Gli influencer, noi e i bambini. Una triste storia di incoscienza collettiva

Chiedere l’elemosina usando bambini di età inferiore ai 16 anni non è più possibile a Bruxelles. Il nuovo regolamento varato dalla giunta municipale di quella città prevede una multa di 350 euro per chi viola la norma. 

Facciamo un salto indietro nel tempo. Tutti ricordiamo Macaulay Culkin, il bambino che impersonava il protagonista del “Mamma ho perso l’aereo” e dei relativi sequel, ma forse non tutti sappiamo che l’esito di quella precoce celebrità planetaria fu l’annientamento della sua esistenza. Quando mettiamo sulle spalle di un bambino un peso più grande di quello che può portare, devieremo il corso della sua vita, perché l’infanzia è il tempo in cui si decide moltissimo di quello che avverrà dopo. Talvolta tutto.

Tra un minore che chiede l’elemosina e quello sfortunato bambino di Hollywood, sembra correre una distanza enorme, in realtà si tratta del medesimo fenomeno, lo sfruttamento per fini commerciali di una creatura non in grado di opporsi. Qui si annida il crimine, nell’impossibilità della parte fragile di accordare il proprio consenso.

Una delle conseguenze della celebrità è spesso l’indulgenza da parte degli ammiratori. La madre di due giovani studentesse universitarie, molto attente al prossimo e impegnate nel sociale, mi racconta che le figlie faticano ad ammettere che l’esibizione dei figli a fini commerciali, da parte di una notissima coppia di influencer, è una pratica scorretta e dannosa per i bambini. “Ma sono così carini!”, commentano, rivelando, forse senza volerlo, che la pratica truffaldina si appoggia esattamente sull’attrattività dei bambini.

Ebbene, su questa coppia e sull’uso commerciale dei loro figli, periodicamente scoppiano piccoli temporali mediatici, come in questi giorni, ma la questione è remota e più grave di ciò che appare, perché tocca il tema cruciale dei diritti dei minori, soprattutto delle conseguenze esistenziali a carico degli stessi.

Nel marzo del 2018, alle prime pubbliche esibizioni del primogenito, appena nato, avevo scritto per un quotidiano un articolo intitolato ““Se questo è un bambino, se questo è un paese”. Tra le altre cose dicevo: “Mi chiedo se qualcuno si è presa la briga di chiedere il consenso a quel bambino, mi domando cosa potrà fare per difendersi quando inizierà a comprendere di essere stato usato come un qualsiasi prodotto di consumo, ma soprattutto mi chiedo come reagirà allorché si renderà conto che il suo destino è stato già ipotecato, forse definitivamente. Potrei indovinare il finale, ma spero di sbagliarmi, nel frattempo credo si debba prendere atto che il tema della qualità è oramai superato dal primato del racconto, sia in politica, sia in economia, sia in pedagogia. Il disperato bisogno di lasciare un segno di noi, in qualsiasi modo e con tutti i mezzi, è responsabile dell’infelicità di intera generazione, che non risolveranno i loro problemi comprando i prodotti reclamizzati da bambini ignari e da furbi manichini sorridenti”. 

Verso la fine scrivevo: “Ogni tanto mi accade di vedere, giustamente, fermare delle forze dell’ordine giovani zingare che usano i loro neonati per impietosire passanti. Un provvedimento sacrosanto a tutela di un’infanzia. Mi chiedo perché i criteri di valutazione siano così sbilanciati a favore dei ricchi e dei famosi, quando l’unico aspetto che cambia in certe esibizioni sono solo gli introiti”, quindi richiamavo l’articolo 600 octies del codice penale, che dice parole dure sull’argomento: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque si avvale per mendicare di una persona minore degli anni quattordici, comunque, non imputabile, ovvero permetta che tale persona, ove sottoposta alla sua autorità o affidata alla sua custodia o vigilanza, mendichi, o che altri se ne avvalga per mendicare, è punito con la reclusione fino a tre anni”.

Concludevo, amaramente, che è bello essere forti coi deboli e deboli coi forti.

