Una sola, piccolissima, domanda

Sto bevendo un caffè al bar con un amico, è mattina.

Arriva una donna col suo bambino di cinque anni. Lei non è molto alta, peserà una novantina di chili. Il bambino è pingue, pure lui, sulla strada della madre. Solo questione di tempo.

Lei ordina una brioche e una bibita gassata in lattina. Sono la colazione del bambino. Colpisce l’assoluto controllo della situazione da parte di quest’ultimo, che piagnucola per ottenere ciò che vuole, sapendo che la madre non farà nulla per dissuaderlo. Sullo sfondo l’arma letale, il rifiuto di andare a scuola.

Un rapporto di forza palesemente rovesciato. La spesa è di circa 4 euro, non una notazione casuale. Il barista, che mi conosce, mi fa capire che quella scena si ripete tutte le mattine, e dunque quelle 4 euro vanno moltiplicate per 20 o più giornate al mese. Una bella cifra, eppure non sembra che la situazione economica di quel nucleo, a giudicare da qualche indizio, sia di quelle floride.

Fine della narrazione, solo un frammento di quotidianità senza grandi pretese, ma che spiega molto.

Giriamo pagina e poniamoci la domanda che abbiamo preannunciato nel titolo, un quesito da nulla. Chiediamoci cosa accadrà quando quel bambino inizierà frequentare i social, quale sarà l’esito dell’incrocio.

La risposta è molto semplice, i social non inventano il carattere dei ragazzi e neppure degli adulti, non stabiliscono le linee di indirizzo del loro stile di vita, si limitano a mettere in mostra, magari amplificandolo, ciò che già esiste. Quel bambino, palesemente viziato, farà e si farà del male, perché non sembra tenere in gran conto le ragioni degli altri, quando deve regalarsi qualche soddisfazione gli basta frignare e si aprono tutte le porte.

Ma i grandi si preparano a mentire a sé stessi, la colpa sarà dei social. Una specie di rituale ossessivo che impigrisce educatori e legislatori, tanto l’assassino c’è già. Peccato si tratti di un errore giudiziario.

Fino a quando, mi chiedo, questo terribile e consapevole autoinganno proseguirà e, già che ci sono, mi domando se davvero vogliamo venirne a capo. In fondo, però, non conviene a nessuno dare il giusto nome alle cose. Non sia mai che qualcuno ci costringa a studiare da educatori.    

14 pensieri riguardo “Una sola, piccolissima, domanda

  1. Caro dottore, la sua analisi è così lucida e così logica, che colpisce come i più non riescano a cogliere come un uso sbagliato e anti sociale dei social sia la conseguenza di omissioni e irresponsabilità educative. Ma probabilmente come lei evidenzia non è tanto questione di “non riuscire”, quanto di “non volere”, proprio perchè ammettere che il problema è educativo, non tecnologico, impone l’assunzione di comportamenti più responsabili da parte degli adulti… molti dei quali, proprio sui social network, mostrano un livello di immaturità, meschinità, volgarità e carica anti sociale ben più gravi di quella dei minori.

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    1. La verità, caro Gianni, è che sarebbe tempo di indignanci contro chi si è scelto il bersaglio facile, per mancanza di competenze e di idee, parlo anche di molti miei colleghi, soprattutto, purtroppo, quelli più esposti, dunque con maggiore impatto, complicando il quadro e rendendone più lontana la soluzione, ma soprattutto facendo male alle famiglie, indirizzate dalla parte sbagliata. Troppo facile parlare dei danni che procurano i social, ma oscurare tutto ciò che viene prima è un vero crimine pedagogico. Grazie e buona giornata

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    2. Genitori senza spina dorsale generano figli invertebrati…
      Oggi il livello scolastico di molti adolescenti liceali é inferiore a quello di chi negli anni ’70 del secolo scorso andava a lavorare dopo aver superato l’esame di terza media…
      Ma dobbiamo continuare a sperare
      Ciao Domenico

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      1. Sono cambiate molte cose, caro Guido, e a noi è richiesto uno sforzo straordinario per trovare un bandolo. I corpi educativi sono sotto pressione, forse come mai. Hai ragione, dobbiamo sperare, ma soprattutto dobbiamo ritornare a considerare l’educazione il compito più importante che esercitiamo nella vita, dedicandogli il tempo necessario per imparare le tante cose che ci sono da imparare. Un caro saluto

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  2. Caro Domenico, è sempre più frequente assistere a scene come quella che lei descrive. Ormai i bambini sembrano avere le coordinate e i genitori seguirli più o meno succubi, per amore, per non creare loro traumi, perché è difficile farsi ascoltare, perché sono di fretta e quindi stavolta va così ( peccato che non si pensi che ci si è tirati un autogol!), perché lui, o lei, è piccolo/a e crescerà, perché c’è qualcuno altro che gli dirà di no, perché mi sento in colpa a non accontentarlo/a…Sempre più spesso come insegnante accogliere le famiglie dei nuovi iscritti apre questo capitolo su cosa non si è fatto perché ci sarà chi farà dopo o perché c’è tempo. Peccato che, come lei osserva con precisione, lo stile di vita inizia a costruirsi molto presto, non certo a scuola, sia pure quella dell’Infanzia. Osservo che sempre più si demanda, pure nelle autonomie di base, procrastinando impegno a vari livelli. Per fortuna non tutte le famiglie sono così, qualcuno si salva. Anzi, salva il proprio figlio o figlia. Perché qui si gioca proprio il futuro di individui in divenire, che si plasmano nell’esempio, nella frustrazione, nella coerenza. Con stima, cordialità. Antonella

