Giocare con le religioni alimenta la confusione nei giovani e nel mondo

Un bambino musulmano aspettava di morire in un hospice. La mia collega, che lo vedeva tutti i giorni, mi raccontava l’eroismo di quella creatura mite, contenta di tornare al suo dio, malgrado l’epilogo insopportabile. Non un lamento, malgrado il precoce disfacimento del suo corpo, era sicuro dell’itinerario e della meta. La famiglia era povera, gente semplice, immigrati. Non chiedeva nulla, non voleva premi e neppure insegnare agli altri come si fa, tantomeno scalare improbabili altari, magari con l’aiuto di qualche religioso in cerca di prodigi e di mercato. Voleva solo accompagnare quella povera creatura risparmiandole la disperazione del distacco definitivo, evocando un mondo dall’altra parte, dove sarebbe stato accolto con affetto. Una lezione cui è impossibile restare indifferenti.

Non ho mai conosciuto direttamente i genitori, i fratelli e neppure quel bambino, ma penso spesso alla loro dignità, soprattutto quando mi viene da lagnarmi per qualche rimediabile incidente di quotidiano.    

Recentemente mi sono imbattuto in alcuni video, la protagonista è una madre che gira a tappeto tutte le parrocchie che può. Una rappresentazione innescata da un dolore simile a quello appena raccontato ma trasformato in qualcosa di completamente diverso. Parla di suo figlio, un adolescente recentemente canonizzato, dopo un processo spettacolare, non troppo lungo ma di sicuro tanto costoso, si parla di cifre che sfiorano il milione di euro. Non tutti i genitori se lo possono permettere, ma se si è risoluti e il danaro non manca, gli altari si avvicinano, magari contando sull’indifferenza di chi dovrebbe vigilare invece di rendere possibili ostensioni un poco splatter.

Quando ci lascia precocemente un bambino o un ragazzo è sempre una tragedia, chiunque esso sia, quale che sia il suo colore o il suo credo, cercare seconde possibilità a tutti i costi crea solo ingiuste graduatorie e danneggia le stesse religioni, che di sfregi ne infliggono e ne subiscono già a sufficienza, perdendo rovinosamente il loro appeal. Un esito che non avvicina gli uomini.

“Ho paura che non ci sia molto da fare se non sperare che le persone capiscano da sole – mi dice un saggio amico sacerdote, piuttosto contrariato con quella madre e con tutta la compagnia dei complici- e dubito della tenuta di un’operazione del genere: molti entrano in quella chiesa con la voglia morbosa di vedere l’ostensione di un cadavere, ma se ne escono piuttosto mal impressionati da come viene esibito”.

Vent’anni fa, in una località del Meridione, mi sono imbattuto in un curioso manifesto. Diceva che presso la cattedrale cittadina un’ex pornostar, piuttosto nota, avrebbe presentato ai fedeli la testimonianza della propria conversione. Ricordo che anche quello si trasformò in uno spettacolo lungo e itinerante. 

Gli eccessi di entusiasmo in certi ambiti sono sempre sospetti, possono indurre giustificati fastidi ma soprattutto aprire le porte a pericolose deriva violente.

Si, la religione e il teatro non vanno d’accordo. È grave e antieducativo giocare con il registro del soprannaturale, fidando nella complicità e nella condiscendenza delle istituzioni, forse toccate da remoti sensi di colpa, perché quando da solo Dio non basta più e dobbiamo produrre discutibili prove della sua esistenza, la sconfitta di quello stesso Dio è alle porte e qualche domanda dobbiamo porcela, deve porsela soprattutto chi accetta di rappresentarlo.

Un danno enorme per tutti, particolarmente in momenti come questo, in cui il disorientamento esistenziale delle giovani generazioni è grave e chiede ascolto e compostezza. Quella madre, in uno di quei video, l’unico che sono sentito di guardare, raccontava che il figlio si chiedeva come mai le file dei giovani sono davanti alle discoteche e ai negozi e non davanti alle chiese.

Una bella domanda, con tante risposte di comodo.

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