Il 2 giugno del bambino canadese e dei suoi veri eredi

Ricordare il 2 giugno 1946, data in cui gli italiani scelsero di trasformare il nostro paese in una repubblica, significa riflettere su come siamo arrivati a tale traguardo, domandarsi se amiamo ancora quella conquista. La premessa vale per i neonati e per i centenari, per gli educatori e per i metalmeccanici, persino per i malviventi, che in paesi meno liberi sarebbero trattati sommariamente, senza l’ombrello del diritto. Anche loro dovrebbero essere grati.

Lo scorso anno, alla vigilia del 2 giungo, sono tornato, accompagnato da un caro amico abruzzese, a Ortona, volevo visitare ancora una volta il cimitero canadese e ringraziare tutti quei ragazzi stranieri morti sulla linea Gustav per proteggere il nostro paese.  Per me, che sono padre di tre figli, vedere quelle 1500 tombe, contenenti le spoglie di quelle creature, poco più che adolescenti, peraltro tutti volontari, sepolture perfettamente allineate, curate in modo quasi maniacale dall’amministrazione del Commonwealth, ciascuna ingentilita da un cespuglio di rose rosse, rappresenta un’emozione che rasenta l’angoscia. 

A caldo avevo scritto un articolo per un quotidiano, e proprio da quello traggo alcuni passaggi.

Era esattamente giovedì 27 maggio del 2021, verso fine mattinata. Il giardiniere sta lavorando, intento a scolpire un cespuglio con estrema cura. È un uomo sulla quarantina, ci saluta con affabilità. Gli chiedo se la consuetudine attutisce in lui il senso di quella tragedia, che rivive tutti i giorni tra le sepolture. Risponde che non potrà mai succedergli perché anche lui è un padre, poi mi conduce davanti alla tomba del sodato G.E. Ott, morto il 30 gennaio 1944, a soli 16 anni. Meno dei 18 richiesti. Aveva falsificato il suo certificato di nascita, per venire a combattere nella guerra di liberazione dell’Italia dai nazifascisti. Siamo due genitori, le parole non servono. 

G.E. Ott, adolescente canadese, è dunque un piccolo padre di quella che molti razzisti e violenti di oggi chiamano “patria”, senza capire di cosa parlano, perché è stato quel ragazzino a combattere lo schieramento a cui per cultura essi appartengono con fierezza e che la patria l’avevano annientata, trasformando il bullismo in azione politica su scala planetaria.

Il soldatino canadese era straniero e loro disprezzano gli stranieri, li considerano ospiti indesiderati, così come detestano gli ebrei e gli omosessuali, esattamente come i loro progenitori coi manganelli. 

Proprio per mettere un freno a tanta ignoranza, il soldato sedicenne era morto, rifiutando l’idea che siamo tutti uguali, perché questa è una bugia letale, frutto di pigrizia, di stupidità o di entrambe le cose. Furono i progenitori dei razzisti odierni a uccidere il bambino canadese che amava il nostro paese. 

Dobbiamo raccontarlo ai bambini di oggi senza timore, e se vogliamo che la Repubblica abbia vita lunga, anche ricordarlo a tutti i giovani italiani, senza stancarci, perché è proprio nei nostri vuoti narrativi che i mostri possono annidarsi e proliferare lasciando, come sempre, lutti e dolore.

A questo serve la ricorrenza del 2 giugno, a ricordare che non siamo la stessa cosa, la riconciliazione può essere frutto solo della conversione di chi sbaglia. 

8 pensieri riguardo “Il 2 giugno del bambino canadese e dei suoi veri eredi

  1. Era un articolo toccante, come lo è questo. Grazie.
    L’accostamento di “bambino” e “canadese” nel titolo evoca un altro bambino (quello di dieci anni arrestato in Florida) e altre decisioni del Canada (bloccare la vendita di armi): molti pensieri, molta tristezza e giusto un filo di speranza.

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    1. Dirimere le questioni con la violenza, generare bagni di sangue e poi dimenticare in fretta. Umberto Veronesi diceva che per fare smettere di mangiare la carne alle persone bisogna portale nei macelli. Forse anche quei cimiteri dovrebbero diventare luoghi obbligatori di pellegrinaggio, passandoci giornate intere in silenzio. Grazie

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  2. Concordo Domenico. Ma come scriveva Montale in una sua nota lirica:”Memoria / non è peccato fin che giova. Dopo/ è letargo di talpe, abiezione/ che funghisce su sé…”. Memoria a poco o a nulla giova se è retorica, autocompiacimento, sterile celebrazione. Memoria è coerenza al dettato costituzionale, rispetto dell’attività parlamentare, accoglimento autentico di pensiero critico e opinioni tutte, quando sono accettabili, naturalmente, sul piano del loro attuabilità e sono confortate dai dati che emergono a partire dall’esperienza e dall’osservazione della verità di fatto. Memoria è tolleranza, rispetto del pluralismo, tutela delle libertà individuali. Per questi valori sono morti molti giovani allora. Temo sia ben il caso ricordarlo a molti di coloro che oggi si appresteranno vanamente a celebrare il 2 giugno. Ma poi esercitano un ruolo politico o istituzionale in alcuni casi ben in dispregio di quegli stessi valori. Viva la Repubblica!

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    1. Grazie Paola, scrivevo prima, chiacchierando con alcuni amici, a proposito della ricorrenza odierna, che il vincolo, necessario della memoria ci costringe ad una lotta quotidiana contro il demone dell’abitudine, ma in fondo questo credo sia il compito di ogni persona di buona volontà. Perso questo raccordo con quanto di buono ci portiamo dal passato, ci attenderebbe la condanna, come in certi incubi, a ricominciare sempre daccapo. Viva la Repubblica, certo.

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  3. Grazie Domenico per “un’emozione che rasenta l’angoscia”.
    Mi ci riconosco. Non sono padre, ma la provo anch’io tutte le volte che faccio visita ad un cimitero militare.
    Dal mio punto di vista quello di entrare in un cimitero militare è sempre, per fortuna, un atto contemporaneamente necessario ed intollerabile.

    Apprezzo molto la tua considerazione che “la riconciliazione può essere frutto solo della conversione di chi sbaglia.”
    Trovo che buonismi e perdonismi abbiano spesso un che di nauseante: tutti sbagliamo quindi dovremmo sempre trovare la forza di perdonare tutto e tutti.
    Anche no: dato che tutti sbagliamo, dobbiamo trovare la forza di guardare in faccia ognuno alle proprie responsabilità, sempre diverse e difficilmente paragonabili.
    Poi cambiare atteggiamento e comportamenti: solo allora possiamo permetterci di tentare una riconciliazione.

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    1. Caro Bruno, concordo pienamente con le tue parole. Buonismi e perdonismi, come li chiami tu, spesso favoriscono ciò vorremmo evitare. Una signora inglese, di cui mi occupavo vent’anni fa, mi ricordava che per i protestanti non esiste la possibilità della confessione. L’effetto collaterale di questo impedimento è che non c’è la scappatoia dell’assoluzione.
      “Se creo un danno a qualcuno -mi diceva- non vado a cercare il pastore, ma devo riparare quel danno o perlomeno provarci”.
      Forse è una visione romantica, ma sul piano pratico mi piace di più.

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