Mi scrive il mio amico Bruno Vergani, uomo coi piedi per terra, parla del concerto di un ragazzo che si chiama Ultimo. Né lui né il sottoscritto erano tra i 250 mila che popolavano la manifestazione, non certo per snobismo.
Bruno, che cura un blog adorabile, mi chiede cosa penso dei numeri del raduno e del fenomeno. Gli rispondo che la “mie” parole non possono valere come risposta generale, lo stesso dovrebbe essere per i malesseri di questo ragazzo, che sono i “suoi”, sebbene tocchino una generazione attraversata, come le altre, da profondi sentimenti di inadeguatezza.
Tuttavia, siamo accomunati dal comune bisogno di essere “visti” e non possiamo fermarci alla doglianza, dobbiamo realizzare tale scopo in modo solidale, prosociale, impegnandoci direttamente. Trascrivo un frammento di testo tratto da un mio volume, in cui avevo cercato di “fotografare” questo bisogno struggente e le conseguenze che ne devono derivare, che non sono solo lamentazioni.
<Tutti, proprio tutti. Siamo come i bambini di una scolaresca che alzano simultaneamente le mani, gridando a squarciagola “io, io, io”, quando la maestra pone una domanda dalla cattedra. La posta in palio è l’elogio dell’insegnante, il suo “bravo”, magari pubblico.
Qualsiasi comportamento nasconde un bisogno profondo, quello di essere “visti”, individuati, liberati dall’angoscia dell’anonimato che ci opprime, dal timore di passare inosservati.
Il modo che sceglieremo per realizzare questo desiderio struggente deciderà le nostre sorti, spesso di quelle di chi ci vive accanto, meno frequentemente quelle della nostra comunità, più di rado quelle del mondo intero>.
I nostri limiti sono, paradossalmente, alleati preziosi, ma diventano una tara insostenibile se ne facciamo un alibi. Dobbiamo trovare una risposta ai nostri sentimenti di inadeguatezza, perché solo così che scatta il progresso per noi e per gli altri. In caso contrario cadiamo nel nichilismo che, oltre a non risolvere nulla, diventa un pretesto per disimpegnarsi.
Lo scorso anno avevo conservato un’intervista di Ultimo, uscita sul Corriere della Sera, proprio perché, da padre e da professionista, mi avevano colpito i suoi ragionamenti a “fondo chiuso”. Si lamentava degli adulti, dei politici, diceva che non li capisce. Fino a qui ci arriviamo, ma occorre andare oltre, fare passi avanti, dopo l’analisi –fin troppo pessimistica- corredata di espressioni che dal mio angolo di visuale non rappresentano tutti i ragazzi di oggi, soprattutto mi chiedo se la coerenza conta ancora qualcosa. Prendiamo il tema dei social. Nell’intervista citata, il ragazzo dice delle cose che si possono condividere. “Troppi ragazzi passano dieci, dodici ore al giorno a scrollare video su TikTok. I social ti anestetizzano. Ti stuprano il cervello”. Tutto vero, tutto giusto, ma Ultimo deve molto ai social, su Instagram conta 3 milioni e 600 mila follower, ossia li usa massicciamente e ci lavora pure, contribuendo ad alimentare il suo clamoroso successo. Ricorda, ancora giustamente, che il mezzo procura dipendenza. “Ci stiamo addormentando. Stiamo diventando amebe”.
Ora, se si parla male dei social, assai giustamente, e poi si sta su Instagram con un seguito di milioni di individui, sorge qualche dubbio. Un comico, di cui non ricordo il nome, avrebbe detto che è come parlare di pudore andando a prostitute.
Per scelta non mi sono mai dotato di profili social. Una scelta non priva di conseguenze, ad esempio, sulle tirature dei miei libri. Questo stesso blog non è social. Infatti, invece di settecentomila iscritti ne “vanta” circa settecento.
Niente pubblicità, niente vantaggi. Bisogna scegliere, non basta esecrare. Sarebbe stato ipocrita scrivere un libro come “I Superconnessi” e poi usare un ascensore come i social, che condanno da sempre. È vero, siamo ultimi e scarsi, il sottoscritto come gli altri, ma forse un filo di coerenza aiuterebbe le nostre battaglie, e Ultimo potrebbe fare molto per la sua generazione, per tutti noi.
In quella stessa intervista il giovane artista sostiene che i cantautori fanno politica e che lui, nel suo piccolo, pensa di farla con le canzoni, ma non direttamente.
Vero ma anche comodo. La politica non si fa solo col nostro lavoro. Giorgio Parisi, premio Nobel per la Fisica, racconta di essersi messo a capo di un comitato referendario, perché “prima di essere uno scienziato, sono un cittadino”. Di passaggio, vorrei ricordare che l’esito del referendum sulla giustizia pare sia stato deciso dalla massiccia partecipazione dei giovani. Questa è la strada. Solo questa.
Posizione faticosa, ma necessaria, altrimenti la lontananza che i giovani sentono dalla politica diventerà un baratro, e non è intelligente visto che (probabilmente) non sono le canzoni di Ultimo né (sicuramente) i miei libri a influenzare la vita del Paese.
Le materie poco nobili si devono raccontare, ma poi occorre immergersi nei loro miasmi. Condizione necessaria per uscirne tutti assieme. Anche la politica ne è impregnata, ma siccome decide la vita di tutti, non serve a molto ripetere che fa schifo o che destra e sinistra sono uguali, perché non lo sono, neppure un poco.
Se non li aiutiamo a distinguere, non facciamo il bene dei giovani ma li confondiamo ancora di più. Li condanniamo a restare ultimi, questo non lo auspica neppure il ventottenne così amato da molti di loro, un giovane, che si è dovuto misurare con delle fragilità psicologiche e che oggi arriva in elicottero al concerto, facendoci toccare con mano quanto proprio l’impegno, non certo la lamentazione, la rassegnazione e la passività, possono sovvertire il destino di ciascuno di quei ragazzi che in lui vedono un modello e una consolazione.
Una bella responsabilità.