C’è vandalismo, c’è violenza, ma c’è, soprattutto un profondo male di esistere perennemente a caccia di risposte, di certificazioni di esistenza in vita. Questo è il disagio. Una condizione erroneamente etichettata come “malattia”, mortificante banalizzazione che inquina le acque e impedisce di capire e di immaginare rimedi. La mancanza di senso è uno stato esistenziale che prepara il terreno a risposte drammatiche, auto ed etero lesive, ma non è una malattia, solo un disperato calvario, una strada a fondo chiuso.
Comprenderne la natura non significa eludere il tema della punizione -che purtroppo travolge anche chi dell’animo umano dice di conoscere gli anfratti- ma preparare risposte non vendicative, perché la società non può punire il proprio malessere soprattutto quando i primi a “guastarsi” sono bambini e ragazzi.
Quando il riflesso condizionato della risposta poliziesca prevale sulle vere domande pendenti, si apre un abisso e noi ci siamo vicini. La violenza di questi giorni è sbagliata, certo, lo è tutto ciò che lede l’interesse dei nostri simili, a cominciare da ciò che non si vede, ma ferisce.
Lo scorso anno sono ospite di un convegno a Palermo, nell’intervallo alcuni si recano nel vicino quartiere di Ballarò, dove padri di famiglia che devono procurare il cibo ai loro figli vendono a 50 centesimi, su bancarelle improvvisate, oggettini trovati in giro. Proprio così, 50 centesimi. Uno dei relatori è un educatore di strada a Napoli. Risparmio ai lettori il suo racconto. È questa la normalità di molte periferie italiane, comprese quelle delle metropoli. Antri lontani dalle luminarie dei centri, ricettacoli di milioni di vite vere, reali, non pupazzetti, famiglie che vivono nello stesso segmento di tempo di una minoranza di adulti che possiede quasi l’intera ricchezza del Paese.
Parlo per esperienza sul campo. In quarant’anni in ogni angolo del Paese oltre duemila interventi, posso dire con certezza che l’Italia non c’entra nulla con quella che si vede da un grattacielo, dalle cui finestre le persone sembrano formiche e tutto ciò che può turbare il sonno della città appare blasfemo. Io stesso provengo da quegli spaccati sociologici, essendo nato e cresciuto in una baraccopoli. Nessuno dei miei compagni di allora -erano tanti- è ancora in vita, diversi morirono di lavoro minorile, altri risucchiati nelle spire della malavita, altri ancora persi per incultura e trascuratezza. Le periferie determinano stile di vita e durata della stessa. Una mostruosità, ma questo a chi guadagna cifre astronomiche senza muoversi da casa, appare niente di più che un dato statistico, sociologico.
Ecco, se prima di parlare imparassimo a “stare”, scopriremmo che la realtà situata non è quella che si vede dal computer col quale scriviamo le nostre sentenze.
Nella mia baraccopoli non vidi mai uno psicologo, chissà quanti dei miei amici si sarebbero salvati. Neppure oggi se ne vedono molti. Le periferie sono povere.
Chi rimane fuori dal cerchio, lo si sappia, non contribuirà mai al bene comune, semmai sentirà sempre più forte il bisogno di sabotarlo, di annientarlo, perché chi dispera di potersi elevare farà di tutto per abbassare il suo nemico, essendo l’unico modo per colmare l’angoscia del doloro dislivello. Il motto dei “vinti” è di sconvolgente, logica, semplicità. “Piuttosto che perdere faccio perdere gli altri”.
Non illudiamoci, crescerà in modo rapido, sempre più rapido perché la coscienza dei propri diritti è forte, e nessuno può accettare di consumare l’unica vita a disposizione in una competizione senza speranza, dove le asimmetrie sono talmente sfacciate e crudeli, da rendere nulle le possibilità di vittoria.
C’è una sola cosa che può cambiare, ed è la nostra risposta, che non può essere affidata alle angustie del “chi sbaglia paga”, pensando di bastonare a chi, appena adolescente, teme di avere già perso la partita. Chi non possiede un grande bagnasciuga mentale non sarà mai in grando di capire che il disagio e il conseguente malessere esistenziale rappresentano l’ultima, sofisticatissima, arma di distruzione di massa.
Una specie cooperativa, diventata importante proprio perché tale, non può nemmeno lontanamente pensare di evolvere né di salvarsi, quando premi e punizioni, benessere e miseria, sono distribuiti in modo così crudele e arbitrario.
Quando affondò il Titanic, i ricchi e i poveri ebbero lo stesso destino.
Chi può leggere la versione estesa, di seguito trova il link
https://tg24.sky.it/cronaca/2026/10/21/violenza-giovanile-disagio-vandalismo