Spesso i bambini scelgono senza calcoli. Cosa comporta imitarli

Le griglie percettive del bambino sono meno sofisticate di quelle utilizzate da noi adulti. 

Avendo necessità di orientarsi nel medesimo mondo dei grandi, reso sofisticato proprio dei continui apporti di questi, sono chiamati a districarsi con le poche informazioni loro accessibili. Poniamo che un adulto e un bambino partano autonomamente per compiere il medesimo viaggio, il primo potrà utilizzare tutti gli strumenti tecnologi disponibili, nel caso volesse rinunciarvi potrà contare su delle mappe cartacee nonché sulla propria capacità di leggere i cartelli stradali. Forte di tale ventaglio di strumenti, potrà addirittura decidere se prendere la strada principale oppure una delle innumerevoli scorciatoie.  

Il bambino, invece, si trova di fronte allo stesso reticolo di strade ma, tanto per cominciare, non sa leggere, per lui è come se cartelli indicatori, mappe e navigatori, non esistessero. Se vuole procedere deve semplificare, mettere in azione a ogni passo una sorta di personale rasoio di Occam, eliminando tutti i fronzoli, così da potere scegliere tra una quantità ridotta di alternative.    

Il fatto di non essere in grado di “processare” troppe informazioni, lo inclina a concentrarsi su quelle che riesce a padroneggiare, ottimizzandone l’utilizzo. 

È questa necessità, probabilmente, a spingerlo verso le alternative secche e le decisioni rapide: stabilito che si procede verso sinistra piuttosto che verso destra, non valuta altre subordinate, ma parte spedito.    

Nei prossimi post cercheremo di valutare i riflessi di tale essenzialità, domandandoci se in qualche modo può diventare un modello prezioso anche per noi grandi (tenderei a rispondere affermativamente) perché se è vero che il pensiero adulto è molto più ricco di informazioni e apprendimenti, può essere altrettanto vero che qualche volta ci può “ingolfare” mettendoci in stallo.

Quando T.S. Eliot si chiedeva “Qual è la conoscenza che perdiamo nell’informazione. Qual è la saggezza che perdiamo nella conoscenza”, forse poneva una questione più seria di quello che appare.

Impossibile rinunciare a ciò quello che abbiamo imparato nei secoli, a tutti gli apprendimenti cumulativi, ma recuperare lo sguardo del bambino, che da qualche parte di noi è ancora vivo, potrebbe rendere più facili e soprattutto più oneste tante decisioni.

4 pensieri riguardo “Spesso i bambini scelgono senza calcoli. Cosa comporta imitarli

  1. Una riflessione che non mi era mai capitato di fare, ma che riconosco essere sorprendente.
    Come dice lei, sofisticazione e convenienza rischiano di essere un freno ed un filtro alle decisioni, dunque in qualche modo anche una zavorra.
    Un pò come “i dati” a disposizione nei problemi di matematica alle elementari. Se, oltre agli elementi essenziali per la risoluzione, disponiamo anche di troppi altri dati questo può ingenerare confusione, farci prendere cantonate o comunque rallentare il raggiungimento della soluzione.

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    1. Funziona come in cucina, caro Gianni, la pasta e patate possiede un fascino che le deriva dalla semplicità, più ingredienti
      aggiungiamo più rischiamo di pardere quell’essenzialità che la rende così appetitosa.
      Certo, non è vietato sperimentare, anzi proprio questa inclinazione sostiene il progresso della nostra specie, ma occorre essere saggi ed essere certi di non complicare le cose. In questo i bambini sono maestri, dei rivoluzionari appoggiati su un basamento conservatore. Ogni goccia che si aggiunge al mare, deve migliorare le condizioni della vita al suo interno.
      È capitato nel decenni passati che un farmaco, la Talidomide,messo avventamente in commercio per alleviare alcuni disturbi, abbia sfigurato il corpo di una miraide di bambini e annientato l’esistenza dei loro familiari.

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  2. Il suo post in questi giorni mi ha dato molti spunti di riflessione: su come si rapportino percezione ed elaborazione, e come questo rapporto cambi nel tempo; come possa essere terribile a volte per un bambino non avere modo di capire, quando gli avvenimenti lo soverchiano e gli adulti glissano pensando che tanto “non capisce”; come sia fondamentale, davanti a decisioni secche e incomprensibili di qualcun altro, tentare in tutti i modi di mettersi le sue scarpe perché è l’unico modo per poter forse capire.
    E come quell’attività adamica del “dare il nome alle cose” (quella che, come lei ha raccontato, per lo scopritore dei frattali Mandelbrot le fa esistere per davvero) sia necessaria quando si è bambini per dare un contorno, quindi un confine ed una forma, ma come anche possa essere una grande limitazione, se la parola diventa etichetta. Al modo in cui diventerebbe povero un viaggio se, a chi gli chiedesse che cosa ha visto, il viaggiatore rispondesse: “Paesaggi”.
    Come sempre l’equilibrio è difficile, perciò sono perticolarmente curiosa di leggere i suoi prossimi articoli.

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    1. Sono curioso anche io, cara Giulia, perché aspetto di capire da dove iniziare. Molte idee mi visitano, sul tema lanciato nel post, ma vorrei principalmente mostrare quanto certe decisioni che assumiamo noi grandi, abbiano a che fare con quello che i bambini ci insegnano. Grazie

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