I dubbi sono meglio delle verità e ci rendono migliori

Appena laureato mi ero iscritto a un seminario sull’affettività e i bambini. 

Stavo per diventare padre per la prima volta e, dunque, l’argomento mi interessava non solo come professionista.

A quel tempo i laureati in psicologia erano ancora molto pochi, i corsi di laurea specifici erano stati istituiti all’inizio degli anni Settanta, il primo a Roma il secondo, a poche settimane di distanza, a Padova, dove mi sarei iscritto perché più vicina a Milano. 

Tuttavia, vi era già qualcuno che esercitava, grazie a delle sanatorie, un laureato in filosofia, ad esempio, poteva certificare una qualche attività affine, e questo gli consentiva di lavorare nel settore. Del resto, il bisogno era forte ma poco presidiato e, giustamente, si correva ai ripari.

Durante quel seminario mi ero imbattuto in una collega sulla settantina che apparteneva a tale schieramento. Presa la parola si era subito infilata in un argomento “sensibile. “Nel centro di consultazione per la coppia presso cui lavoro, raccomando sempre ai giovani genitori di non portare i bambini nel lettone, perché questo può essere fonte di disagio per loro”.  

La avevo chiesto come faceva a esserne così certa. La sua risposta fu ancora più granitica. “Vedi, giovane collega (ma credo volesse dire un’altra cosa), l’alcova è il luogo dell’intimità, impregnato di malizia, di fantasmi, non è dunque l’ideale per un bambino!” Mi ero giocato il sogno di portare nel lettone mio figlio, ma confesso di avere disobbedito.   

Tempo dopo, la moglie di un pediatra, mi aveva donato un numero di una rivista americana, cui era abbonato il marito, che conteneva l’esito di un’indagine sul tema “lettone”. In sintesi. Degli specialisti avevano cercato di venire a capo della questione, formando due gruppi di bambini, uno sperimentale e uno di controllo. Per un certo periodo al primo era stato consentito di accedere liberamente al lettone mentre agli altri era stato inibito. Dopo alcuni mesi tutti i bambini erano stati richiamati, per una valutazione degli effetti. Ebbene, era emerso che quelli che avevano avuto libero accesso al lettone erano più sereni degli altri, i quali risultavano più ansiosi e insicuri rispetto alla situazione iniziale.

Insomma, l’esatto contrario di quanto aveva affermato senza tentennamenti la mia collega. 

Quell’esperienza sarebbe stata molto utile per la mia formazione. Certo, non si stava parlando di una diagnosi oncologica errata, ci mancherebbe, ma quando si parla di bambini e ragazzi le certificazioni solenni è meglio evitarle, il loro spirito critico è ancora in embrione e rischiano di prendere sul serio anche ipotesi stravaganti o comunque non verificate. 

Dunque, niente certezze, niente versioni definitive, neppure nel rapporto coi nostri figli, anzi soprattutto nel rapporto coi nostri figli, perché solo così lasciamo intatto il loro potenziale. Infinitamente più grande degli scaffali sui quali vogliamo depositarlo. 

Le persone a noi vicine ringrazieranno e, alla fine, credo, anche la stessa psicologia, che non è la matematica ma una meravigliosa macchina di finzioni che dovrebbe suggerire a ciascuno di noi di prendere con le molle ogni argomento e, per quanto possibile, rifuggire le certezze.

I dubbi ci possono avvicinare, anche ai figli, assai più delle verità, portarci ai confini della plasticità presente nel loro mondo interiore, “evolutivo” per definizione.

Chi è interessato alla riflessione completa, di seguito trova il link

https://tg24.sky.it/lifestyle/2026/10/05/rapporto-genitori-figli

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