I genitori portano tutto il peso del mondo sulle loro spalle. Non c’è nessuna figura che somigli anche lontanamente una madre o un padre, che conosca l’angoscia quanto la conoscano loro, che la frequentano pressocché ogni ora del giorno, anche se non espongono i relativi manifesti.
Per questo, processarli oltre a essere un’azione vigliacca, è una pratica barbara, perché il loro compito e la realtà in cui si trovano immersi non sono mai stati tanto complicati e inafferrabili. Noi non possiamo permetterci di perderli, si spezzerebbe la filiera delle generazioni e non ci sarebbero più apprendimenti da trasferire a chi arriva dopo, ma abbiamo bisogno di madri e di padri che sentano la fiducia del mondo o non ci sarà più mondo.
In due giornate diverse ragiono con un vescovo e poi con un teologo, il discorso verte sulle ragioni per le quali le chiese si svuotano. A entrambi avevo risposto, prima di approfondire, che i preti non sono genitori e per la loro missione questo rappresenta una grave mutilazione. Nell’uno e nell’altro caso, avevo aggiunto che quando i sacerdoti guardano Maria ai piedi della croce, faticano più di un genitore a capire esattamente ciò che sta accadendo, proprio perché mancano i rimandi autobiografici, senza i quali è impossibile avvicinarsi sia al lutto di quella madre sia alla complessità della figura femminile. Manca la “sintonia fine”, quella che nelle vecchie radio consentiva di ricevere meglio i canali.
A uno dei due interlocutori avevo spiegato che quando i nostri figli “sono piccoli e stanno dormendo, avviciniamo l’orecchio per coglierne il respiro, vogliamo la certezza che quell’assenza sia dovuta solo al sonno. È questo frammento che manca ai preti, lo stesso che impedisce loro di capire fino in fondo la figura di Maria. Non esiste un’unità di misura che ci consenta di dare un nome allo strazio di vedere il proprio figlio agonizzante, martirizzato davanti ai nostri occhi”.
Tre giorni fa, queste conversazioni mi sono tornate alla mente. Appena sveglio mi accorgo che c’è una chiamata non risposta. Un mio fraterno amico, sacerdote.
Era sgomento, nella notte è morto nel sonno un ragazzo di 21 anni, ma il mio amico riesce a identificarsi alla perfezione nei genitori, perché dopo la precoce perdita del proprio padre è diventato, a sua volta, padre dei suoi fratelli, accompagnandoli in tutte le loro vicissitudini, compresa quella occorsa a uno di loro che, proprio all’età del ragazzo appena deceduto, subì danni irreversibili al cervello durante un incidente. Erano gli inizi degli anni Ottanta.
È stato questo apprendistato continuo a renderlo così attento alla vita dei parrocchiani. Ci siamo sentiti di frequente in queste, mi parlava come un uomo che aveva perso il proprio figlio, con quella partecipazione che ti aspetti da un vero padre. Aveva appena incontrato i genitori del ragazzo, non è stata la prima volta in queste ore. “C’è un punto di dolore che non potrò mai abitare. In trentatré anni di ministero ho accompagnato molti genitori davanti alla bara di un figlio, e ho imparato che la cosa più onesta è non fingere un’identificazione che non posso avere. Posso esserci, tacere, restare, ma quel picco di strazio appartiene solo a loro, sebbene il mio vissuto personale mi aiuti non poco”. Anche la bibbia della psichiatria mondiale, il DSM, ammette che l’evento stressante più grave è la morte di un figlio. Poi, a rispettosa distanza, vengono altri incidenti di percorso, ma niente a che vedere con quella perdita. Noi genitori siamo maestri inarrivabili di umanità, lo restiamo anche quando, per mille motivi, deludiamo le attese, perché ciò che succede quando arriva un figlio ridefinisce per sempre le nostre convinzioni, elevandole di diversi gradini.
Noi madri e padri abbiamo il diritto di invocare rispetto, perché comunque svolgeremo i nostri compiti genitoriali, nessuna missione e nessuna professione può pareggiare la fatica della nostra quotidianità.
Per chi desidera leggere la riflessione completa rimando il link che segue
https://tg24.sky.it/lifestyle/2026/07/13/genitori-sfide-psicologia
Buongiorno Domenico
Nel leggere questo scritto mi sento chiamata a sostegno di tutti i genitori che si sentono causa del male di questo tempo .
Agli occhi di chi non ha figli o li ha ma non li cresce, non li vive .
Credo che il ruolo genitore non lo insegni nessuno e sia il più difficile che una persona possa vivere . Gioie e dolori . Un figlio lo cresci amandolo ma non basta , lui deve sentirsi amato . Quel respiro che cercavi nella culla , lo ascolti ancora ogni giorno anche quando è grande.Il suo sospiro se sai ascoltarlo ne capisci il valore, se è gioia se è angoscia se è incertezza . Un figlio va vissuto, e chi sentenzia è perché è fermo all’apparenza o giudica un ruolo che non li appartiene neanche lontanamente.
Un genitore che ama spesso è il primo che si giudica per poter arrivare ai propri figli e far sentire che c’è al di là di tutto e tutti.
Purtroppo viviamo un tempo dove è più facile dire è colpa di ….invece che farsi delle domande dandosi risposte vere che potrebbe cambiare qualcosa perché darebbero il giusto valore a ogni ruolo soprattutto quello dei genitori.
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Cara Marzia, la comprendo perfettamente e mi domando cosa sarebbe della nostra collettività se non ci fossero i genitori a cercare di ammortizzare, nel chiuso delle loro cose, il malessere che pervade il loro figli. Se quel malessere si riversasse per intero nella società, la vita comunitaria diventerebbe impossibile. Certo, non ci sono genitori perfetti, ma le posso garantire che anche il peggiore dei genitori è un benemerito perché fatica assai più di chi lo giudica. La questione giovanile esploderebbe senza la tenacia dei genitori, travolgendo l’intero paese, il quale risponde processandoli con l’ausilio di professionisti che non sappiamo nemmeno se sono dei buoni genitori.
Infine, beffa suprema, quando si preparano delle riforme su famiglia e scuola, non vengono mai chiamati i genitori a fare parte delle commissioni di esperti. Mi dica se questo è normale. Un caro saluto
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