Razzismo, il nostro terribile e inconfessabile segreto

Avevo poco più di venti anni. Arrivavo per la prima volta a Padova, dove avrei espletato le pratiche per l’iscrizione al corso di laurea in Psicologia, appena stato costituito, poco prima era toccato a quello di Roma. Per molti anni sarebbero rimasti gli unici in Italia.

Provenivo da Milano, c’ero da un anno, facevo l’operaio e mi ero appena diplomato, fidando su orari che il responsabile mi aveva accomodato. Lavoravo le canoniche otto ore, ma erano sistemate in modo che potessi frequentare tutti i giorni il quinto anno delle superiori. 

Quando il treno si fermò mi sentivo emozionato e grato, ma bastò poco a riportarmi coi piedi per terra. Su un muro della stazione campeggiava, a caratteri cubitali, una scritta in vernice nerissima, “Forza Etna”. In quei giorni il vulcano aveva dato grosse preoccupazioni.

Fu un colpo durissimo, sono stato educato alla tolleranza. Mi chiesi se quella fosse la città dove sarei dovuto tornare con frequenza per quattro o cinque anni. Ricordo che tentennai per ore, solo in prossimità della chiusura della segreteria mi decisi a ritirare i moduli. Durante il viaggio di ritorno ripresi in considerazione la primitiva idea di iscrivermi ad Agraria, anche nei giorni successivi fui molto tormentato, ma avevo dato la parola ad Antonio, un collega di lavoro che frequentava Sociologia a Trento e aveva abbandonato con la promessa che ci saremmo iscritti insieme a Psicologia, dandoci una mano coi viaggi in segreteria e la frequenza degli esami. Purtroppo, Antonio non poté mai frequentare quell’università, mentre io comincia la lunga traversata in una città che mai mi appartenne, ma alla quale comunque voglio bene, forse perché mi ricorda la mia gioventù. 

Vi tornai quasi quarant’anni dopo la mia laurea. Ero responsabile scientifico di un progetto promosso in collaborazione con il MIUR e tenni un seminario agli insegnanti di quella città che avevano aderito. Si creò una grande sintonia con i partecipanti, che avevo accompagnato insistendo nello stabilire un nesso tra la salute mentale degli studenti e la loro inclinazione prosociale. Quando fu il momento dei saluti, raccontai l’episodio. Avvertivo mortificazione nei loro sguardi, come si sentissero personalmente responsabili di quella vicenda, che era già un segno della nascita di formazione politiche, soprattutto in Veneto e in Lombardia, a forte connotazione razzista, responsabili della creazione di quel clima nel Paese cui non è estranea la morte, a Civitanova Marche, del povero Alika. Conclusi ricordando che se quegli eventi si ripeteranno, sarà stata colpa nostra.

Anche nei prossimi post parleremo di razzismo, siamo in un momento delicato che va avanti da tempo, toccheremo con mano quanto è radicato dentro di noi, ossia di me che scrivo e di voi che leggete, questo morbo, e quale ipoteca ponga sul nostro futuro, su quello dei nostri figli e delle collettività.

L’episodio di quasi mezzo secolo fa, solo per un caso non modificò le mie scelte universitarie. Certo, il mondo sarebbe andato avanti comunque, ma la mia vita non sarebbe stata la stessa. Un’ingiustizia somma, perché proprio questo è il prezzo del razzismo, l’alterazione violenta dei destini altrui quando non addirittura la sottrazione della loro vita. Ci sono troppe persone che vivono, per colpa nostra, come se dovessero chiedere scusa per il colore della loro pelle.

Voce del verbo stare nasce per i cittadini convinti che nessuno può accordare diritti, perché questi esistono, e noi viviamo per ricordarlo a chi si ostina a credere di poterli dispensare ad arbitrio. Su questo, comunque la si pensi, non ci possono essere mezze misure e neppure deroghe, ne va della dignità di ciascuno di noi e del futuro di tutti.