Ma i due celebri genitori, ovviamente, sono in buona compagnia. All’indomani della delibera dell’amministrazione di Bruxelles, mi è giunta una mail corredata di link, in cui si vede una mamma con due bambini che reclamizza prodotti, facendo finta di non farlo. Il punto, in questo caso, è che si tratta della moglie di uno psicologo diventato famoso vendendo pillole di saggezza. Non credo che il collega approverebbe, l’unica spiegazione è che lui e la signora non si parlano oppure che lei non segue le performance e i consigli del coniuge, il quale dovrebbe sapere che i piccoli, di fronte a sfacciate  asimmetrie educative, pagano pedaggi pesanti.  

Il fenomeno è vasto e i comportamenti annessi sono spregiudicati, ma le conseguenze arriveranno troppo tardi perché le si possa associare a quell’esposizione precoce alla fama, quindi niente nessi, niente apprendimenti. Neppure per chi dovrebbe usare il cervello, ma finisce per ragionare col cassetto. Persino gli editori sembrano avere perso la testa per gli influencer, che vanno a cercare a domicilio, non importa chi scriverà materialmente il libro, basta una firma. 

Sono un autore fortunato, la mia carriera di scrittore è stata lunga e neanche tanto avara, ma se avessi provato a iniziare oggi, sarebbe stato molto diverso. 
Certo, la storia della saggistica non sarebbe cambiata, ma non è questo il punto.   

3 pensieri riguardo “Gli influencer, noi e i bambini. Una triste storia di incoscienza collettiva

  1. Qualche anno fa, lunga fila per uno spettacolo, posti esauriti. Una mamma in coda spiega ai suoi due bambini che sono finiti i biglietti e che avrebbero provato un altro giorno, magari arrivando un po’ prima, e se ne vanno. Qualcuno riconosce nella mamma Michelle Pfeiffer e il fatto finisce in un trafiletto sui giornali.
    Più risalto ha avuto recentemente la confessione di Denzel Washington: “《Quando ho detto a mia madre che avevo vinto l’Oscar lei ha risposto: “Bravo. Ora porta fuori la spazzatura”》.
    Sono attori i cui film e premi (Golden Globe e Oscar, non da miss Marubino) sono davanti agli occhi di tutti ed evidentemente persone che si sono costruite in modo sano e questo rendono oggi, nella percezione di sé e come genitori.
    Ricordo il suo articolo sul piccolo Leone: aveva ragione da vendere. È di ieri la notizia che il noto figlio dodicenne di un noto imprenditore cuneese-monegasco è diventato il più giovane CEO del mondo. Mi chiedo che percezione possa avere questo ragazzino della della vita e delle relazioni e del proprio valore.
    Vedo bene in famiglia quanta attrattiva abbia la ricchezza col suo corollario “così posso fare quello che mi pare”, e mi sforzo di far capire che non basta restare nei limiti del lecito, perché tante scelte hanno ricadute, ad esempio ambientali, sulla collettività.
    Non se ne esce: se non si è coerenti in ogni passaggio non si è credibili in nessuno.

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    1. Il problema, cara Giulia, è che quando questi bambini cresceranno, ce ne dovremo occupare noi, dico la società.
      Quando uscì l’articolo che lei cita, mia figlia mi avvisò che il marito influencer mi aveva risposto con un video, apostrofandomi, come “uno che non saprei nemmeno chi è”. In effetti aveva ragione, ma il problema è che lui continua a pensare, illudendosi, che il misuratore della qualità di una persona sia la notorietà, mentre a me, dopo quarant’anni di ascolto quotidiano, appare sempre più chiaro che i criteri sono altri, assai diversi, e che, soprattutto, i conti si fanno alla fine. Questo deve dare speranza ai poveri cristi, la certezza che solo all’ultimo si accorgeranno di avere combattuto la loro buona battaglia senza esporre manifesti, neppure quando avevano un raffreddore. Grazie

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  2. Non sapevo che avesse avuto l’onore di una citazione fedeziana: nel mondo di oggi fa curriculum, sa!
    Proprio prima di leggere la sua risposta stavo pensando: se (quando) questo bambino farà i conti con la propria infanzia magari incrocerà il suo articolo e saprà che qualcuno ha davvero avuto a cuore il suo destino.

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