L’omofobia deve essere curata. È una questione di civiltà 

Avrei potuto domandarmi quanti omosessuali c’erano tra quella quarantina di giovani ingegneri. Fanno parte di una squadra molto più numerosa, che anima una sorprendente azienda che vive tra le colline delle Marche.  La sede è allocata in una villetta “ingrandita” dove fu bambino Luigi, l’uomo da cui è scoccata la scintilla. Creativo, estroso ma coi piedi saldamente piantati in terra.

L’interno è un incrocio tra una casa e la sala controllo della Nasa, in miniatura però. Finiamo all’ora di cena. Sono orgoglioso di avere conosciuto quei ragazzi, preziosa energia oscura per il nostro paese, 

Non generalizzo ciò che mi trovo di fronte, il Paese è popolato di singolarità. Questo principio vale sempre, in barba a chi ragiona per categorie sociologiche. 

Per questo penso sia stato un singolo padre a sparare a “sua” moglie Kety e a “suo” figlio Mirko, prendendo a pretesto l’omosessualità di quest’ultimo. Un padre non attrezzato per sopportare realtà difformi dal “suo” copione. Non è l’unico colpevole, troppe voci pubbliche, toccate da sicura ignoranza e da qualcosa di più profondo che mette sottosopra le loro sentine interiori, pontificano, esibendo prese di distanza “sospette”, da indagare. Uomini e donne, con e senza stellette, capaci di suggestionare figure fragili, che abbondano e si lasciano catturare. Un’umanità irrisolta a caccia di soggetti da inferiorizzare. L’effetto ottico, quando abbassiamo qualcuno, è che noi sembriamo più alti. Espediente inutile, perché ognuno rimane quello che è.

Il brodo che arma la mano a chi pensa che un omosessuale sia “sbagliato” e -in quanto parte di un’umanità minore- si possa dileggiare e persino ammazzare, è ricco di ingredienti avvelenati.  Tutti costoro, presi uno alla volta, sono malati. Quando c’è una fobia, da qualche parte è nascosta un’ossessione, un quadro patologico da osservare con attenzione. 

Non si possano lasciare le persone omosessuali in balia dei loro artigli, né possiamo alzare la voce solo quando certe tragedie ci toccano da vicino.  

Ma torniamo alla domanda di prima, ossia quanti omosessuali potevano esservi tra i giovani ingegneri con cui mi sono confrontato giovedì 25 giugno 2026. Una domanda analoga avrebbe potuto porsela anche Fabiola Gianotti il 4 luglio del 2012, quando lei e quindicimila scienziati, moltissimi dei quali ragazzi, “videro” per la prima volta il bosone di Higgs, guardando simultaneamente ciò che accadeva all’interno dell’acceleratore di particelle.   

Ecco, non sarebbe stata una domanda lecita e neppure intelligente, perché ciò che cambierà la storia dell’umanità non saranno le preferenze sessuali di quei ragazzi ma il loro genio e il loro grado di sentimento sociale. Solo quelli. Il resto è materia per sciacalli, terrorizzati da segreti dubbi sulla propria “identità”, che si difendono dalla relativa angoscia spostando il tiro sui gay, devastandoli e facendo sembrare le loro vite inutili. 

Il legislatore deve trovare il coraggio di chiedere conto dei danni biologici ed esistenziali provocati da costoro, talvolta estremi, definitivi, le loro non sono solo parole, ma pistole cariche e funzionanti che ne armano altre e poi altre. 

È una questione di civiltà, per quanto riguarda lo Stato, per tutti noi. 

È una questione di competenza per il Servizio Sanitario Nazionale, perché chi è affetto da omofobia è un malato pericoloso. Deve essere curato.

Chi desidera leggere l’intera riflessione, di seguito trova il link  

https://tg24.sky.it/cronaca/2026/06/29/omofobia-malattia-societa

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