6 pensieri riguardo “Razzismo, il nostro terribile e inconfessabile segreto

  1. Buongiorno Domenico
    Non sono padovano ma bergamasco, e di scritte come Forza Etna o Vesuvio o colerosi ne ho viste a bizzeffe nel corso degli anni. Ultimamente ci ha pensato una specie di politico (non riesco a nominarlo tanto è lontano dal mio modo di pensare) che con la sua pseudo-guerra ai clandestini di colore ha spostato la “voglia di trovare sempre un capro espiatorio” dai meridionali ai “negri”.
    Sono nato nel 1961 in un paesello di 1500 abitanti dove la maggioranza della popolazione parlava solo il dialetto, ma che a metà degli anni 60 con la nascita di una frazione ha visto l’arrivo dei meridionali per motivi di ricerca lavoro. Ora il mio comune ha 8.000 abitanti (nel corso degli anni questa frazione da casa dei meridionali è divenuta residenza di extracomunitari soprattutto africani. Maggioranza dei quali lavoratori di quei lavori che noi ormai snobbiamo ma che sono stati per decenni la nostra fortuna))
    Ho lavorato 8 anni tra Sudan e Senegal. Ho vissuto in mezzo a quella gente che faceva il mio stesso lavoro ma per 3,5 euro al giorno (non c’è bisogno che dica il mio stipendio: uno non va in Africa se non per il doppio di quel che prende in Italia). Ho coltivato amicizie tra i locali disinteressate nel vero senso della parola che continuano ancora oggi a distanza di migliaia di Km.
    Tutto questo per dire che situazioni di razzismo ne ho incontrate per tutta la mia vita; prima a scuola, poi nei bar, poi nei cantieri e in fabbrica e quindi dovrei essermi fatto un callo per meglio sopportare certe situazioni.
    Essendo geograficamente nato dalla parte opposta alla tua, caro Domenico, certe scritte non mi hanno mai creato un peso morale. A volte sicuramente avrò fatto anche qualche sorrisetto. Ma con il passare del tempo ho iniziato sempre più a mal digerire quelli che vogliono dividerci tra bianche e neri, del nord o del sud, contro i cinesi e più ne hai più ne metti.
    Ho spinto al massimo la mia forza intellettuale per farmi portare al totale disinteressamento a tutto ciò che può sottintendere ad una qualsiasi forma di razzismo o violenza (nel 1980 ero tra i primi 1000 italiani ad aver scelto il servizio civile come forma di non-violenza, e all’epoca non era così scontato non fare il militare), ma devo riconoscere che pur desiderando il contrario ti imbatti sempre nell’imbecille che ce l’ha con i “negri”, con i “terroni” con i cinesi, con i musulmani etc etc. E non riesci a parlare con questa gente perché (e qui permettimi di usare un termine del mio dialetto) “i ga la brèa” (hanno i paraocchi), e non riescono a vedere oltre il loro naso.
    Lo chiamiamo razzismo ma potremmo chiamarlo anche egoismo bieco e in ogni caso tutto porta ad un’ignoranza culturale che per noi italiani fa ancora più specie perché indistintamente da nord a sud siamo un popolo di emigranti.
    Mi fermo qui ma avrei un baule di storie di cattivi esempi da raccontare.
    Mi scuso per il tempo e spazio sottratti e ne approfitto per ringraziarti per gli articoli di buon giornalismo che ci proponi sempre.
    Gigi Bacis

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    1. Carissimo Gigi, intanto grazie per i tuoi commenti, che mostrano sempre angolini cui non tutti prestano attenzione.
      Il punto sono proprio le piccole sviste, le abitudini culturali. Per ogni persona attenta e acuta come te, ce ne sono altre mille che si girano dall’altra parte o che addirittura ritengono vi siano delle gerarchie cromatiche o religiose, proprio su questo terreno nascono delle fortune politiche di personaggi che in contesti normali farebbero lavori diversi, individui che finiscono per appiccare incendi che non risparmieranno nessuno. Il razzismo è una degenerazione dell’istinto territoriale, che ci portiamo dietro da milioni di anni, una bomba che la civiltà non riuscirà mai a disinnescare, eppure non dobbiamo rassegnarci e continuare a erodere quella terra maligna, perché se si espande oltre il fisiologico non ci sarà più civiltà. Grazie di cuore

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  2. Non ho nulla da aggiungere a queste riflessioni, se non affermare che le condivido. Proprio in questi giorni sto leggendo un libro che stavo inseguendo da anni. Si tratta del ” Il razzismo spiegato a mia figlia” di Tahar Ben Jelloun. È un libro che ha più di 20 anni, molto semplice e che dovrebbe entrare sicuramente in ogni scuola. Cito solo una frase, che mi piace per la sua semplicità disarmante. ” A vivere insieme si impara. Si dovrebbe concepire una pedagogia finalizzata a questo: spiegare ai cittadini di accoglienza perché il loro paese ha bisogno degli immigrati, e a questi ultimi spiegare quali sono i loro diritti e i loro doveri. Imparare a vivere insieme é una necessità, una delle vie per sbarrare la strada al razzismo e alle sue violenze.”

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    1. In fondo, cara Antonella, sarebbe semplice sfuggire a questa oscura tentazione, ma il fatto è che fa sempre comodo
      collocare qualcuno in un girone sottostante, perché ci lascia l’illusione ottica che siamo migliori. Una magra, quanto disumana, consolazione. Grazie

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  3. “Un’ingiustizia somma, perché proprio questo è il prezzo del razzismo, l’alterazione violenta dei destini altrui quando non addirittura la sottrazione della loro vita”. Nulla da aggiungere.

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