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    1. Mi soffermo su quel concetto “si salva il proprio figlio” che, nella sua immediatezza, dice più di quanto non sembri. Alla fine questo è il senso dell’educare, con una appendice ancora più importante, ossia che quando salviamo nostro figlio, per contagio ne salviamo molti altri tra quelli in cui si imbatterà nella sua sua vita. Grazie e un caro saluto

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    1. Grazie Guido, un poco mi vergogno di questa deriva perché ci sono chiare responsabilità anche della mia categoria, un dibattito che da anni, da quando avevo pubblicato I Superconnessi, cerco di mantenere vivo, ma è come scalare il monte Bianco con le infradito.
      Oggi, un avvocato romano, padre di tre figli, a conferma di quanto ti dico, mi ha scritto un messaggino, riporto solo il finale: “Lo farei leggere a scuola, nei posti di lavoro e in chiesa”. ma poi si dichiaraga certo che avrebbe preso una sonora disapprovazione.
      Un caro saluto.

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  3. Caro Domenico, è molto difficile “studiare da genitori”, ma parlando con alcuni nonni miei amici siamo scivolati nei nostri ricordi d’infanzia. Eravamo piccoli e i nostri genitori giovani. Lavoravano tutto il giorno e non esisteva il pericolo di essere accusati di “abbandono di minori” se ci lasciavano soli durante il pomeriggio. Ma quei pomeriggi io me li ricordo bene. Avevamo dei compiti precisi da svolgere in loro assenza, oltre a quelli di scuola, che “naturalmente” facevamo da soli. E se non li facevamo bene la “Signora Maestra” mandava la fatidica nota alla quale seguiva l’immancabile sgridata accompagnata da “punizione”. I compiti extra scolastici riguardavano il riordino delle nostre coseil far trovare la tavola apparecchiata, la cartella pronta… È poi c’era il tempo per giocare, leggere, inventare oggetti più o meno strani e inutili realizzati con tutto quel po’ di” ciarpame”casalingo che tutti avevano in casa: spago, bottoni, lana, avanzi di stoffa, la carta del pane, sassi, le conchiglie raccolte al mare in estate, pigne e sassi “preziosi” di tanti colori e forme. Noi eravamo fortunati perché a casa c’erano anche giocattoli. I compiti, il gioco, i piccoli doveri che ci facevano sentire grandi. Eppure i genitori lavoravano tanto, quando tornavano a casa erano stanchi e certamente non erano così informati di pedagogia o psicologia… Cosa è successo? È quando, e come? Caro Domenico I miei figli sono cresciuti più o meno come me. Come me hanno fatto sport, frequentato gli scout, assolto ai loro compiti. Presto hanno imparato a rifarsi il letto, caricare la lavatrice, cucinare… Ma questa ultima generazione di genitori è figli dove si è inceppata? Il mio Grazie e affetto costanti

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    1. Carissima Francesca, nelle tue argute domande si nascondono anche le risposte, altrettanto argute, così come si possono intuire nel post che tu commenti. L’impressione è che si debba ricominciare daccapo, in molti casi, sebbene non in tutti. Ma occorre continuare a porsi le domande che ti poni tu e poi cominciare ad affiancare gli educatori, invece di guadagnare sul disagio raccontando favole lontane dalla realtà o montando speccaoli teatrali a pagamento sui bisogni di famiglie, scuole e ragazzi. Come sai questo blog si chiama “Voce del verbo stare”, tu l’hai fatto per mezzo secolo mettendo in connessione libri, bambini e adulti. Ecco, Francesca, stare è il primo verbo, gli altri dobbiamo cercarli in compagnia perché l’impresa è grande. L’importante che non cerchiamo diversivi, come i social. Ti abbraccio e ti chiedo di non risparmiarci le domande

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      1. Le domande non mancheranno.
        Sono il mio difetto peggiore. E spesso, considerate inopportune, mi sono costate molto care. Ma ormai è sicuro che questo “vizio” non mi abbandonerà più. Un abbraccio

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      2. Fino a quando ci saranno domande, cara Francesca, ci saranno cercatori di risposte. Sarà la nostra salvezza. Buonanotte

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  4. Caro Domenico, grazie perché le tue parole ci spingono sempre a riflettere e a cercare di farci le domande giuste.
    Io ho un figlio di 11 anni a cui ho messo in mano un cellulare vecchio tipo che consente solo chiamate ed SMS e per le chat con i suoi amici si appoggia sul mio telefono.
    Gli abbiamo spiegato che, cosí come il padre lo ha accompagnato per imparare ad andare in bici su strada rispettando segnaletica e codice stradale, anche per lo smartphone è necessario un periodo di ” accompagnamento “. Ora anche lui inizia a riconoscere gli atteggiamenti sbagliati che alcuni hanno sui social. Gli spiego come sia facile restare inutilmente inchiodati a quello schermo anche per noi adulti, che siamo sempre noi a dover cercare di mantenere il controllo, i social devono essere un mezzo per favorire le relazioni con gli altri e non il fine.
    Quindi non penso che siano da demonizzare a priori. Ma dovremmo insegnare loro come funzionano e come usarli, invece vedo sempre più bambini di 6, 7 anni a cui viene dato questo strumento senza alcun limite e controllo perché “così il bimbo sta buono”.

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    1. Non aggiungo neppure una virgola, cara Michela, un atteggiamento sano e auspicabile, quello tuo e di tuo marito.
      Sembra facile, anzi lo sarebbe se amassimo davvero i nosrti figli e non avessimo paura di “stare” con loro, perché educare si identifica proprio con questo verbo. Il resto solo teorie, di cui possiamo anche fare a meno. Un caro saluto

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