che ci ha proposto con i commenti che lo hanno seguito: concetti e parole tornano, dando l’idea di una visione comune, così che nella propria storia sia di bambini che di educatori ci si sente un po’ meno soli.
    Ma mi ha stuzzicato in particolare la parola usata da lei, Domenico, fin dal titolo, “sublime”: “che sfiora il confine più alto”.
    A differenza dell’abuso di soggettività dell’adulto (che dovrebbe avere strumenti e coscienza sufficienti ad evitarlo) l’incolpevole sovrabbondanza di soggettività del bambino mi pare abbia in sé la richiesta di un limite; un limite protettivo, elastico e mobile, come un abito che dev’essere adatto al corpo che lo veste in quel momento, alla stagione, all’uso, ai gusti, e poi dovrà essere cambiato. Un limite alto.
    Aspetto con curiosità gli sviluppi di questa catena fatto-congettura-conseguenza.

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    1. Grazie Giulia, la corsa di quel bambino ci porterà lontano, anche io sono affascinato dai mondi che sembrano
      orbitare intorno a quella scena così innocente. Mi pare un piccolo meteorite la cui composizione ci può dare degli indizi preziosi su un fenomeno decisivo come l’educazione, cui tutti dovremmo essere interessati.

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  8. Ricercare l’origine delle proprie ferite è un grande atto di coraggio. Qualcosa di eroico. Riprendere in mano la propria vita partendo dalle origini non è da tutti, come non è da tutti fare la sua professione. Rivedere la propria storia e la storia di chi ci ha generato ed educato dovrebbe essere una priorità come lo studio e dovrebbe essere favorita dai genitori rispetto ai propri figli. E’ un atto di umiltà. Come dire io ho fatto del mio meglio ma non sono infallibile.
    Malattie e peccati si trasmettono nelle generazioni era un detto dei miei vecchi. Come dire le ferite non si fermano continuano.
    Basta guardare gli atteggiamenti di chi incontriamo ogni giorno per capire chi ha ferite ancora aperte. C’è chi non le riconosce e fa danni. In questo periodo si parla di Putin ma quanti capi, colleghi, parenti, vicini di casa hanno atteggiamenti demolitivi e anti sociali?
    Ieri un collega mi parlava dell’ansia di questi giorni. Si è preparato le scorte di cibo, una bombola di gas e stava pensando come portare a casa carburante prima che il prezzo vada alle stelle. Francamente mi ha trasmesso un po’ di ansia. Quando mi sono ripresa ho pensato al senso di solitudine che ha addosso questa persona. Pensa di salvarsi da solo anche in questo momento che tutto è nelle mani di chi abbiamo votato e delegato.
    Grazie dottore della sfida che ci ha lanciato, di sicuro, come ci ha detto tante volte, da soli non si va da nessuna parte.

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    1. Stiamo sbirciando, cara Dani, nei codici a barre, unici, stampati su ogni atto educativo. La sua riflessione apre una finestra sul tema delle ferite remote e dei loro effetti sul presente, tempo, quest’ultimo, in cui ciascuno tende ad agire a seconda degli stimoli ricevuti quando era ancora acerbo. Quei comportamenti che descrive, arrivano dalle nostre case, ecco perché è necessario tornare a scrutare tra le loro mura. Grazie

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